耐心 pazienza υπομονή

耐心

“Pazienza” condivide l’etimologia con “passione” e “passività”, concetti che a prima vista parrebbero contrari. Il verbo latino patior significa “subire, sopportare”, da cui “soffrire”. Esprime l’idea di provare in modo vivo l’effetto di un qualunque evento – o emozione – e di riuscire nel contempo a sopportarlo, sostenerlo – come se si trattasse di mantenere una posizione yoga senza cedere a causa della tensione, della fatica, del dolore o del frastuono del mondo esterno. Dice la realtà di una coscienza che, seppur non indifferente, permane come imperturbabile nell’attesa dell’evoluzione degli eventi, nella consapevolezza che ogni cosa ha una sua ragione d’essere e l’accoglie con un sentimento di attesa.

La pazienza è una virtù essenzialmente “femminile”: in senso simbolico denota apertura e attesa, spazio per la gestazione delle idee e della creatività, accompagnamento e sostegno durevoli. Esperienza molto concreta e immediata di un’anima che prova, sente, “patisce”, ma non teme e non si scoraggia, poiché non sente il bisogno pressante di imporsi od opporsi con forza al e nel mondo esterno, e nel caso gli sorride.

Ma pazienza è anche una virtù che oggi sembra tanto desueta quanto inefficace. Così come pare verosimile che l’occidente, e dietro ad esso il resto del mondo, si sia stabilizzato su una posizione maschile, divenuta dominante: il potere, la legge, l’organizzazione, la tecnologia capace di dominare la natura ne sono le principali manifestazioni. In una simile configurazione, dalle origini culturali estremamente complesse, l’esplorazione del mondo interiore, l’ascolto attento di sé e dell’altro, il discernimento delle molteplici disposizioni dell’animo, sono obiettivi relativamente secondari. Tanto che per molti “pazienza” avrà una risonanza negativa di “rassegnazione”, “accettazione dell’inaccettabile”, “inerzia”, quasi sinonimo di “vigliaccheria”.

L’azione tuttavia molto spesso potrebbe esaurirsi nella sua stessa impazienza. Mentre l’esperienza del tempo nel tempo, costituisce la prova per eccellenza per chi decide di prendere una strada, quale che sia.   Il rovesciamento verso l’interno provoca un’uscita dal tempo cronologico, oggettivo, impersonale, e fa entrare in un’altra percezione della durata, scandita da mutamenti intimi, indipendenti dai ritmi imposti dalla vita in società.

Essere pazienti allora potrebbe significare, nel caso, di non accontentarsi della prima rappresentazione che si affaccia alla mente, ma attendere successive ed ulteriori rappresentazioni di senso, nel tentativo estremo di integrare ogni rappresentazione senza sacrificarne alcuna sulla strada del senso. È un po’ come guardare in un caleidoscopio per scorgere le molteplici figure che si vanno via via formando dalla riflessione delle cose. Al di là vi sono molteplici figure in divenire, al di qua l’occhio le riconosce una per una, senza confondere sé con quelle, né immedesimarsi in esse.

Ma come si può ancora oggi essere pazienti? Quale forza misteriosa può sostenere una così desueta virtù? Risponderei che molto probabilmente a sostenere l’una, la pazienza, è l’altra, la fiducia, e l’altra ancora, la tenacia: tre virtù che si accompagnano vicendevolmente.

Il tempo modella l’uomo, l’uomo modella il suo tempo. In questa stringente interazione, fiducia e tenacia costituiscono i due poli della pazienza. Anche se a ben vedere non si dà virtù che non sia connessa e non cooperi con ogni virtù, quindi anche col coraggio, inteso come forza d’animo, e con la costanza.

L’ascesi – ascesi nel significato di strada in salita verso la perfezione interiore e il distacco dagli istinti – è dunque un lavoro con, nel e attraverso il tempo. E siccome la via è in salita, c’è sempre, giorno dopo giorno, un nuovo passo da praticare.    La spiritualità Hindù l’esprime con l’immagine di una vita umana che matura di gestazione in gestazione. La gravidanza è la cottura del feto al fuoco dolcissimo dell’utero materno. Poi ogni grande passaggio si compie accanto al fuoco trasformatore che riscalda l’individuo e lo conduce verso una maturità più grande, fino all’ultimo rito della cremazione che riguarda il corpo nella sua interezza. In questa tradizione “ascesi, cottura, maturazione, gestazione” formano la sequenza simbolica di un tempo vissuto, incarnato in parole pronunciate e gesti compiuti, sostenuto dalla ritmica ascendente dei significati attribuiti a ciascuna tappa.

Non consiste proprio in questo la funzione della vera pazienza, che giunge all’attenzione dello spazio intimo della coscienza risvegliata? La saggezza richiede a questo riguardo un atteggiamento che ci sembra paradossale perché non abbiamo l’abitudine ad associare simili contrari: una sorta di passività attiva, di dolce tenacia, di ardente lentezza …

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