il danaro non-mente

 
  

“L’azione razionale, per Mises, ha come unico fine il maggior piacere dell’agente, la necessità di uscire da una situazione di insoddisfazione. Ogni azione razionale è poi un’azione che l’agente affronta analizzando il tempo, il lavoro, le risorse materiali necessarie al suo compimento. L’agente si trova così a dover “soddisfare diverse insoddisfazioni” avendo a disposizione risorse limitate, dovrà decidere quale azione compiere per prima, dovrà altresì considerare la limitatezza delle sue risorse per distribuirle “efficacemente” tra le varie azioni razionali. Ogni azione razionale, pertanto, origina un’attività economica, allo stesso tempo Mises può dire che ogni attività economica è anche razionale. In quest’ottica un’attività razionale è costituita da azioni di scambio vere e proprie: tra il raggiungimento della soddisfazione e le risorse che un’agente impiega nel raggiungerla, tra le risorse che possiede e quelle che può procurarsi per il suo scopo. Nell’esecuzione di questi atti di scambio l’individuo compie delle valutazioni: quale soddisfazione ricercare per prima, quante risorse dedicare a tale scopo. Per compiere queste valutazioni ha bisogno di un’unità di valutazione omogenea per le varie risorse. Tale unità di valutazione, necessaria al calcolo economico, è, secondo Mises, il valore oggettivo di scambio.”
da qui http://www.carlopelanda.com/theunedited/milacci/calcoloeconomico.htm)

 

Ho riportato questo brano che mi pare significativo di un modo di interpretare il mondo,  di essere nel mondo. In pratica, per vedere se e come quelle valutazioni hanno avuto luogo, non serve addentrarsi nei conflitti interiori di un individuo: è sufficiente osservarlo dall’esterno, se è pulito, ben nutrito, attore impegnato del proprio processo di individuazione, colmo delle grazie della donate dalla cultura, dalla frequentazione abituale delle arti, ecccetera: attributi che denotano la capacità a valutare il proprio utile e a soddisfare gli stessi suoi interessi. Detto terra-terra, si potrebbe dire che è difficile credere che un tale individuo possa essere nello stesso tempo votato al disinteresse.

Se però provassimo a girare la medaglia per vedere cosa c’è sull’altro lato – all’estremo opposto – molto probabilmente vi scorgeremmo, senza sorpresa,  una delle credenze, o Fedi.  E poiché viviamo in un paese cattolico, mi risulta agevole prendere ad esempio i versetti 25, 31-46 tratti dal vangelo secondo Matteo.  Ecco quindi l’altro lato – perdonatene l’estensione, non me la sono sentita di farne un riassunto. Con un po’ di pazienza leggiamolo per benino fino in fondo:

“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”. Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m’accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste”. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: “Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?” Allora risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me”. Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna”.

 

A prima vista sembrerebbe che le due facce della medaglia siano del tutto incompatibili. Certo vien da chiedersi perché e per come i bisogni degli affamati, migranti, ignudi, ammalati e prigionieri, non vengano esauriti dai mezzi, potenzialmente notevoli, di una soccorrevole comunità, che invece non si distingue dal resto della società. Sembrerebbe ovvio che se uno credesse veramente a quanto riportato dal vangelo di Matteo, allora non se ne starebbe a discutere promuovere e argomentare, o comunque non potrebbe darsi pace sapendo quel che accade là fuori. Né potrebbe mantenere conto in banca, seconda casa, villeggiature e via dicendo. Non so quale mistero della fede permette di commuoversi profondamente al messaggio di Gesù, e nel contempo rimanere dei prudenti borghesi attenti al calcolo della percentuale.

Tenendo ben distanti e differenziati questi due lati della medaglia, dando però per scontata la bontà di base almeno delle intenzioni, ovvero senza avazare ipotesi maligne, mi chiedo quali gradienti si possono inventare fra i due estremi. Da una parte una credenza nel fantastico, nell’assolutamente intangibile, che per molti risulterebbe piuttosto problematico. Dall’altra parte una tendenza (che a sua volta può diventare un po’ folle) ad oggettivare la vita in meccanismi, per quanto fluidi.

Naturalmente in quella “azione razionale” (il primo lato della medaglia) si dovranno includere anche le “ragioni del cuore”, per cui ogni individuo razionale (o forse è meglio dire “raziocinante”) anche per le stesse “ragioni” (del cuore) valuterà i piaceri e relativi scotti che intende attraversare nella propria vita. Così come un individuo (posto indifferntemente  sull’uno o sull’altro lato) per istinto gregario preferirà annullare le proprie ansie nell’abbraccio caloroso e obnubilante di una qualche setta di appartenenza – peculiarità che mi sembra entrambi i lati possano avere in comune. Tuttavia entrambi i segmenti mi sembra rappresentino di fatto soluzioni tipiche, con l’inclinazione a replicarsi. E ho l’impressione che  se lanciassimo la medaglia e la lasciassimo cadere – a caso – uno qualsiasi dei lati varrebbe quanto l’altro.  Poco. E infatti è praticamente impossibile usare uno solo dei lati, mentre è chiaro a tutti che per poterla spendere bisogna che la medaglia sia intera.

Note: il testo  qui sopra riprende quasi per intero (tranne l’ultima che frase che compare come riassunto del post) un post di Elio Copetti.  Ho cercato di trascriverlo con parole mie, ma non ci sono riuscita, forse perchè mi piaceva così com’era. Anzi, probabilmente rimaneggiandolo l’ho peggiorato. Appena riesco inserisco il link.

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