di questo mondo e degli altri

“E’ questo il difetto delle parole. Stabiliamo che non c’è altro mezzo d’intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio. Forse anche il gesto è un di più. In fin de conti, non è altro che il disegno di una parola, il muoversi di una frase nello spazio. Ci restano gli occhi e il loro accesso privilegiato alle apparizioni.”

Josè Saramago – Di questo mondo e degli altri

 

Questa mattina nel dormiveglia stavo pensando di cancellare questo post – che inizialmente consisteva nella foto e la frase di Saramago. Sarebbe bastato poco, qualche piccolo gesto sulla tastiera, invia e via e cancellato. Repente.

E invece Bortocal, che è sveglio anche di notte  o si sveglia presto la matina,  vi si era già allacciato con un track, o pingback, se così si dice.

Ecco, mi ha già beccato! – mi son detta – e così ho dovuto per causa di forza maggiore rinunciare alla mia intenzione di eliminarlo con una passata di spugna e fare come se niente fosse. Converrà  Bortocal che lascio la porta aperta all’imprevedibile – ma non ne approfitti troppo, però 😉

 

Che difatti, sembra già un paradosso scrivere e parlare del difetto delle parole, dal momento che, se diamo per scontato che abbiano questo indubitabile difetto, poco servirebbero altre parole per chiarire o cessare di dubitare. A meno di non voler tentare di far loro un piccolo sconto sulla condanna da espiare. O a noi stessi, che magari abbiamo usato le parole invano, o sperperate più di quanto basta. O scelte quelle meno appropriate,  pur sempre imperfette – soprattutto se non siamo dei novelli Saramago e non riusciamo tratteggiare il vero il giusto il buono il bello in quattro parole, e senza tralasciare nello stesso tempo il falso il cattivo il brutto e l’errore.

 

D’altra parte la mia parte nel post di oggi l’avevo già compiuta, a parer mio, con quella foto che appare in primo piano, con l’immagine sulla riva del lago dove l’acqua è tremula e bassa, e le fragili erbe palustri vi si specchiano tracciando palpitanti giochi di luci e d’ombre sulla superficie.

Così facciamo noi quando parliamo, ancor più quando scriviamo. Come l’occhio di un obiettivo cerchiamo di catturare un attimo, congelarlo in una forma, in un’immagine, una frase, una parola, delimitandone i confini in uno spazio piano a due dimensioni – dove spazio e tempo vi si trovano relegati, dove anche la più bella immagine si trova umiliata in una cornice, che se anche fosse la più bella e preziosa cornice dorata del mondo, pur sempre una cornice resterebbe. Buona per essere appesa ad un chiodo sul muro.

 

Lo facciamo, va bene, lo facciamo, a patto però di saper che questa non è la vita. Che non si lascia catturare né intrappolare, né mettere in prigione o dietro le sbarre della ragione.

Poiché, quel che più conta, oltre la scrittura che definisce o all’occhio che fissa, ciò che più conta è la lettura che noi, ognuno di noi giunge a dare, nel corso del tempo di ogni immagine o frase o parola. Che non è mai fissa – o per lo meno, mi auguro appassionatamente che non lo sia.

 

L’amica Carla Bariffi in una sua poesia, in un certo senso così esprime la cosa:

“Non c’è luna
che tenga alle redini il mondo.”
(qui: http://chapucer.splinder.com/post/25224142/reimmersione)

 

Ma, se vogliamo, potremmo considerare anche il contrario, ossia che, “Non c’è mondo che tenga  alle redini la luna”. E che quindi forse sarebbe meglio, anche se non è sempre così, che ognuno faccia la sua parte possibilmente senza cercar di metter le redini a nessuno.

 

Tento di riassunere con questa altra frase che ho scovato ieri nel web, che trovo molto appropriata, anche se magari così facendo non farò che aggiungere errore all’errore.

 
“Un’immagine può sempre essere considerata da un’infinità di punti di vista e ad ogni pensatore è consentito scoprire un significato conforme alla logica delle proprie concezioni. Le immagini infatti sono destinate a risvegliare le idee assopite nel nostro intelletto. Esercitando una suggestione sul pensiero, lo stimolano ed in tal modo portano alla luce le verità sepolte nella profondità del nostro spirito. (Oswald Wirth – che al momento non so chi sia)
 

È chiaro che per “immagine”, a parer mio sono da intendersi non solo le immagini visive chiare e tonde, ma per estensione anche ogni rappresentazione mentale, frase testo parola, che via via re-interpretiamo e tentiamo di tradurre col nostro proprio linguaggio verbale. Poiché all’origine, anche all’origine di ogni rappresentazione concettuale, sempre a parer mio, ci sono delle immagini. Il pensiero logico prende forma, e vita, dal pensiero analogico, e non viceversa.

Ma può darsi che mi sbagli. 

