Gattus – felis

Se c’è chi crede seriamente all’egemonia della specie umana sugli altri animali, anche soltanto osservando un gatto potrebbe trovare buoni motivi per ricredersi – e ogni occasione è buona per ricredersi, non soltanto sui gatti.

I gatti .  Per quanto “domestici”, dubito della nostra supremazia su queste creature. La mia esperienza mi dice piuttosto il contrario, o tutt’alpiù di relazioni di simbiosi coi nostri gatti domestici, che pur essendosi adattati a convivere con gli esseri umani rinunciando la loro condizione selvatica, di certo non mi hanno perso la loro indipendenza, che è il loro carattere che più amo, e rispetto. Opportunisti, magari, ma mai servili.

Un certo grado di interdipendenza è inevitabile in ogni convivenza. Se riteniamo che dipendano da noi perchè  ricevono cure e cibo senza doverselo procurare da soli,  quello che noi riceviamo da loro non potremmo trovarlo in nessuna altro essere che non sia, appunto, un gatto domestico. Potremmo farne a meno, certo, come loro di noi. Non so se è accettabile, ma mi vien da pensare che i gatti abbiano una sorta di aurea, qualcosa difficilmente definibile razionalmente. Sono sempre io che lo penso, ovvio, come sono anche io che lo sento. Cosa senta un gatto lo può sentire solo un gatto, visto che “è” un gatto. Ma la convivenza con un gatto ci insegna a comprendere molte cose senza dover ricorrere a pensieri e parole. I gatti ci insegnano, o rammentano, un linguaggio che abbiamo dimenticato. Poi però sta a noi impararlo, se vogliamo.

Qualche anno fa scomparve la mia gatta. Era una gatta siamese che mia figlia aveva salvato dalla prigionia portandola via dalla vetrina di un negozio di animali. La chiamavamo Cippy Lippy: nome ( e cognome) piuttosto insulso, al quale comunque non rispondeva. Se ne fregano i gatti, sia dei nomi che di dar retta alle nostre regole. Ma era molto educata, non ho mai dovuto insegnarle nulla, e nemmeno ho potuto. L’unica cosa è che qualche volta gridavo “NO” quando saliva sui tavoli, e allora lei se la filava. Poi comunque quando le pareva ci tornava lo stesso. Non so come facciano gli addestratori di gatti da circo ad ammaestrare i gatti, non vorrei essere al loro posto, e neppure al posto di quei gatti. Cippy è stata con noi circa nove anni, poi un pomeriggio è scomparsa, e non è più riapparsa.

Ho sempre pensato, e ripensandoci sono ancor più persuasa, che la nostra vita girasse attorno a lei. Era una presenza importante, tanto che qui da noi era considerata “una di famiglia”. Una presenza silenziosa, ma di carattere. Le bastavano cenni di miagolii, uno diverso dall’altro a seconda di cosa voleva: aprimi la porta, dammi da mangiare, o vieni a vedere cosa ho catturato. In realtà lei non chiedeva, esigeva, e anche se non erano esigenze gravose le reclamava; e se non obbedivo prontamente ai suoi ordini andava sui tavoli a mordicchiare libri, carte e documenti, bollette del gas e del telefono, finchè non mi davo una mossa.

Una delle sue abitudini era di partecipare ai nostri pranzi, non a tavola, s’intende, ma nella sua ciotola; e siccome finiva prima di noi, se ne stava sull’attenti ad aspettare che finissimo il pranzo o la cena per godere insieme a noi i momenti di riposo pomeridiano e serale; e quando ci attardavamo, il suo miagolio appena accennato sembrava dire, E allora, ma quanto la fate lunga? E quanto ancora mi fate aspettare? Anche in quel caso la sua volontà era dritta come un fuso, senza tentennamenti, limpida ed essenziale. E come darle torto, dal momento che condividere con lei i nostri momenti d’ozio era diventata una routine irrinunciabile, oltre che salutare. Da quando lei è scomparsa, quei momenti non hanno più molto senso, e almeno io vi ho rinunciato. Così come mi manca il suo peso sui miei piedi, quando la mattina veniva a cercare un po’ di calore in fondo al letto. Era sempre presente, costante, nella nostra vita, e interveniva in molte situazioni.

