un pensiero

Il pensiero è un oggetto curioso, e mi chiedo se è proprio certo che siamo noi a pensare i pensieri, o se invece non siamo noi ad essere pensati dai pensieri. La mia idea, in questo momento, è che mi pare più facile che mi accada di “ospitare” dei pensieri, di prenderli in prestito, o di afferrarli, o pescarli dall’immenso mare del “pensato” umano. E anche se è chiaro, che siano per lo più oscuri i motivi per cui decido, o accetto di ospitare un pensiero anziché un altro, di fare una cernita e infine una scelta preferenziale, mi piace questo atteggiamento verso i pensieri da cui sono attraversata, perché mi permette di staccarmi da loro, di osservarli dall’esterno, come fossero appunto “cose” – frammenti, reperti, antichità, opere d’arte, fotografie, vele, foglie, fiori, sassi e piume – e di gettare su di loro almeno un minimo di sguardo critico, o ironico. E il fatto di non considerarli “miei” pensieri, mi consente appunto, di non doverli difendere, ma di lasciarli andare semmai al loro definitivo trapasso. Bene, andiamo oltre, si diceva, e avanti il prossimo. Forse l’obiettivo segreto a cui aspiro è di non aver alcun pensiero, di poterli scandagliare ed eliminare ad uno ad uno, e restare in silenzio. Ad un altro livello penso che i pensieri, di qualsiasi genere, che si arrovellano attorno alle cose del mondo, siano un moto per mitigare l’angoscia dell’esistenza, o per cercare di risolverla, o di trovare un rimedio. Ma ogniqualvolta, almeno per me, il rimedio appare illusorio, un po’ come la verità. Al momento mi accontento di affrontarli con un giusto grado di ironia, che ho riscoperto da poco, e che avrei intenzione di coltivare.

Ho scelto quella fotografia, oggi, pescata in rete, e guardandola mi dico, che una cosa sono le parole scritte sulla vela, altra cosa è la vela, il tessuto, la trama, la forma e la misura.  E che tutto sommato la vela potrebbe raccogliere il vento anche senza parole. Ma che, in ogni caso, sono limitate le parole che possiamo scrivere ognuno sulla nostra vela, quindi è meglio sceglierle con cura, se possiamo, e non appesantirla troppo, che non sempre sono le parole che ci fanno viaggiare, se non che talvolta sono proprio loro a tenerci fermi alla fonda. E che in ogni caso possiamo sempre decidere di cancellarle e riscriverne di nuove. Quindi, facciamoci caso, ma non diamogli troppo peso. Transitano. Sono di passaggio.

 

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32 risposte a un pensiero

  1. tre_puntini ha detto:

    mah… il problema potrebbe essere in fin dei conti la “mente” che continuamente ci inganna (se vogliamo) con i pensieri. Esistono i pensieri? Sono reali? Sono delle illusioni? Quale attinenza hanno con la realta oggettiva? Forse la mente andrebbe spenta ed utilizzata solo in certi momenti?
    La mente “tranquilla”, La mente “vuota”.

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    • Cicco ha detto:

      Forse il problema è la mente, perchè è un entità molto evanescente e complessa … I pensieri, comunque, esistono, il “Cogito ergo sum”, di estrazione cartesiana appare incontrovertibile (il pensiero viene percepito in prima persona, soggettivamente). La realtà oggettiva (la cosa in sè) risulta inconoscibile, come sosteneva Kant, oppure siamo noi che creiamo l’oggetto, con le nostre rappresentazioni mentali ? Einstein dichiarò ad un suo interlocutore: non credo che la luna esista solo se la guardo. La questione posta da te è certamente la questione più formidabile che l’essere umano possa porsi: Come dobbiamo interpretare il rapporto soggetto-oggetto ovvero il rapporto io-mondo? Possiamo soggettivizzare l’oggetto, cioè inventarci l’oggetto a nostra misura? Non è una tracontanza imperdonabile?
      La mente “vuota” è una conquista impareggiabile del pensiero buddista. E’ un atto di volontà che ci libera dal disagio esistenziale o meglio, che libera il nostro corpo dallo stress. E’ certamente meglio della camomilla …

