Posidonia …

 

                                                   
” .. partecipo ancora alle delizie del nuotatore carezzato dall’acqua. (..) Ho creduto, e nei miei momenti migliori lo credo ancora, che in tal modo si potrebbe partecipare all’esistenza di tutti; e questa simpatia essere uno degli aspetti meno revocabili dell’immortalità. Ho avuto dei momenti in cui questa comprensione ha tentato di oltrepassare la sfera dell’umano, si è rivolta dal nuotatore all’onda. Ma poichè in questo campo non vi è nulla di preciso a rendermi edotto, entro nella sfera delle metamorfosi, che appartengono al sogno.”
                              da “Le memorie di Adriano” – Marguerite Yourcenar
     

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Una cosa così ovvia, del tutto inutile da pensare, eppure stava considerando  quanto, come non mai, sentisse di dovere la sua esistenza al fatto di possedere, essere un corpo. Qualsiasi cosa facesse, come nuotare ed esplorare i fondali marini, poteva farlo soltanto perché c’era questo suo corpo. E poteva pensarlo, anche, perché il corpo, che lei era, le dava la possibilità di farlo.
– È una fortuna sfacciata – si diceva – e non so cosa abbia fatto per meritarmelo. Praticamente nulla.
 
 
Sembra che le cose accadano per caso. Due gameti s’incontrano e si fondono,  mettono in comune, ognuno, il corredo che ricostituirà il nuovo individuo, intero –  peso e massa che accrescono nel tempo,  e vanno ad occupare uno spazio definito.   
Il resto a seguire.
Ma adesso, tutte le piccole o grandi pene, crucci o tormenti, che inevitabilmente s’incrociano vivendo, non avevano che il peso di un nonnulla di fronte a questa sfrontata fortuna di esistere – che anche mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro che aveva accumulato, finora, pareva che i pro battessero i contro diecimila a uno. Diecimila buoni motivi, come i diecimila esseri del Tao, o i diecimila bilioni di cellule del suo corpo.
 
Si sentiva così soddisfatta di quel semplice esistere respirando nella luce, che non si dava neppure la pena di cercare le parole che potessero corrispondere a quello stato. Il silenzio, su tutta la linea dell’orizzonte, e l’ascolto del rumore delle onde che si frangevano sui sassi della riva, riempivano ogni spazio vuoto di sé, più di ogni musica o frase composita in bello stile.
Immergersi nelle acque salate e nuotare verso il largo mentre il colore del mare si faceva via via più blu più limpido e più freddo, verso i banchi di posidonia verde scuro, tra pesci silenziosi, salpe, occhiate, saraghi, aguglie, e quei minuscoli pesci brown  dai riflessi blu indigo, che riusciva a scorgere soltanto quando la luce del sole cadeva a perpendicolo. Puntolini  che brillavano nella luce attutita del fondo.
 

Nessuna felicità poteva competere, nessun’altra cosa. Viveva per e in quell’acqua fredda, e in quella luce, dimentica di ogni altra possibilità di esistenza.
Tornata a riva, liberava dalla salsedine  quella sua pelle fin troppo delicata con qualche decilitro di acqua dolce che si portava appresso in una bottiglia di plastica – un litro e mezzo per cinque bagni, calcolava – l’asciugava e proteggeva con generosi strati d’ottima crema – prodigiosa, avrebbe tenuto a dire se avesse avuto ancora la parola – che gli evitava quei fastidiosi eritemi per i quali aveva sofferto gli anni precedenti, e si sdraiava all’ombra dello stesso sbrindellato ombrellino, compagno di innumerevoli estati, indifferente agli spigoli delle pietre che premevano sin nelle ossa, leggendo e mangiando pane e uva, bevendo  vento, fino a quando la calura cominciava ad essere appena insopportabile.
 
Era il segnale che aspettava per il solito rituale  protettivo: olio di cocco sui capelli, scarpette maschera e boccaglio, e via a tuffarsi di nuovo in quel paradiso sommerso, a volte limpido altre meno, fino al tramonto, quando la superficie dell’acqua talvolta è uno specchio d’argento, e le nuvole, quando ci sono, sono bioccoli rosa pallido con riflessi di neve.
Persino la notte, ripeteva nei suoi sogni, ininterrottamente gli stessi  giochi ..
 
 
                                                                                                               Animula, vagula, blandula
                                                                                                    hospes comesque corporis,
                                                                                           quae nunc adibis? In loca
                                                                                 pallidula, rigida, nudula
                                                                         nec, ut soles, dabis iocos ..
 
            Un istante ancora, guardiamo  insieme le rive familiari ..  ( Aelius Hadrianus )
 
 
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2 risposte a Posidonia …

  1. bortocal ha detto:

    ho condiviso questa sensazione qualche giorno fa in un risveglio mattutino nella mia casa italiana e, prima, nelle tante giornate senza impegni della mia casa tedesca.
    ho notato che questo benessere del corpo cresce con l’avanzare degli anni, e mi pare un segno di una saggezza che invade lentamente.
    noi del resto siamo il nostro corpo, non lo possediamo, non c’è altra saggezza che in lui, quando si vede per quel che è, un mulinello nella corrente.

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    • rozmilla ha detto:

      Ciao Bortocal. Avevo letto del tuo risveglio mattutino, con le immagini sui tetti nella luce rosata dell’aurora. Di quand’era, della scorsa settimana?
      Sai bene che non leggo tutto quello che scrivi ma, secondo me, fra i tuoi scritti che ho letto, quello è fra i più belli, intensamente lirico e sentito, e fresco.. e aggiungo anche .. tenero.
      Al mare ho fotografato dei cieli al tramonto che avevano la stessa luce rosa della tua aurora. Quasi la stessa. Ma in fondo fra il tramonto e l’aurora c’è di mezzo solo la notte, e il sogno. Anche Adriano considerava la vita .. Sogno.
      Ho avuto dei dubbi se scrivere “possedere”, perché so bene che siamo il corpo che siamo, e che più che altro lo abbiamo in prestito. Ma poi ho deciso di lasciarlo così. Forse perché mi sembra giusto rispettare il sentimento di Posidonia, che ha ancora questa idea primitiva di possesso del suo stesso corpo, visto che è l’unica cosa che ha. Io non me la sono sentita di toglierle anche l’ultima illusione, almeno per il momento ..
      Che ne dici, gliela lasciamo?
      (anche perchè, ho persino il sospetto che non veda bene la differenza fra essere e avere, fra personale e impersonale)

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