bamboo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho il ricordo ancora nitido – di luci, ombre e odori nell’aria – del momento in cui, almeno venticinque anni or sono al termine di una vacanza in Corsica, Jean-mi ci regalò un cespo di bamboo staccandolo da un bambuseto che si era sviluppato attorno a una sorgente nei pressi della sua casa, originario a sua volta da un bambù che aveva portato con sé da un viaggio in India, e che, alcuni giorni dopo una memorabile traversata con mare forza nove, abbiamo messo a dimora nel giardino sul retro della nostra casa.

Era una pianta che ci era sconosciuta, come moltissime altre cose d’altronde. Quello stesso giorno mio fratello, più esperto di giardinaggio di quanto lo fossimo noi allora, ci avvisò che non sarebbe stato facile tenerla sotto controllo. Ce ne saremmo accorti strada facendo, non aveva tutti i torti. D’altra parte abbiamo avuto difficoltà a tener sotto controllo, senza riuscire a liberarci, di altre forme vegetative spontanee come la gramigna, o seminate come la dicondra, tanto per nominarle alcune.

Si è soliti dire “bambù” come fosse un singolare, quando invece è una di quelle piante la cui singolarità sta nell’esistere soltanto in forma plurale. È vero che possiamo riconoscere ogni stelo, o culmo per l’esattezza, di bambù ben distinto uno dall’altro, ma di fatto si tratta di tribù di steli strettamente intrecciati e collegati fra loro dai rizomi dai quali prendono l’avvio. I rizomi creano una rete sotterranea più o meno fitta, e a seconda dello spazio di cui dispongono si espandono in modo tale che in alcune specie sembrano viaggiare in ogni direzione, per dieci metri se non oltre, finché non incontrano qualche ostacolo invalicabile. I circa dieci metri che menziono li ho approssimativamente misurati nel mio giardino, che non li supera; mentre credo che se il nostro bambù non avesse incontrato l’ostacolo dei muretti di recinzione – di cemento armato e profondi almeno un metro – li avrebbe tranquillamente oltrepassati.

Fatto sta che, impiantato sul retro, pochi anni dopo i suoi rizomi avevano migrato fino all’estremo limite opposto, così che in primavera vedevamo i nuovi germogli spuntare davanti a casa. E si capisce perciò quanto fosse ingombrante il nostro tenero vegetale in un giardino di così modeste dimensioni.

Per alcuni anni abbiamo cercato di limitarne l’espansione estirpando i rizomi viaggiatori e circoscrivendo la zona – che noi avevamo deciso potesse occupare – con delle lastre di cemento collocate in profondità formando uno pseudo-recinto – molto “pseudo”, a dire il vero, poiché non gli ci volle molto per riuscire a infilarsi tra le fessure delle lastre e a superare le barriere imposte.

Ho sempre pensato che il motivo per cui facesse viaggiare così a così grande distanza i suoi rizomi, era di raggiungere condizioni migliori. Sopravviveva comunque rigoglioso dove si trovava, ma in particolar modo credo che cercasse acqua, umidità, qualche polla sotterranea, se non addirittura uno stagno, sulle cui rive probabilmente si sarebbe fermato.

Ma in certi momenti ho avuto il sospetto che in qualche modo sentisse di stare in un luogo chiuso, chiuso dai vari muretti di recinzione prima, e in seguito di contenimento, e che il suo istinto lo spingesse a cercare sempre una via di fuga, con forza e costanza ammirevoli che di certo non potevo biasimare. Per anni ho combattuto fra l’ammirazione per quest’essere tenace dallo spirito nomade, e la seccatura di dover lavorare più di quello che mi potevo permettere per tenerlo a bada. Una convivenza difficile, non c’è che dire.

D’altro canto è una regola che ho potuto constatare con una certa assiduità. In molte occasioni, durante la pratica del giardinaggio nel piccolo spazio che curo, ho verificato di frequente come la lotta tra noi, poveri umani, e la forza della natura sia quasi sempre senza speranza. Per piegarla al nostro volere bisognerebbe ogniqualvolta opporle una forza uguale e contraria non priva di effetti collaterali, motivo per il quale molto più spesso di quanto un giardiniere tecnologicamente evoluto reputerebbe opportuno, decido di non intervenire più di tanto lasciando che le cose procedano “secondo natura”.

Nel caso del bambù, invece, alla fine abbiamo deciso che non potevamo conviverci ancora a lungo, pena un eccessivo spreco di tempo ed energie, nel tentativo superiore alle nostre forze di tenere sotto controllo la sua marcia territoriale.

Per anni mi ero personalmente dedicata a ripulire ogni primavera il nucleo centrale, estirpare gli steli secchi e i rizomi viaggiatori, oltre che a raccoglier foglie e guaine sparse in abbondanza, avendone in cambio alcuni fasci di nuove canne di bambù a stagione che utilizzavo nell’orto come supporti per tutte quelle piante che non si reggono da sole.