D’altro canto sbagliare è una delle mie specialità … fors’anche un vanto.

 
 

Extra:

La foto qui a destra è uno scatto su una scatola di puzzle che mi fu regalata e non ho mai aperto, come non si può notare, perchè non si vede la pellicola protettiva che l’avvolge.

Riproduce un’opera di M. C. Escher titolata “Tre mondi”, “Three worlds”, “Drei Welten”, in tre lingue diverse.

Il fatto di non averla aperta, significa che ovviamente per il momento non ho ancora intenzione di impiegare il tempo in simili rompicapi. Preferisco fotografare la scatola e guardarmela così com’è, senza stare ad analizzarne il contenuto, che come è scritto, sembrerebbe composto da mille pezzi. E chissà se è vero. Fidarsi forse però qualche volta non guasta, ci evita di contare i pezzi ad uno ad uno, di far somme, divisioni, moltiplicazioni di pani e pesci, di estrarre la radice cubica o quadrata.

Attenzione però, il pesce gatto sembra un tenero animaletto ma, con un salto fuor dall’acqua potrebbe mangiare la foglia o afferrare la libellula, e ciao ciao libellula. Salvaguardare entrambi non è facile, è come cercar di salvare sia la capra che i cavoli. Ma è anche stato provato che si può fare. Inoltre aggiungo che di mio sarei portata ad essere ottimista.

 

 

  Note: il testo è suscettibile di modifiche e revisioni.

 
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16 risposte a di questo mondo e degli altri

  1. elio ha detto:

    Ma è un blog di luce, questo! Bello.

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  2. rozmilla ha detto:

    Grazie Elio!
    E in più … il 29° commentatore di questo blog (che ho iniziato il 29 giugno) ha in premio la scatola di puzzle che vedi fotografata qui sopra 😀
    Sei un ragazzo fortunato!
    Ciao
    ps: avevo dimenticato di scrivere che il tuo commento è il 29°

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  3. Elio ha detto:

    🙂 bene!

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  4. Francesco ha detto:

    “…senza cercar di mettere le redini a nessuno”. Che bello! Ma come si fa? O meglio, è così difficile. Il punto è che siccome viviamo in un mondo di reciprocità, posto che io non voglia mettere le redini a nessuno (ed in realtà è proprio questo che desidero), non è detto che non ci sia da qualche parte qualcuno che invece voglia metterle a me. Io non sono molto sicuro che la luna non tenga alle redini il mondo, e sono ancor meno sicuro che il mondo non tenga alle redini la luna. Sarò prosaico, ma sappiamo che esiste la legge di attrazione reciproca dei corpi celesti (forze centripete e forze centrifughe che si bilanciano) e la luna, molto più del mondo, è alle redini di quest’ultimo (anche se forse è più corretto dire che ambedue si tengono per le redini).
    Credo però che la legge di attrazione non riguardi solo i corpi celesti, ma anche quelli terrestri, comprese le menti che li abitano. E chissà, forse l’attrazione delle menti è ancora più potente di quella dei corpi..

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  5. rozmilla ha detto:

    È un bel dilemma, Francesco, ma anch’io dico “sarebbe meglio”, quindi è anche un mio desiderio. Anche se è vero che qualunque cosa facciamo o pensiamo, modifica le cose come stanno. Ma penso che in ogni caso, bisognerebbe cercare di non esercitare pressioni troppo forti.
    Le forze di attrazione dei corpi e, ancor più, delle menti, sì esistono, e molte volte sono belle, buone, importanti e utili, qualche volta meno, e altre volte anche nocive. Ma dal mio punto di vista l’obiettivo successivo potrebbe essere l’equilibrio fra le forze, più che la predominanza dell’una sull’altra, e questo forse si può fare “discostandosi dagli automatismi”, come dicevi in un precedente commento, visto che l’automatismo ci porterebbe a o predominare, o ad essere sottomessi, vale a dire essere tenuti alle redini o tenere alle redini qualcun altro. Entrambe condizioni che mi piacciono poco.
    Il modo più terribile di voler tenere alle redini il mondo l’abbiamo visto ancora una volta l’altro giorno in Norvegia. Ancora una volta la volontà, la forza bruta, che si esprime alla massima potenza …

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  6. Francesco ha detto:

    Si, discostarsi dagli automatismi mi pare proprio un’ottima cosa.. anche se non è facile..

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  7. rozmilla ha detto:

    no, non è facile.
    cosa si può fare? per esempio coltivare la mitezza, per lo meno a livello personale?
    e mi chiedo se la vera forza stia nel rinunciare all’uso della forza e del potere, anche se non so fino a quali limiti “umani” si possa riuscire, e fino a quali limiti sia giusto.
    Ieri leggevo che a volte bisogna scendere qualche scalino, a volte bisogna lasciare che qualcun altro ne salga.
    Così come c’era quella storiella zen che racconta come una giara troppo piena o troppo vuota non riesce a stare in piedi, mentre quando è piena a metà ci riesce.
    Speriamo di riuscire a trovare un equilibrio, e riuscire a mantenerlo.
    L’equilibrio è sempre il punto critico, la cosa più difficile da mantenere ..

