Il filo

acqua

Durante la mia ultima immersione in mare ho scorto un filo sospeso, abbandonato forse da qualche pescatore. Di nylon resistente tagliava l’acqua in due ondeggiando nella massa liquida. L’ho afferrato e ho tirato, volevo trovare la cima. Ma mentre nuotavo e tiravo il filo mi si è avviticchiato attorno al braccio almeno di due tre giri. Terribile sensazione, sentirsi legati. Io volevo afferrare il filo e invece il filo aveva afferrato me. Mi sentivo come in trappola – che quando si è nell’acqua, non è uno scherzo, si sa, non ci vuol molto ad affogare. Mi sono districata e con due tre colpi di coda –  nuoto a balena – mi sono allontanata e ho continuato le mie giravolte tenendomi lontana dal luogo insidioso. Mi dispiaceva però ci fosse quel filo perso in mezzo all’acqua. Come per me, avrebbe potuto esser pericoloso anche per i pesci. Io amo i pesci liberi nelle acque dolci o salate.

Sono tornata a riva e ho aspettato. Dopo un po’ l’amico col quale stavo nuotando è emerso dal mare con una matassa di lunghissimo filo attorcigliato. C’erano anche due ami e un piombo che si era bloccato tra le rocce del fondo, diceva. Ha avvolto il filo attorno alla mano e mi ha fatto l’occhiolino. Tanto per capirci. Ho capito. Ed è andato a rinchiuderlo in un foro della parete di roccia sovrastante la spiaggia.

Bene. Anche questa è fatta. Che bella sensazione. Non mi sentivo così leggera da tanto tempo. Respiro.

A bocca spalancata, respiro.

(sembra un sogno, per certi versi anche un incubo che però va a buon fine. Niente di tutto questo: è soltanto un piccolo episodio realmente accaduto l’ultima volta che sono stata al mare. Ed è curioso come la vita talvolta sembri un sogno, e come e quanto certi sogni sembrino reali, tanto da sfumare gli uni nell’altra … e viceversa.)

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