la penultima versione della realtà

La penultima versione della realtà, di J.L.Borges.

“Hay muchas cosas que yo amo en mi vida, y muchos, muchos más de lo que puede tener en la mano o contar con los dedos, y más tiempo pasa más veo que no seria suficiente añadir aún   los pies. El vello, tal vez, por suerte tengo bastante.  Del odio, en lugar de odios profundos, no se … tal vez porque sólo tengo una cabeza, aunque todavía gruesa, no sé cómo hacerle estar firme.  Es que  en algún momento vamos hacer la paz con el mundo, que si no la vida puede ser dura. El tiempo que queda. Y uno de mis amores es Borges, el gran viejo ciego que ve las cosas invisibles.”
 

¿

Da qualche tempo e da più parti mi capita di sentire, “dobbiamo riprenderci il tempo”, che forse potrebbe anche voler dire, “non accontentiamoci dello spazio”,  nesso logico che non farebbe una grinza, dal momento che l’opposizione tempo vs spazio, come l’unione dei due opposti, sembrano fare il paio nelle nostre menti calcolatrici binarie.
Attorno a questo apparentemente insolubile enigma, od opportunità di scelta sul quale l’uomo da secoli si va interrogando, ho furtivamente  ad hoc .. chiato, tra le “Discussioni” di J.L.Borges, il capitolo intitolato “La penultima versione della realtà”, ridendone forse più del necessario – ma non fateci caso, il mio è un umorismo di genere un po’ strambo.
E lo devo dire, l’ho letto sui gradini della veranda, al sole, dove talvolta mi siedo nella pausa dopo pranzo con un cappello di paglia sulla testa – giusto per specificare il tempo e lo spazio in cui ha preso apparentemente corpo questa lettura. Se non lo precisassi qualcuno potrebbe credere che non sia mai accaduto. Ma il giorno e l’ora? Fidatevi sulla parola.
Se inoltre affermassi che Borges, proprio lui, è lì con me in quei frangenti, so che non mi crederebbe nessuno, a meno di trovare un qualche folle disposto a farmi credito. Ma oggettivamente penso che non sarà  facile.
Ad ogni modo, il testo che sto per proporre è abbastanza complesso e andrà per le lunghe. Tenetevi forte o armatevi di pazienza certosina … se volete, altrimenti passate simpaticamente ad altro, ciò che più vi aggrada e piace – non  ne avrò male per questo.
 
Ora, sembrerebbe che il secolo appena trascorso pullulasse di bizzarre teorie che intendevano suddividere le differenti dimensioni, come quelle di tempo e spazio, attribuendole ciascuna ad un regno: animale, vegetale o umano.
Borges per questo inizia col citare un tale Francisco Luis Bernández, che in un suo libro cita a sua volta un tale Korzybski, che così dice:
 

“Tre le dimensioni ha la vita, secondo Korzybski. Lunghezza, larghezza e profondità. La prima dimensione corrisponde alla vita vegetale. La seconda dimensione appartiene alla vita animale. La terza dimensione equivale alla vita umana. La vita dei vegetali è una vita in longitudine. La vita degli animali è una vita in latitudine. La vita degli uomini è una vita in profondità.”

Questa la tesi  che Borges brillantemente va, se non proprio a confutare, per lo meno a trasfigurare su altri piani attraverso stravaganti alternative. Altre visioni dell’Essere, inaccessibili ad una mente puramente raziocinante – come la mia.
Innanzitutto Borges osserva che le tre dimensioni sono del tutto convenzionali, perché – separatamente – nessuna delle condizioni esiste: sempre si danno volumi, mai superfici, linee e punti. Mentre per quanto riguarda la profondità è claro che bisognerà considerarlo sinonimo di tempo.
Ma il rapporto di Bernándes prosegue:
 

“la vitalità vegetale si definisce dalla sua fame di sole. La vitalità animale nel suo appetito di spazio. (…) La differenza sostantiva tra la vita vegetale e la vita anomale è data da una nozione. La nozione di spazio. Laddove le piante lo ignorano, gli animali la possiedono. Le prime vivono accumulando energia, e gli altri, accumulando spazio. Sopra queste due esistenze, quella statica e quella erratica, l’esistenza umana divulga la sua originalità superiore. In che consiste questa suprema originalità dell’uomo? Nel fatto che (…) l’uomo fa provvista di tempo.”

Questa ripartizione ternaria del mondo, dice Borges, già da sé sospettabile perché fondata su una semplice comodità classificatoria, sembra inoltre presa a prestito dalla catalogazione quaternaria di Rudolf Stainer, che, seppur più generoso, vede l’uomo come una sorta di catalogo o di riassunto della vita non umana. Infatti Rudolf faceva corrispondere la permanenza inerte dei minerali all’uomo morto; a quella furtiva e silenziosa delle piante all’uomo che dorme; a quella smemorata degli animali quella dell’uomo che sogna. Padrone di queste gerarchie è, secondo lo stesso Rudolf, l’uomo, che ha l’Io: vale a dire la memoria del passato e la previsione dell’avvenire, vale a dire il tempo.
Proseguiamo, e prendiamo atto di come un eterogeneo gruppo di pensatori si siano espressi più o meno negli stessi termini: da Schopenhauer, che nel “Mondo come volontà e rappresentazione” scrive, “Sembra che gli animali non abbiano se non oscuri presentimenti della successione della durata, ecc..”, a Seneca, nelle “Epistole a Lucillo”, per citarne appena alcuni senza però approfondire oltremisura.
Sul fatto che gli animali non abbiano la concezione del tempo – così come persino molti teologi sostengano che essi (gli animali) non abbiano l’anima – bisognerebbe aprire un’altra disquisizione, direi io, ma ad ogni modo sembra che questa idea ancora oggi vada per la maggiore e furoreggi senza troppi intralci.
Lo scopo della dissertazione di Bernándes però si svela a tutto tondo nell’esortare l’umanità a riprendersi la terza dimensione – la profondità, vale a dire il tempo – perché solo essa potrà “avviare l’umanità verso il suo destino razionale e valido. E infatti continua dicendo, “Occorre – imperativo! – che l’uomo torni a capitalizzare secoli, invece di leghe. Che la vita umana sia più intensa, invece che più estesa”.
 