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      • rozmilla ha detto:

        Benvenuto Cicco.
        Mi scuso anche con te per il ritardo nelle risposte, rispondo più facilmente la sera dopo cena.
        E vado subito al punto della questione, che non credo di poter risolvere, ma soltanto esprimere il mio pensiero attuale, che è suscettibile di variazioni, come ogni cosa. Tra l’altro sono solo una “libera pensatrice”, molto tra virgolette, nel senso che non so fino a che punto ci si possa considerare liberi rispetto al “pensato”, dubbio che ho già espresso nel post.
        La differenza fra fenomeno e noumeno mi è abbastanza chiara, anche se non frequento più molto i libri scolastici. Ma sono del parere che se anche possiamo conoscere solo le nostre rappresentazioni della realtà, non per questo la realtà non esista di per sé. L’esempio di Heinstein mi sembra molto bello. Ma se inoltre pensiamo che, per esempio, un animale, un gatto, un cane, che seppure sembra non abbia “pensieri”, o rappresentazioni, concetti e linguaggio come i nostri, ha comunque una percezione della realtà, questo mi sembra già una domanda sufficiente per mettere in dubbio qualsiasi presunta arroganza umana di poter “conoscere” la realtà di per sé.
        Non conoscere il noumeno, la realtà in sé, però a me non sembra un grosso problema. Penso che ne conosciamo dei frammenti, come tutte le cose. E anche questo non è un dramma. E il rapporto io-mondo non vedo come non possa essere tranquillamente interpretato in modo soggettivo, pur nella variegata e variopinta gamma delle soggettività. Piuttosto mi sembrerebbe tracotanza credere di poter interpretare in modo assoluto e definitivo. Le interpretazioni, infatti, non possono che essere soggettive, o condivise da gruppi di individui, altrimenti non sarebbero interpretazioni ma la Verità con la a maiuscola.
        “Inventarci l’oggetto”, purtroppo temo che lo facciamo in ogni caso, e anche se il tentativo è di giungere per lo meno alla verosimiglianza, le copie sono appena e non sempre sovrapponibili all’originale. L’identità matematica al massimo è A=A, mentre per la filosofia (logica), la cosa A è se stessa e niente altro. Non replicabile. Vale a dire che l’idea che abbiamo della cosa, è l’idea e non la cosa.
        Ovviamente, lo ripeto, questi sono i pensieri da cui sono attraversata al momento, e niente altro, senza alcuna pretesa di poter illuminare o risolvere alcunché. Vale a dire, non prendere per oro colato quello che ho scritto, al massimo come un pesciolino d’argento, e se è troppo piccolo, o inadeguato, ributtalo dentro. Vale a dire: esponi tranquillamente, se vuoi e se puoi, il tuo parere.
        Per la mente “vuota” ti rimando al commento in cui rispondo a “tre-puntini”. E adesso mi vado a fare una camomilla 🙂 , e continuo ad ascoltare buona musica.
        ciao, a presto.

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        • Cicco ha detto:

