rossodorato

Rieccomi di nuovo a casa. È stato un viaggio breve e veloce, più di ottocento chilometri in solo tre giorni, avanti e indietro attraverso questa Italia frastagliata di paesi, strade di terra e asfalto, cemento case ponti colline e pianure, campi verdi e arati, alberi spogli cipressi e siepi, cieli azzurri o grigi cupi e pesanti, luci ed ombre. Specchi d’acqua a fiumi e canali sino al mare.

Sono ancora lì sulla quella spiaggia, davanti a questo mare, con l’odore che penetra nelle narici e mi rimane in testa salato, pungente afrore. Freddo fruscio che mi assale e scoppia dentro a bolle, decine centinaia milioni di bolle. Molecole d’aria imprigionate in micro pellicole d’acqua scoppiettano crepitando nel lento susseguirsi delle onde. Che strusciano, anche ora interminabilmente strusciano accarezzando la rena come lingue ribollenti di lava. Davanti a questo verde veronese opaco in primo piano sul quale spiccano le bianche spumeggianti in file di cinque o sette o nove, non le ho contate – non mi son data la pena – e sfuma sullo sfondo mescolandosi al cobalto fino alla linea orizzontale dove si stacca lieve dal ceruleo cielo velato d’inconsistenti nuvole sfilacciate nel vento.

E pace.

Ma dire pace non basta per descrivere questo stato di pace vibrante, fibrillante attesa, e resa di ogni fibra che si distende lasciando trascorrere l’aria tesa fra sé e sé e il mondo tutto attorno.

La tempesta è già passata, forse il giorno precedente, e ha trascinato sulla riva le conchiglie dal fondo del mare. Riposano le valve vuote, separate le une dalle altre, alcune, altre tenacemente unite, bianche e trasparenti quasi già consumate, fragili armature dei corpi molli e apparenti che sono stati. Cammino sulla battigia premendo i piedi sulla sabbia e, senza volerlo sui gusci vuoti – impossibile da evitare, quanti sono – che s’interrano quel tanto che basta per non essere trascinati via dai primi più violenti marosi.

Avevo camminato poco ieri, avevo poco tempo, giusto un’ora d’intermezzo nel breve veloce viaggio, ma se avessi potuto avrei camminato per ore e ore senza fermarmi nel sole e nel vento almeno fino al tramonto o alla prossima marea. Se non che conservo l’immagine di questo meriggio intatto e splendido, di aria e acqua colori rumori e odori. Come una, anzi quella piccola statua di bronzo bambina che sta sempre lì, sempre immobile in brachette di tela all’ingresso di uno dei bagni, sorridente e spensierata con un pesciolino rossodorato guizzante tra le dita. Sostenuto nel cavo di una mano, trattenuto in punta di dita dall’altra, come un piccolo tesoro ancora ignoto, rossodorato e sempre vivo.

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