come d’abitudine

 

Sovente, negli incerti pomeriggi estivi, quando i bambini del mio rione erano sulla strada a giocare i loro giochi un po’ violenti dai quali non mi spiaceva sentirmi esclusa, mi ritiravo nel salotto buono, sempre in penombra con le finestre appena accostate e le tende che si sollevavano leggere ad ogni soffio di vento. Lì trascorrevo ore con un grosso tomo di geografia sulle ginocchia; interminabili ore, su quelle pagine ricche delle immagini più varie dal mondo, sfogliando e sognando, soffermandomi ogni volta sul risvolto di copertina costellato di figure umane che indossavano i più vari e variopinti costumi – piccole figure fluttuanti s’uno sfondo verde bottiglia.

 

Si sa, i bambini amano i colori. Per di più avevo uno zio che faceva il sarto e una zia che vendeva tessuti – e anche lì, fra tessuti, imbastiture e cuciture, mi ci perdevo. Montagne di tessuti a pezze e a rotoli da carezzare con le mani e con gli occhi, per immaginare quali abiti vi si potessero realizzare, in pied-de-poule, madras, spina di pesce, occhi di pernice, principe di galles, shantung, cretonne, chiffon, crepe de Chine. Qualche volta aiutavo lo zio a togliere le imbastiture o a passare le marche, che sono punti lunghi e molli che servono a segnare la traiettoria da seguire per le cuciture definitive.

Erano gli anni sessanta, gli anni del boom economico, e l’uscita dalla miseria del dopoguerra si manifestava nel poter disporre, tra le altre cose, di molti abiti, tanto che sembrava definitivamente superato il tempo in cui c’era solo un abito per tutti i giorni e, se andava bene, uno buono per la domenica. Così anche nelle nostre famiglie, sia da parte di padre che di madre, gli abiti erano uno degli interessi prevalenti – oltre alla costruzione di case, che a ben guardare sono abiti anch’essi. E difatti non è un caso che si dica “abitare”. Abiti, abitazioni, abitudini, derivano dalla stessa radice: da habere, “possedere” che si tramuta in “trovarsi, stare”, vale a dire di-morare nel luogo d’abitudine.

L’abitudine richiedeva, per esempio, che ogni domenica si andasse alla messa ben agghindati e possibilmente con un abito nuovo da mettere in bella mostra, al punto che sembrava essere quello lo scopo principale di tutta la faccenda. Ma già allora io sentivo che qualcosa non quadrava.

Da qualche tempo alcuni dei costumi variopinti che rimiravo da bambina in quel libro di geografia, iniziano a girare anche nelle nostre città, e per me è come un sogno che si avvera. Vedo queste donne coi loro vestiti colorati, qualcosa che risalta in tutto questo grigiore, e già questo mi strappa un sorriso; o i loro movimenti dolci, come il manifestarsi di un modo d’essere nuovo e sconosciuto.

Penso sia comodo fare del turismo, andare nei loro paesi d’origine e scoprire che il mondo là è diverso, mantenendo però ben salde le differenze fra ciò che è nostro o loro. Mentre da quando sono loro a giungere qui, non per turismo, ma per stabilirsi e vivere in queste “nostre” città, io vedo la convivenza come a un’opportunità in più che ci viene offerta per allargare gli orizzonti, per approdare a visioni del mondo diverse da quella in cui abitiamo, e che ci abitano.

So che se dobbiamo imparare qualcosa lo impareremmo maggiormente parlando con qualcuno che leggendo un libro, tuttavia possiamo avvicinarci, provare ad aprirci alle loro tradizioni anche attraverso i libri.  Questo non significa che i libri che ci capiterà di prendere in considerazione siano noti personalmente da ognuno dei diretti portatori di quella particolare cultura. A tal proposito, in un ristorante cinese mi capitò di chiedere al cameriere, ovviamente cinese, informazioni di prima mano sull’I King e su Confucio, ed egli mi guardò trasognato dicendomi che non sapeva proprio di cosa stessi parlando. Eppure mi sorprendo sempre di quanto la cultura sia un oggetto stravagante, tanto che se anche non avessi letto la bibbia, ad esempio, porterei in me alcuni o molti dei suoi contenuti anche nelle mie più nascoste fibre. E la stessa cosa accade per ognuno, a prescindere dal particolare humus in cui è cresciuto. Siamo impregnati di parole e significati.

Sotto la glassa – la cultura – ovviamente condividiamo la stessa vicenda umana, “senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”, come è espresso dall’art. 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Sarebbe bello intessere un dialogo interculturale con ogni cultura. Nel mio piccolo ho intenzione di approfondire quella indiana – in questo momento mi sento di nuovo particolarmente attratta – e se è un incontro che si potrà allargare, vedremo.  Ora, dopo questa premessa, dico subito di non aver intenzione di fare chissà cosa, che anzi cercherò di essere più asciutta e scarna del mio solito. Se non ci riuscirò, pazienza. Vorrà dire che sarò riuscita ad essere prolissa. Qualcosa sarò in ogni caso.

Chi sono ora? Per esempio non mi sono ancora liberata dalla passione per i tessuti. Ne colleziono in quantità, non tanto per farne abiti, ma giusto per tenerli ripiegati in ordine per colore e misura in una vecchia madia di legno povero profumato alla lavanda. La cosa che più mi attrae è immaginare in cosa ognuno di quegli scampoli potrebbe trasformarsi. Perché per fare qualsiasi cosa, come per fare un abito, ci vuole almeno uno ritaglio di stoffa, e un lembo di cielo.

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