          Cara Milla,
          Buona giornata o serata, che sia. Cerco di spiegarmi (al meglio che posso) per frammenti e su una piccolissima parte delle fondamentali argomentazioni che tu poni.
          Tu dici: Il pensiero è un oggetto curioso, e mi chiedo se … non siamo noi ad essere pensati dai pensieri.”
          Credo che il puro pensiero non vada in giro per il mondo a pensare il contenuto dei pensieri di tutti noi. Credo, quindi, che non esista (ovviamente di diverso avviso sono i credenti che attribuiscono a Dio questa qualità) come entità autonoma, ma come prodotto di un cervello funzionante e in buona salute.
          Il contenuto dei nostri pensieri può essere dai noi indagato (pensato) e non ci piove (autopercezione). Un altra persona non può pensare i nostri pensieri in quanto a lei inaccessibili, a meno che non vengano deliberatamente espressi da noi con il linguaggio, in un rapporto interpersonale.
          Prosegui dicendo: “E anche se è chiaro, che siano per lo più oscuri i motivi per cui decido, o accetto di ospitare un pensiero anziché un altro, di fare una cernita e infine una scelta preferenziale, mi piace questo atteggiamento verso i pensieri da cui sono attraversata, perché mi permette di staccarmi da loro, di osservarli dall’esterno, come fossero appunto “cose” .
          Tu sai che sia la psicoanalisi che le neuroscienze si sono da tempo poste il problema di mettere in luce le motivazioni che ci inducono a “pensare” in un certo modo, per cui l’oscurità da te denunciata ha perso, oggi, buona parte della sua consistenza. Comunque “staccarsi dai propri pensieri” non è per tanti individui un’operazione indolore e facile da mettere in pratica, richiede forza di volontà e determinazione. Solo i pensieri leggeri, privi di emozioni particolari, possono, simili a farfalle, prendere facilmente il volo da balcone della nostra coscienza. Per tanti, che vivono anche accanto a noi, essi (i pensieri) sono pesanti ossessioni che possono anche distruggere la loro vita.
          Raccolgo quest’altra tua considerazione: “L’identità matematica al massimo è A=A, mentre per la filosofia (logica), la cosa A è se stessa e niente altro …”
          Qui poni con garbo (un pò malizioso) una questione di sovrumana importanza, che ha sempre tormentato le notti di ogni filosofo degno di questo nome: il problema dell’identità di ogni essente. Ogni ente è denominabile una volta per tutte oppure, essendo eternamente diveniente, e non essendo, quindi, mai sè stesso, rimane sempre orfano della propria identità?
          Solo nel mondo matematico (iperuranio platonico), prodotto dal pensiero dell’uomo, A è eternamente uguale ad A.
          Ora mi fermo. Un mare di pensieri mi sommerge e non mi è dolce naufragare tra le innumerevoli onde dei tuoi pensieri.
          A presto.

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          • rozmilla ha detto:

            Caro Cicco, dal tuo commento mi par di capire che ne sai molto più di me, in fatto di pensieri, storia del pensiero e filosofia. Infatti, per esempio, io ho difficoltà distinguere il “puro” pensiero dall’impuro, e probabilmente prima che diventi almeno un po’ più puro necessita di un certo lavoro di purificazione. E quando scrivevo che “sono attraversata”, intendevo solo dire che, nei miei limiti e capacità, cerco di metterli al vaglio.
            Ed è chiaro che non ci sia un “pensiero che va in giro per il mondo a pensare il contenuto dei pensieri di tutti noi”. Però io, come individuo isolato dal mondo, forse non avrei da me sola molti pensieri. Mentre, a contatto con una cultura di pensiero, che di pensieri ne ha prodotti tanti, m’imbatto e faccio i conti con alcune delle problematiche che sono emerse nella storia del pensiero, oltre alle problematiche attuali e contingenti, o ai pensieri più à la page. Se poi aggiungiamo anche le culture religiose, ecco fatto un bel minestrone.
            Ma siccome non credo di essere un genio, né di inventare o pensare nulla di nuovo, in questo senso dico che “ospito” i pensieri, ovviamente di altri, molto più colti, autorevoli e “grandi” di me, cercando di scegliere, dall’enorme mole del pensato umano, pensieri e teorie che più corrispondono anche al mio gusto personale e al mio sentire.
            Per questo dico che non mi appartengono, anche se è chiaro che in certi momenti “diventano miei”, li adatto e trasformo su di me. Come ovviamente cerco di valutarli, e nei limiti delle mie capacità, logiche ma non solo, accoglierne alcuni lasciandone andare altri – quelli che non val la pena di mantenere.
            – La psicoanalisi e neuroscienze avranno anche messo in luce le motivazioni che ci condurrebbero a pensare in un certo modo anziché un altro, ma per me, come individuo, a meno di occupare il mio tempo a capire il perché e il per come, anziché a vivere, quei motivi rimangono per lo più oscuri mentre sto vivendo, scelgo e decido.
            – Concordo che i pensieri per tanti, che vivono anche accanto a me, possono essere pesanti ossessioni, che non distruggono solo la loro vita, ma per di più quella di chi vive accanto a loro. Però mi sembra che quando il pensiero diventa ossessione, è perché gira a vuoto attorno ad una problematica che non riesce a risolvere, o che si ostina a cercare di risolvere anche nel caso fosse irrisolvibile. Ed è vero che pensare bene e saper ragionare certo aiuta, ma non basta se poi questo non si non si tramuta in prassi.
            – A=A ecc.: hai raccolto molto bene, andando anche al di là della mia intenzione immediata, perché rispondendo alla tua domanda mi accontentavo di far notare che l’oggetto che ho di fronte potrebbe non coincidere con la rappresentazione che ho dell’oggetto. E che questo è un limite che devo sempre tener presente; limite molto utile, perché mi frena dal “credere” ciecamente alla mia rappresentazione, o idea, che potrebbe essere parziale o ingannevole. Per cui trovo sia un’ottima cosa, anche se per certi versi un tantino inquietante, mantenere in vita i dubbi (vale a dire che le cose potrebbero essere diverse da come ci sembrano) anziché aggrapparsi fermamente alla certezza che le cose siano esattamente come le pensiamo, o crediamo.
            Mi dispiacerebbe però saperti naufragare fra le onde dei miei pensieri, e spero non sia il caso di naufragare per così poco, nemmeno per me.
            (Ma dimmi pure se sbaglio, ovviamente)
            Un caro saluto, e a presto.