Domanda scontata: tutto il resto allora non ha valore? Sarà, ma già nel mio piccolo vedo che quando guadagniamo in profondità perdiamo purtroppo la superficie – ma quel che penso io qui ora non c’entra.
 
Anche Borges però dichiara di non capire, anche perché crede sia illusoria l’opposizione dei due concetti incontrastabili di spazio e tempo. E osserva anche che all’origine di questo equivoco vi è persino l’illustre Spinoza, che diede alla sua indifferente divinità – Deus sive Natura – gli attributi di pensiero (vale a dire, di tempo sentito) e di estensione, vale a dire, di spazio.
 
Diversamente dalle esposizioni più sopra, Borges ritiene che “lo spazio non è che una delle forme che integrano il gravido flusso del tempo. È uno degli episodi del tempo (…) ed è situato nel tempo, non viceversa. (…) e che accumulare spazio non è il contrario di accumulare tempo”, e nel dirlo porta ad esempio i conquistatori dell’India, gli imperialisti inglesi, che non solo accumularono lo spazio, ma si presero anche il tempo: “ossia esperienze, esperienze di notti, giorni, solitudini, montagne, città, astuzie, eroismi, tradimenti, dolori, destini morti, pesti, belve, felicità, riti, cosmologie, dialetti, dèi, venerazioni”.
 
Ora però vediamo dove Borges ci vuole condurre – sono tentata di copiarlo pari pari perché lo trovo più che splendido.
“Lo spazio è un incidente del tempo e non una forma universale di intuizione, come impose Kant. Ci sono intere province dell’essere che non lo richiedono; quelle dell’odorato e dell’udito.”
Ecco il punto!
All’odorato e all’udito non ci pensa mai nessuno.
Non proprio. Difatti  Spencer  nei suoi “Principi di psicologia” – parte settima capitolo quarto -, ragionando bene a fondo su questa indipendenza e riducendola all’assurdo, dichiara che “chi pensasse che l’odore e il suono hanno per forma di intuizione lo spazio, accerterà il proprio errore semplicemente cercando il lato destro e sinistro di un suono o provando ad immaginarsi un odore capovolto”.
E persino Schopenhauer aveva dichiarato questa Verità: “La musica è una immediata oggettivazione della volontà, come l’universo” – il che equivarrebbe a postulare che la musica non ha bisogno del mondo.
 
Ma vediamo il contributo che Borges aggiunge a queste due immagini illustri.
 

“Immaginiamo che l’intero genere umano si rifornisse di realtà solo attraverso l’udito e l’odorato. Immaginiamo così annullate le percezioni oculari, tattili e gustative, e lo spazio che esse definiscono. Immaginiamo pure – accrescimento logico – una più raffinata percezione di ciò che registrano i sensi restanti. L’umanità – resa così fantasmale, a nostro avviso, da una simile catastrofe – continuerebbe a ordire la sua storia. L’umanità dimenticherebbe che una volta c’era lo spazio. La vita, all’interno della sua non gravosa cecità e della sua incorporeità, sarebbe altrettanto appassionata e decisa quanto la nostra. Di tale umanità ipotetica (non meno ricca di volontà, di tenerezze, di imprevisti) non dirò che entrerebbe nel proverbiale guscio di noce: affermo che si troverebbe fuori e assente da ogni spazio.”

E ammettiamolo allora: essere fuori da ogni spazio, potrebbe rivelare i suoi bei vantaggi – non vi pare?
Per esempio potremmo essere invisibili.
E lo ammetto, da parte mia da qualche tempo ci sto facendo un pensierino ..
E voi, uno o l’altro, a caso, non siete anche voi un po’ tentati anche soltanto dall’idea?
Ma anche: non lo siamo già un pochino?
 
 
Note: prossimamente su questo schermo apparirà la storia della donna invisibile.  
Qui sotto la potete vedere ancora per qualche tempo, prima che – accidentalmente – svanisca  dallo spazio risibile.
 
 
 
O dell’uomo invisibile. Depende – la direzione non ha ancora deciso chi dovrà scomparire prima – por esto, depende.  A partir de ese punto de mira el mundo entero depende.
 
 
Galleria | Questa voce è stata pubblicata in Borges, humor, spazio, tempo. Contrassegna il permalink.

2 risposte a la penultima versione della realtà

  1. Carla ha detto:

    per ora mi soffermo sull’immagine, bellissima, della donna invisibile….

    Mi piace

  2. rozmilla ha detto:

    è vero, Carla, anch’io farei la stessa cosa.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.