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  8. Francesco ha detto:

    Già, l’equilibrio, l’armonia..
    La mitezza, a cui aggiungerei la gentilezza, mi sembrano delle buone strade.
    Forse una soluzione potrebbe essere quella di seguire il consiglio di una famosa esortazione evangelica, modificata però in questo modo: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
    Che ne pensi?

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  9. rozmilla ha detto:

    Cosa ne penso? Che in linea di massima nessuno vorrebbe ricevere uno schiaffo, che nessuno vorrebbe ascoltare parole scortesi, che nessuno vorrebbe essere ignorato.
    Ma se qualcuno lo volesse? A qualcuno piace anche essere preso a schiaffi, a qualcuno piacciono le parole scortesi, e qualcuno preferirebbe essere ignorato, magari per non essere coinvolto.
    Per questo penso che non sempre ciò che io vorrei per me stesso coincide con quello che vorrebbe qualcun altro per se stesso. A qualcuno piace il dolce, a un altro piace il salato. Qualcuno persegue la pace, altri traggono maggior soddisfazione dalla lotta o dalla vendetta.
    Inoltre penso che non si possa vivere sempre in funzione di un altro, e che “fare agli altri quello che vorrei fosse fatto a me”, non dovrebbe però diminuire quello che io posso fare per me stesso (uso il maschile come impersonale), e che ritengo giusto, o che l’altro può fare per sé.
    Anche perché, diminuire me stesso non sempre si rivela ipso facto un accrescimento per un altro. Come anche il diminuirsi di un altro (per me) non si tradurrebbe necessariamente in un mio accrescimento.
    La cosa è complessa, in linea di massima concordo con l’esortazione evangelica, ma più che solo una o l’altra, la modificata e l’originaria, forse bisognerebbe comprenderle assieme.
    Perché il dubbio, fra il fare e il non-fare, è la scelta dell’imponderabile che non sempre riusciamo a controllare, e per la quale non credo si possano dare regole fisse ..

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  10. Francesco ha detto:

    Certo, la cosa è complessa, e tutte le tue riflessioni non possono che essere condivisibili. Però nell’essere gentili io non vedo necessariamente una diminizione di sè, la vedo anzi come quel giusto equilibrio di cui tu parlavi, la via di mezzo che può aiutare a rendere migliori noi e forse, mi piace almeno pensarlo, anche gli altri. Questo come via di massima da seguire. Poi certamente la vita è complessa, e a volte occorono atteggiamenti più energici. Però io non posso, almeno all’inizio, partire dal presupposto che gli uomini attorno a me sono tutti lupi. Parto dal rispetto che a tutti è dovuto, cercando al contempo, perchè certo non si può fare altrimenti, di tenere gli occhi ben aperti..

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  11. rozmilla ha detto:

    Concordo con quello che dici, Francesco. E penso anche che io e te dovremmo faticare non poco per trovarci in contrasto su qualche aspetto. Parlarne poi, o scriverne, è un po’ più complicato.
    La gentilezza è un’arte, che possiamo aver appreso da piccoli, dai genitori, dall’ambiente in cui siamo cresciuti. Qualche volta però può essere semplice cortesia, anche un po’ ipocrita, ma anche quella è meglio di niente. Mentre la gentilezza di cui tu parli credo sia la gentilezza di stile buddhista, fondata sulla compassione, condivisione del dolore che ci accomuna, e consapevolezza che siamo tutti manchevoli, imperfetti, umani, e che abbiamo l’obbligo di aiutarci l’un l’altro. E su questo punto, credo che se io non cercassi di essere gentile, allora sì che sentirei di diminuire me stessa senza essere neppure utile all’altro. Ma non so se riesco ad essere abbastanza gentile, vorrei, ci provo, ma credo di dover imparare ancora molto.
    Sul fatto che non possiamo partire dal presupposto che gli uomini attorno a noi siano tutti lupi, mi trovi del tutto in sintonia, anche se questi propositi vanno poi verificati in concreto.
    Anzi, se si pensa che l’altro sia un lupo, è molto facile che l’altro si comporti di conseguenza, o che comunque si interpretino i comportamenti dell’altro come se fossero quelli di un lupo. Mentre se non non giudichiamo l’altro come un lupo, forse riusciamo a parlare anche a chi magari un pochino lupo in quel momento lo è davvero. A mediare, insomma.
    Tutti noi abbiamo la possibilità di essere sia lupi, e sia agnelli, entrambi gli aspetti possono appartenerci – a meno di non essere santi.
    Però: se io parlo (da lupo) al lupo, molto probabilmente mi risponderà il lupo. Se invece parlo (da agnello) all’agnello, forse c’è qualche possibilità che mi risponda l’agnello. Questo sempre in linea di massima ..
    e ad esclusione dei casi di psicopatologie gravi, visto che molti fatti di cronaca nera sembrano dirci che ci son casi in cui qualcuno entra in tunnel così neri da non riuscire più a trovare la via d’uscita, ecc..