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            • Cicco ha detto:

              Cara Milla,
              grazie per la tua disponibilità ad argomentare le tue convinzioni e a rispondere in modo articolato, con molto garbo. Neppure io ho certezze o verità da rivelare. Le poche cose che conosco sono affiorate alla mente, quando, leggendo libro dopo libro, la nebbia dell’ignoranza ha iniziato a diradarsi. Di questi tempi è diffusa la prassi di enunciare le proprie idee, come fossero oggetti propagandistici e, quindi, assiomi indiscutibili. L’impegno, certamente faticoso, di scavare sotto le ovvietà per accumulare informazioni utili per una migliore comprensione del mondo, oggi latita. Veniamo al dunque, ovviamente per piccoli passi logici. Tu dici: “io ho difficoltà a distinguere il “puro” pensiero dall’impuro”. La mia immagine sulla purezza del pensiero era un azzardo concettuale, in quanto da tempo sono convinto che il pensiero è il prodotto di una specifica evoluzione biologica dei cervelli dei primati, che cercavano di sopravvivere in un ambiente ostile. L’effetto cognitivo (la nascita della mente) si è attualizzato dopo ben 4 o 5 milioni di anni di tentativi a fondo perduto. Il padre e la madre del pargoletto “pensiero” sono stati il Caso e la Necessità ( così ci raccontano gli evoluzionisti ed io non ho alcun elemento per dubitarne). Per quanto riguarda la purificazione del pensiero, credo che nessuno possa ergersi a giudice della nostre attività cerebrali e prescriverci cosa dobbiamo e non dobbiamo pensare. Quindi, se vuoi, pensa pure a tutte le impurità possibili, bandendo qualunque senso di colpa o volontà di purificazione.
              Ancora, tu dici: “io, come individuo isolato dal mondo, forse non avrei da me sola molti pensieri”. Io penso che noi, essendo fondamentalmente attori sociali, non possiamo pensarci come isolati dal mondo, pena la perdita di ogni umanità. L’uomo è sociale o non è. Quindi viva i pensieri e le emozioni, da cui essi scaturiscono (l’arte, i sentimenti poetici e la scienza).
              Riguardo ai motivi ( .. quei motivi rimangono per lo più oscuri mentre sto vivendo, scelgo e decido) che innescano i nostri comportamenti, la questione si rivela molto banale. Tutto è riconducibile alle nostre origini legate alla precarietà del vivere: se “sentiamo”, a pelle, che una cosa è buona la sposiamo, altrimenti fuggiamo da essa.
              Ancora, tu dici: “Ed è vero che pensare bene e saper ragionare certo aiuta, ma non basta se poi questo non si tramuta in prassi”. A mio parere le convinzioni profonde maturate in qualsiasi modo (riflessioni, letture sistematiche, prese di coscienza, dopo esperienze negative adeguatamente metabolizzate) generano di per sé una specifica prassi. La “buona” educazione in generale si propone sempre di indurre nel malcapitato neofito ragionamenti ben motivati, che lo incoraggino a “crescere” e a fare di necessità virtù. Pinocchio docet.
              Ora devo scappare. Anche se la tua carne al fuoco è ancora tanta, buona e ben cotta. Ti auguro una buona serata.
              A presto.