La cosa più incredibile succedeva quando a qualcuno capitava di alzare i toni durante una discussione. Lei stava lì, attenta ad ascoltare, ma appena i toni superavano un certo limite – lo sentiva tra le vibrisse – mostrava la sua contrarietà attaccandosi alle gambe di uno o l’altro degli sventurati, e guardandoli intensamente attirava la loro attenzione con un miagolio dolente, come un pianto, che sembrava proprio dire, Ora basta, smettetela, ma vi pare il caso? E generalmente otteneva il suo scopo. I litiganti quasi sempre sospendevano la discussione per l’attimo di un sorriso, l’attimo utile per riuscire a vedere se stessi nella situazione ridicola in cui si trovavano – che poteva esser biasimata da un gatto, più saggio di loro, a quanto pare.

Si sa che per un gatto domestico la casa è un luogo speciale, è la “sua” casa; “sua” non nel senso di “sua proprietà”, ma piuttosto nel senso che il gatto è il custode della casa, con tutto ciò che vi è compreso: cose animate e inanimate, abitudini, spazio e tempo presente.  E tutto ciò che è al di fuori di quello spazio “magico”, l’esterno, è una minaccia. Protegge, non solo i confini esterni, ma anche i limiti interni da ciò che può essere dannoso. Un custode eccellente. Se non fosse un po’ troppo esclusivo sarebbe anche il compagno perfetto, col quale trascorre la vita intera.

Purtroppo e nel migliore dei casi, la vita di un gatto può attraversare appena una parte di una vita media umana. Così che prima o poi ci ritroviamo orfani. Orfani di gatto. Bisognerebbe inventare un neologismo per indicare la condizione e il sentimenti luttuosi che accompagnano la scomparsa di questi nostri compagni animali.

Non oso dire, Ho amato un gatto, ma di certo posso dire di aver condiviso una parte di tempo con un gatto, e che fra noi c’è stato un certo legame, una relazione.        La relazione è sempre qualcosa di altro: ci sono i due soggetti, e c’è una terza creatura, la relazione, che comunque modifica sempre un poco i soggetti quando essi s’incontrano nel mezzo. Ma forse con un animale esiste una soprappiù di differenza perché ci mette più facilmente in contatto con parti di noi che tendiamo a sottovalutare. Mi chiedo però se le relazioni con gli animali non ci siano così gradite anche perché meno impegnative delle relazioni con gli esseri (apparentemente più) simili a noi, gli umani. Ma non mi azzardo a fare simili paragoni, preferisco limitarmi a pensare che siano relazioni diverse, così come ogni relazione è diversa da un’altra, che siano cose, piante, animali o esseri umani.

Da quando Cippy è scomparsa, non sono più riuscita a decidermi a scegliere un gatto “nuovo”. Adesso, fra non molto, mi sa che ci siamo – ma non contateci troppo.

Però, ripensandoci, mi chiedo se sia davvero possibile “scegliere” un gatto. Il solo pensiero mi fa venire un brivido – sbigottimento! Come il gesto di prendere un cioccolatino o l’altro in pasticceria? O magari una serie, da diporre per benino in una bella scatola dorata. Ma un gatto non è un cioccolatino, non si può scegliere! Neppure un gatto si può scegliere.   E se invece fosse  lui (o lei) a scegliere me?  Ma  è più probabile che ci sceglieremo assieme.  

 

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Gli acquerelli sono  di  roberto Tosato –  acquerellista  (appena possibile inserirò più precise informazioni).