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  12. Francesco ha detto:

    Come non concordare con quello che hai così bene spiegato (dispiegato mi verrebbe da dire, nel senso stretto di aprire, distendere su un piano ciò che prima era piegato, e quindi nascosto dalle pieghe)? Mi piace questa tua capacità di chiarire. Io adoro la chiarezza di chi parla o scrive, perchè è una virtù rara. Sai cosa diceva Galileo? Diceva: Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro, pochissimi. E non lo dico per piaggeria, credo proprio che tu sia tra questi pochissimi..
    Basta così, che poi rischio di diventare melenso..
    Dunque.. dicevo.. Ah si.. Il lupo.. l’agnello.. siamo un pò lupi e un pò agnelli.. l’agnello nel lupo e il lupo nell’agnello. Vien da pensare al simbolo Yin-Yang. Un pò di luce nel buio e un pò di buio nella luce. Vero. Ed è anche vero che la reazione di un altro varia a seconda del modo in cui gli rivolgiamo la parola. A tal proposito mi viene in mente una cosa detta da Goethe (che adesso non posso citarti – perchè non l’ho a portata di mano – ma che farò in modo di farti conoscere, perchè è troppo bella), relativamente agli effetti che vengono prodotti nell’altro se consideriamo l’altro in un modo piuttosto che in un altro (..ancora un po’ e ci inciampavo, in tutti questi “altro”). Dice più o meno quello che dici tu, con altre parole ovviamente, a dimostrazione del fatto che quando parliamo abbiamo davvero una grande responsabilità. Perchè quanto viene detto e il modo in cui viene detto non può non produrre degli effetti in chi ci ascolta. E di questo dovremmo sempre ricordarci ogni volta che apriamo bocca..
    un caro saluto..

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  13. rozmilla ha detto:

    Grazie, Francesco, sei molto gentile. Aspetto la citazione di Goethe, se ti va , quando la trovi..
    e un caro saluto anche a te

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  14. Carla ha detto:

    Oddio!….:-)
    (Goethe è il mio ‘poeta’ prediletto!)

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  15. Pensierodud ha detto:

    Cerco buone parole, per cominciare un altro giorno e, dopo quelle di “Memorie di Adriano”, trovo queste di Saramago. E pensavo….Saramago, grandissimo scrittore, ha abbattuto il primato della parola. Lui che di parola (nel senso più pieno) è vissuto. Paradossale? Mi è venuto in mente un grande maestro di arti marziali che un giorno mi disse: “Lo scopo dell’arte marziale è la pace. Ma per arrivarci, bisogna passare attraverso l’inferno del combattimento”. Così mi viene da pensare che quando qualcuno esplori un percorso fino in fondo, con tutto se stesso, possa arrivare in un luogo estatico. Dove non c’è neppure più movimento ma forse solo l’essenziale in tutta la sua purezza.
    Buona giornata a te e ai tuoi lettori.
    D

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    • rozmilla ha detto:

      cosa dire, caro Dud .. che forse lo scopo di tutte le parole potrebbero essere il silenzio? – che poi è il pensiero, o stato, che mi ha accompagnato durante il mese appena trascorso.
      Non so dire come o perchè accada, ma qualche volta la mente smette di lottare, abbandona l’illusione di poter raggiungere la sola e unica verità, la propria. Che quando la “propria” non è più importante di quella altrui, o di tutti, va a finire anche lo scopo di affermarla. Ma se questa è la meta nascosta dietro tutte le parole, lo scopo essenziale di tutto il gran filosolare .. a me sta bene.
      Si ha un po’ la sensazione di vedersi crollare un castello di carte davanti agli occhi, ma se era un castello di carte, quello che abitavamo, tanto vale allora che crolli. Rimane il silenzio, e l’ascolto.
      D’altra parte, viviamo in un mondo di rumore, al quale il silenzio non sempre può bastare. Il silenzio, come la non-azione, non ci sono ancora consentiti. Come il chiodo che schiaccia il chiodo, forse bisognerebbe usare le parole per scongiurarne le peggiori, o lenire le sofferenze che incontriamo nel vivere. Quale altro senso dare alle parole? a questo fiume di parole che scorre nel mondo degli uomini .. Ti ringrazio tanto per essermi vicino, e buoni giorni anche a te.
      milena

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