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              • rozmilla ha detto:

                @ Cicco: il mio garbo riflette i garbo dell’interlocutore … 🙂
                Però per la questione “puro”, intendevo puro come la “ragion pura”; mentre per l’altra accezione del termine, se vuoi puoi leggere il post più sotto, “Tu non sei questo, tu non sei quello”, dove spiego cosa intendo per questo concetto. Potrebbe essere di tuo gusto.
                Volevo solo aggiungere, ci pensavo oggi, che ancora prima dei pensieri, sono le parole e la grammatica, che sono la materia prima con quale mettiamo insieme i pensieri, ad essere un patrimonio comune e non l’opera di un soggetto – che ovviamente di mette del suo. Ma gli strumenti di base sono una tradizione linguistica, in evoluzione, ma profondamente stratificata e dalla quale è impossibile considerarci liberi.
                Ti ringrazio per la carne ben cotta, però ti assicuro che me la cavo meglio con le torte e i minestroni 😉
                Buona serata, o buon giorno anche a te.
                ciao
                (mi sono accorta che la striscia delle repliche diventa sempre più sottile. Nel caso vuoi aggiungere qualcosa, apri un’altro commento in fondo)

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    • rozmilla ha detto:

      Ciao “tre- puntini”, come va?
      Scusami se non ho risposto prima, oggi giornata abbastanza piena.
      Prima di tutto devo dire che non ho alcuna risposta in tasca bella e pronta. Ma se vuoi posso provare a ragionare sulle tue domande, come lo puoi fare anche tu, e le nostre risposte potrebbero essere diverse.
      Secondo me, certamente i pensieri esistono e sono reali, anche quando sono ingannevoli, o falsi o errati. Abbiamo un cervello che oltre a essere il centro dove si concentrano le percezioni, in un certo senso è una specie di calcolatore, fa operazioni logiche, somme sottrazioni ecc., nega e afferma. Soltanto che le nostre “operazioni mentali”, di qualsiasi natura, non sempre sono chiare e limpide, anche perché oltre al vissuto immediato abbiamo accumulato le esperienze di tutta una vita, delle quali non sempre siamo consci, e che talvolta emergono anche senza il nostro consenso cosciente.
      Pensare di poter usare la mente solo in certi momenti, e in altri metterla in riposo, questo sì, temo sia un’illusione. Anche quando dormiamo la mente continuamente lavora a riorganizzare i contenuti che abbiamo accumulato. Ma certo possiamo sperimentare momenti più tranquilli, altri meno.
      Però il vuoto di cui parlano i buddisti, per esempio, o il samadhi degli yogini, io non posso dire di avere il piacere di averli sperimentati. E se magari m’è capitato, non me li ricordo più, anche perché non sono certa che lo fossero stati (ne parlo perché ho praticato per anni yoga e pranayama). Al momento sto cercando di imparare un certo tipo di “distacco”, che più che altro è un atteggiamento psicologico volontario, se vuoi anche un piccolo trucco, di dare meno peso alle cose che accadono, e comunque di cercare di cambiare me stessa prima di aspettarmi che il mondo cambi in meglio. Anche qui il successo non è garantito, perché è ovvio che tutto dipende dall’entità delle cose con cui si ha a che fare, ma con un po’ di pratica è meglio di niente. Ma anche accettare il fatto che tutto è in continua trasformazione. Mi fermo qui. A presto.