Se oggi ho un piccolo rimpianto, è di non aver provato a mangiare i germogli che in primavera, appena dopo le piogge abbondanti di maggio spuntavano numerosi. Eppure erano lì, a portata di mano. Ed è un peccato, perché ancora non conosco la sensazione di sgranocchiare i teneri germogli appena colti, quale sia il sapore, cosa provi un panda in quelle occasioni. Ma ora – guardando il cespuglio che è spuntato da una sezione di rizoma che è sfuggita alla furia distruttiva del giardiniere, nascondendo un sorriso di compiacimento per il fatto che egli, il bambù, non sia scomparso del tutto – mi dico, Basta solo dargli un po’ di tempo, basta aspettare, e può darsi che .. non mancherà l’occasione.

 

Ho riletto quello che ho scritto finora, e devo dire che la cosa che un poco mi sbalordisce – oltre al fatto che avevo tutt’altre intenzioni, prima che il narrare del bambù concreto col quale in un certo senso ho convissuto, mi prendesse la mano – è di averne parlato in terza persona singolare: il bambù, “egli”.
Una grammatica corretta, anche se l’italiano non prevede la forma neutra, lo avrebbe trattato come una cosa qualunque, tutt’al più un “esso”, che infatti il pronome “egli” di solito lo riserviamo alle persone.
Il motivo di questa mia svista – ma sarà una svista? – è che pensando al bambù forse penso allo “spirito” del bambù, senza per questo voler fare dello spiritismo o dire spiritosaggini. Se qualcuno conoscesse lo spirito del bambù, infatti, saprebbe che non è cosa da trattare come una cosa qualunque. Ma credo che nessuna cosa sia qualunque, quando osservandola se ne scorgono caratteristiche morfologiche,  relazioni fra cose e cose.
 
Del resto, per analogia, si potrebbe dire che esista lo spirito del pino, o lo spirito del pruno, o del melo, o della vite, o dell’ulivo e così via. Ma per non fare confusioni sarà meglio considerare uno spirito per volta – quello del bambù, per il momento – sempre ammesso che esista un tale spirito e che sia alla portata della nostra comprensione – umana comprensione, s’intende.
A scanso di equivoci, ribadisco che posso cercare di esprimere solo e come sempre quello che è alla mia portata, senza pretendere che possa valere in assoluto, è chiaro, e consapevole che potrebbe non interessare ad alcuno. Ma poiché d’altronde sono mie considerazioni, per ciò stesso sono a me care. Più o meno care, qualche volta anche scontate.
E infatti nei giorni scorsi, incuriosita dal mio pensare al bambù, ho fatto alcune ricerche e ho scoperto che per esempio i giapponesi dicono che una persona è saggia quando ha la mentalità del bambù. Ovvio che questo fa parte delle tradizioni popolari, in ogni parte della terra ne troviamo di proprie, diverse l’una dall’altra, talvolta similari – sul bambù ne ho trovate in abbondanza, ma non starò ad elencarle ora. Non essendo però il bambù una pianta cresciuta spontaneamente nelle nostre zone, di tradizioni sul bambù qui da noi non vi è traccia. Qualcuna meno da distruggere, dirà qualcuno .. e così sia.
 
Sarà forse per questo che nessun padre europeo si sognerebbe di augurare a un figlio di crescere somigliando ad un bambù; mentre potrebbe facilmente desiderare che un figlio cresca forte e possente come una quercia, ad esempio. Considerando però la misera fine che ha interessato una delle nostre querce più illustri,  non trovo quest’augurio di buon auspicio. “Si spezza ma non si piega”, sarebbe il suo motto. Al contrario del bambù, del quale si potrebbe dire l’opposto, “Si piega ma non si spezza”. Cosa per altro non del tutto vera se si prendono in considerazione le dovute eccezioni, anche se indubbiamente la flessibilità è fra le sue caratteristiche più note. Svetta dritto come un fuso e si piega sotto il peso della neve fino a terra senza spezzarsi, assorbe gli urti, si flette come un arco, china la testa. Cedevole, elastico e malleabile, flessibile .. sembrano le qualità del perfetto lavoratore che ogni industriale vorrebbe aver al soldo ..
Se non che purtroppo è anche longevo, per cui sarebbe dispendioso per le casse dello stato, trapassando raramente prima di ricevere la pensione. Certo non si può aver tutto dalla vita, bisogna che qualcuno si accontenti. Ma non lui. Perchè egli non è un tipo che s’accontenta, come ho già detto – considerando il suo spirito nomade, sempre alla ricerca di condizioni migliori.
L’aspetto però di cui avrei voluto parlare prima di tutto e che mi limito ad accennare soltanto, è il suo essere vuoto. Poiché è al suo esser vuoto che deve la sua flessibilità e resistenza – tanto che vien logico pensare che abbia tutte le buone ragioni per mantenersi vuoto.
E’ per il suo esser vuoto che egli può accogliere ogni cosa ..
Anche  l’inverno .. senza perdere le foglie.
 
 
 
 
 
 
 La raffica d’inverno
sprofonda nei bambù
e si calma
 
Basho
 
 
 
 
 
 
 
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8 risposte a bamboo

  1. bortocal ha detto:

    bello.