Note post-post: un post un po’ noiosetto, lo ammetto, persino per me. Che fra tutte le parole che ho scritto, mi piacciono di più gli acquerelli di Roberto.
Ma Roberto mi ha anche detto:
 – Bisogna saper lasciare andare… gli oggetti, la carta, e anche i pensieri messi su carta… e’ zen …
Vero!
– Ah.. a saperlo fare! – ho detto io.
Ma poi, siccome trovo sempre, o quasi, un escamotage per salvarmi sul rotto della cuffia (che cavolo significa il rotto della cuffia?), ho pensato di lasciarlo andare così com’è .. lo stesso.
E così è andato. Partito, come un siluro di carta un po’ troppo pesante, ad infilarsi nella sabbia, senza esplodere però, e  questo un po’ mi consola.
 
 
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6 risposte a Gattus – felis

  1. bortocal ha detto:

    noiosett? che cosa ti salta in mente?

    l’ho letto con la giusta lentezza (dimenticando per un momento i neutrini).

    qua e là mi sono fermato e ho pensato ai gatti della mia vita:

    il gattino ucciso dal canelupo dei vicini che mi ha insegnato la morte e la crudeltà della natura.

    Mícele, la gatta selvatica multicolore, catturata con uno stratagemma e poi diventata l’essenza della casa, che mise al mondo quattro gattini la notte che arrivò la televisione a casa mia, q957, e mi insegnò la maternità e la nascita; la trovammo una mattina con la testa spaccata e un occhio fuori dalle orbite, e mi insegnò anche la ferocia degli uomini.

    il gattino nero suo figlio, che divenne un compagno di giochi perfettamente umano, sparì casualmente al momento di un trasloco, ma io sapevo che l’aveva disperso mia madre e mi insegnò la crudeltà di mia madre.

    Angora, un manifesto dell’eleganza gattesca che riportò il gatto nella mia vita adulta.

    Rosetta, che mise al mondo 48 gattini, difficili da sistemare, fu poi dispersa da mia moglie,ma seppe tornare a casa, stremata, e mi fece capire che mi ero cercato una donna che riproducesse l’aridità sentimentale di mia madre.

    Tao, che appartenne alla terza fase del mio rapporto dei gatti, mi fu regalato da un’amica che si trasferiva a Lipari e io lasciai a mia volta ai miei figli, al momento che mi trasferii in Germania.

    ho rinunciato ai gatti per via dei viaggi nel mondo in cui non saprei a chi lasciarli oggi, ma quando smetterò di viaggiare, certamente un gatto rientrerà nella mia vita e io insegnerò la morte a lui.

    peccato soltanto che sia impossibile insegnare la morte ai gatti: i gatti non conoscono il tempo.

    per questo sono tanto più saggi di noi.

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  2. Pingback: Cor-pus

  3. _r_ ha detto:

    a proposito ti gatto_e_tempo

    “lo zen del gatto” di ludovica scarpa.

    comperato per caso ed e’ stata una sopresa !

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  4. Francesco ha detto:

    Condivido il pensiero di Bortocal. Un post nient’affato noioso, anzi.
    E poi quell’invenzione letteraria (la posso definire così?), quel definire la relazione come una terza creatura che modifica sempre un poco i soggetti.. Micidiale!
    Leggerti è sempre un piacere. Continua così..

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    • rozmilla ha detto:

      Grazie Francesco.
      .. A me sembra così ovvio .. Ho usato la parola “creatura”, col significato però che è qualcosa che “noi” creiamo. Anche se la parola che poi tu hai usato “micidiale”, mi ha fatto pensare che ci sono relazioni niente affatto innocue e gradevoli, come quella coi gatti. E forse le relazioni con gli animali ci consolano un pochino di quelle relazioni che intratteniamo con i nostri fratelli umani, che non sempre sono innocue ed innocenti. Mi farebbe piacere che mi dici qualcosa, se vuoi, anche del post successivo. Ciao.
      A presto.

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