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      • ... ha detto:

        “Al momento sto cercando di imparare un certo tipo di “distacco”, che più che altro è un atteggiamento psicologico volontario, se vuoi anche un piccolo trucco, di dare meno peso alle cose che accadono, e comunque di cercare di cambiare me stessa prima di aspettarmi che il mondo cambi in meglio. ”

        direi molto saggio. sicuramente si puo’ pensare di cambiare se stessi o il proprio atteggiamento verso le cose. Aspettarsi che le cose cambino come vorremmo noi… e’ un po’ piu’ complicato. Non so chi pero’ qualcuno mi fece notare come lo “sbagliato” non fosse il mondo bensi’ la “maniera con cui mi relazionavo con il mondo” Senza eccedere direi che c’e’ del vero. Spero sia attinente a cio’ che dicevi… di non avre frainteso.
        a presto.

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        • rozmilla ha detto:

          @ … “qualcuno mi fece notare come lo “sbagliato” non fosse il mondo bensì la “maniera con cui mi relazionavo con il mondo””
          Concordo con quello che diceva con quel qualcuno. Ma aggiungerei anche, che proprio relazionandoci al mondo qualche aggiustamento al mondo si possa riuscire a realizzarlo. Come si dice, un colpetto al cerchio e uno alla botte, non ti pare?

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          • ... ha detto:

            si certo. e’ ovvio che la totalita’ e’ fatta di tanti piccoli pezzetti. ed ognuno conta per il proprio pezzetto. Mi verrebbe da dire che il mondo e’ un “numero_di_media”. in pratica il risultato medio di ognuno di noi. Inutile lamentarsi dello smog e continuare a bruciare di tutto… ovvio.Inutile fare gli ecologisti e poi mettere i risparmi in borsa su fondi che deforestano(Thich Nath Han) Nel proprio piccolo tutti possiamo fare qualcosa riguardo alcune situazioni. In realta’ pero’ l’osservazione di cui sopra mi fu indirettamente fatta a riguardo di situazioni che si subiscono. Quelle “che_sono_cosi'”. Un po’ la storia popolarmente detta “del mezzo bicchiere pieno e mezzo bicchiere vuoto”. Ecco allora che puoi guardare una cosa con distacco e , PRESO ATTO CHE NON PUOI FARCI NIENTE PER CAMBIARLA, allora accettarla serenamente. piu’ facile a dirsi che a farsi direi.Certo che lasciarsi andare ad un “tanto che ce posso fa’?” Certo non va bene. Il motore del miglioramento e’ anche quello del sognatore. ma senza esagerare! _R_

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  2. Carla ha detto:

    però tanti pensieri possono formare la trama di un bel tappeto!
    è un transito piacevole sostare tra un disegno e l’altro, tra una geometria
    e il filo che la esegue…
    io sono convinta che le immagini abbiano una loro potenza, superiore a quella delle parole, perchè le immagini hanno la facoltà di far scaturire la parte inconscia del nostro pensiero
    e di farla divenire carne.

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    • rozmilla ha detto:

      che bello il pensiero che ci hai regalato, Carla.
      e vista la stagione, mi ha fatto pensare a un tappeto di foglie gialle e rosse.
      e certamente è importante che cerchiamo di rendere gradevole il nostro transito, le soste anche. Grazie.
      milena

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  3. tre_puntini ha detto:

    salve,
    sperando di non essere inopportuno, pero’: “cogito ergo sum” e’ tutta’altro che una verita’.
    non ci credevo, poi hoi letto un librocchio che francamente mi ha fatto cambiare l’idea instillata ai tempi liceali. Per come la vedo io Cartesio ha detto una cosa non vera, o per lo meno che non condivido.