    è straordinario quante parole occorrano per dire quel che ad una pianta riesce senza parole.

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    • rozmilla ha detto:

      Ciao Mauro, è molto vero .. il borforisma .. (e grazie per il complimento)
      Hai visto di quale sfoggio di parole sono capace? Anche tu non scherzi, però .. 😉
      Da parte mia, un esercizio per sgranchirmi, che forse i troppi bagni in mare mi stavano trasformando in una specie di granchio antropomorfo con le giunture arrugginite.
      La cosa però più difficile, più che scrivere, è tagliare il superfluo. Come nella tecnica dell’acquerello, il trucco non starebbe soltanto nel mettere, ma anche nel levare, lasciare spazi vuoti per l’immaginazione altrui. Mentre talvolta, come in questo caso, mi trovo davanti questi blocchi di parole così incastrati l’uno con l’altro che non riesco a capire cosa togliere senza far crollare tutta la costruzione. Allora la lascio così com’è, augurandomi di riuscire meglio la prossima volta.
      Ma che le piante non abbiano le loro “parole”, qualche dubbio mi resta. Forse siamo noi che non conosciamo il loro linguaggio, questo sconosciuto – che forse conosciamo a malapena il nostro ..
      Ma possiamo benissimo credere, se ci va, di essere la forma vivente più comunicativa di tutte le altre, soltanto perchè utilizziamo caterve di parole molto spesso per non dire niente, e senza che siano utili a metterci in sintonia con quello che ci circonda.
      Ma se vogliamo addentrarci nell’autocritica un po’ estrema, ti dirò che il pensiero, quindi la parola, a volte mi paiono delle forme di violenza, delle affermazioni di sè fine a se stesse. Ma non sempre ..
      E comunque, sia le piante che noi esseri umani, si fa quel che si può. Io pure.
      E a pensarci bene, non si appropria del mondo, il bambù, quando si espande coi suoi rizomi? Lui usa i rizomi, forse noi anche le parole. Quindi forse a noi le parole sono necessarie come a lui (o lei) i rizomi. Forse.

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      • bortocal ha detto:

        carissima,

        scusa per il ritardo di questa risposta, mi ero dimenticato di cliccare sulla notifica, e quindi pensavo che tu non avessi replicato (a volte ho di queste distrazioni).

        sì, è lunga la strada per arrivare ad essere saggi nel modo stesso che lo sono le piante; per questo ci tocca tanto agitarci senza solidi appigli e tanto sventolio di parole.

        parlare non sempre è comunicare, ed apparteniamo ad una cultura, quella greco-giudaica sfociata nel cristianesimo che ha dato un peso esasperato alla Parola, o Verbum.

        credo quindi che le piante ci insegnino la comunicazione, ma che siano libero dal peso della verbalizzazione, che spesso appare come un filtro rispetto al vissuto, anche se a volte dobbiamo usare questo filtro proprio per liberare il vissuto dalle sue incrostazioni.

        non sempre penso che occorra lo sforzo di togliere il superfluo dal flusso dei pensieri verbalizzati che ci costringono a deporli sulla carta o sullo chermo perché altri vi accedano.

        operazione di semplificazione che comincia con la difficoltà di individuare che cosa lo è davvero, superfluo.

        però personalmente a volte sperimento una forma espressiva altra, fondata sulla sintesi estrema, che acquista in risonanza tutto quel che perde in definizione: diciamo che sono i post da fisica quantistica delle particelle, che ho definito borforismi.

        mi pare che tu scriva molto bene, secondo altre modalità che sono tue, e sinceramente non ho trovato sinora la ridondanza del superfluo.

        ops, ecco che credo di avere usato diverse parole superflue!

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        • rozmilla ha detto:

          Questo tuo borforisma è un vero rompicapo, perché anche ammettendo la saggezza delle piante, che non hanno bisogno delle parole per comunicare, noi umani l’esprimiamo con altrettante parole, più o meno abbondanti a seconda delle modalità espressive. E d’altronde non possiamo uscire dalla condizione umana che si serve delle parole per comunicare. Ma anche noi umani potremmo esistere benissimo senza parlare e senza comunicare, e talvolta lo facciamo. Però se lo facessimo in modo continuativo diventeremmo quasi “vegetali”, e forse non saremmo soddisfatti nemmeno di questa condizione.
          Io direi di lasciare che le piante siano piante, e a noi umani di continuare ad “errare” un pochino ancora come esseri umani, pur con tutti gli errori che potremmo manifestare essendo esseri umani parlanti, o verbalizzanti E non vedo come potremmo volere che sia diverso da quello che è ..
          Ma se verbalizzando riusciamo a togliere qualche incrostazione, ben venga .. la scrittura come terapia “scrostante”, è una buona idea.
          Se riuscissimo davvero a scrostarci di tutto il calcare che si è depositato negli anni, forse allora diventeremmo simili a canne di bambù, cave, vuote nel loro interno. Come flauti?

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  2. Pingback: lo spirito del bambù. « Cor-pus

  3. _r_ ha detto:

    C’e’ una meta
    per il vento dell’inverno
    il rumore del mare

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