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    • Cicco ha detto:

      Tu dici: “Per come la vedo io Cartesio ha detto una cosa non vera…”. D’accordo. Ma non sarebbe il caso che tu argomentassi? In privato, quando pensi non te ne accorgi ? Non parli mai con te stesso? Se sei cosciente del contenuto del tuo pensiero, vuol dire, ragionevolmente, che esisti… Questo disse Cartesio. Al liceo, immagino, che tu abbia avuto l’opportunità di apprendere questa tesi filosofica, ma non credo proprio che ti sia stata instillata come verità da subire passivamente… Bastava chiedere al professore e senz’altro ti avrebbe dato delucidazioni (convincenti o meno).

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      • rozmilla ha detto:

        Cicco, forse vuoi dire che noi possiamo avere l’autocoscienza, ovvero la coscienza di noi stessi? però io non sono sicura di sapere se un gatto, o un cane, per esempio, non sa o sa di essere un gatto. In tutta sincerità, e senza sentimentalismi, non ne sono del tutto sicura. Siamo sempre “noi” che colleghiamo il sapere di esistere al pensiero, ma non sono del tutto sicura che noi conosciamo solo col pensiero. Col pensiero analizziamo e sintetizziamo, rappresentazioni, significati e concetti, ma tutto il resto?

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        • Cicco ha detto:

          Cara Rozmilla,
          solo adesso sono entrato nel Blog e oltre a questo, purtroppo, ho poco tempo. Mi riservo di risponderti con calma nei prossimi giorni.Abbi un pò di pazienza.Il mio discorso si riferiva solo agli esseri umani, dotati di pensiero astratto (pensare il pensiero). Gli animali sono una questione a parte.
          Ti auguro buona camomilla.
          A presto.

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      • ... ha detto:

        scusate il ritardo, non era mia intenzione sollevare un vespaio.

        il professore ha fatto la sua parte, ha avuto domande e dato risposte.
        per onesta’ verso di lui questo va detto.
        (anche io le ho fatte al liceo, con l’orrendo risultato che mi chiamavano Socrate 😦 )
        e comunque la frase contiene una logica di una funzione “iniettiva” sicuramente non “suriettiva” e quindi per conseguenza non “biniettiva”. quindi per rispondere a roz il gatto potrebbe essere anche senza pensare (sempreche’ non pensi il gatto … non saprei… il mio sembrereppe pensare data la cattiveria con cui rompe le mie orchidee in maniera sistemica (dolo) ).
        parlo mai con me stesso? a volte, e appena me ne accorgo cerco di smettere immediatamente.

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        • Cicco ha detto:

          A me pare “orrendo” che la presa in giro sia la risposta più gettonata quando, in ambito educativo, si chiedono delle delucidazioni.
          Comunque “Socrate”, non mi sembra un insulto da far accapponare la pelle!
          Anzi, potrebbe essere un incitamento a proseguire nello studio della filosofia.
          Ciao.

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    • rozmilla ha detto:

      @ “tre-puntini”: non penso nemmeno io che il “pensare” sia l’unica giustificazione dell’esistenza.
      domanda: i gatti non esistono forse perchè non pensano? o le pietre? o la luna?

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  4. Cicco ha detto:

    Cara Milla,
    Buona serata a Te, che proponi viaggi impegnativi sul senso dell’Essere. Non è agevole rispondere, sintetizzando. Le questioni sono estremamente complesse, a causa della nostra incapacità (limite fisiologico) di affrontarle in modo olistico (colpo d’occhio dall’alto sulle innumerevoli parti che compongono il “puzzle”). Il “doversi identificare con gli eventi che accadono attorno”, come tu dici, ovvero il doversi identificare con tutto ciò che è “altro” da noi, come dico io, rischia di farci smarrire nel labirinto della nostra identità. Esiste, per ognuno di noi, un identità, un Sé, che conserva una sua stabile connotazione, predicabile senza possibilità di smentita? E non nasconde, forse, questa domanda, l’ennesimo tentativo di ricercare l’Assoluto? Di conquistarci una fantomatica bacchetta magica (salto ontologico) che ci consenta di approdare in una dimensione a-temporale, a-spaziale, a–causale, by-passando completamente l’ “a priori” kantiano, il pensiero “puro” ovvero la struttura originaria della mente, così come gli esperti ce la rappresentano?
    Cercare un equilibrio interiore, attraverso le più variegate discipline, è certamente un intento lodevole, utile per affrontare in maniera più efficace le sfide che l’essere-qui dell’uomo impone. L’importante è che funzioni nella prassi. Al contrario, cercare un io interiore “essenziale”, che ci metta in condizione di padroneggiare il nostro contesto esistenziale, a me pare assai utopico. Il dis-locarsi altrove rispetto a quel vissuto di ricordi, emozioni, sensazioni e sofferenze che connotano la nostra identità, potrebbe indurci ad assumere un “nome di copertura”, un “altro da sé”, un non-io fuorviante rispetto al nostro faticoso procedere sulla strade della vita. Almeno, questo io penso, qui ed ora. Devo accomiatarmi.
    A presto.

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    • rozmilla ha detto:

      Le questioni che poni mettono in discussione alcune mie riflessioni sulla rilettura di un capitolo del libro “La filosofia come stile di vita” di Tarca e Madera, che è stato uno dei primi libri “importanti” che mi hanno avvicinata alla filosofia – libro che mi capita di riprendere in certi momenti, per esempio quando non so da dove ripartire, ma al quale non avrei intenzione di tenermi legata a filo doppio.
      Come osservi, convengo che sia complicato riuscire a sintetizzare in poche frasi il percorso di molti anni di letture, scritture, oltre che vita vissuta, ovviamente, nonché domande importanti le cui risposte, come ha fatto notare un mio amico, spesso non sono che l’eco delle domande stesse.
      Concordo quando dici che seguendo le indicazioni di quel testo, sembrerebbe voler porre un “a priori”, però mi sembra anche che se per “puro” si intende “tutto quanto vi è compreso” – il bello e il brutto, i buono e il cattivo – e che quindi non pone limiti di qualità, né ciò che “dovrebbe” essere, ecco che accoglie le cose per quello che sono, o per come riusciamo a comprenderle qui e ora, cercando comunque di mantenere un certo grado di progettualità verso il futuro, alla quale non mi sento di rinunciare.
      D’altro canto, la “durata” della vita di un individuo potrebbe chiarire molto più di ogni razionalizzazione, se solo riuscissimo a coglierla nella sua totalità. Ma è chiaro che il Sé rimane per lo più sconosciuto, poiché comprende molto più di quello che diciamo o crediamo di essere, non solo qui e ora, ma attraverso il divenire. Così che l’Essere, o il Sé, è qualcosa che rimane sullo sfondo, mentre viviamo, come una condizione in “fieri”, ancora tutta da definire ed essere realizzata. E in realtà, non ce ne dovrebbe importare granché né dell’Essere né del Sé, mentre stiamo vivendo.
      E il “distacco” di cui più volte scrivo, non è altro che un tentativo di sguardo “laterale”, proprio rispetto a qualsiasi questione o pensiero, o Assoluto, di se stessi come del mondo, che potrebbe avanzare il tentativo di fissarsi in modo definitivo o risolutivo una volta per tutte.
      Ieri, come sai è morto Zanzotto; e mi ha molto colpito che alla domanda del giornalista “Cosa ha capito del mondo”, il poeta abbia risposto, con un’espressione disarmata e disarmante, “Niente”.
      E forse è proprio vero che l’unica cosa che si può capire, o aiutarci a capire, è soltanto vivere, senza alcuna garanzia che possa farci comprendere niente altro che la vita.
      ciao.

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      • Cicco ha detto:

        Cara Milla,
        buona serata. Tu dici:” .. se per “puro” si intende “tutto quanto vi è compreso” – il bello e il brutto, i buono e il cattivo – e che quindi non pone limiti di qualità, né ciò che “dovrebbe” essere, ecco che accoglie le cose per quello che sono..”. D’accordo. Se puro diviene sinonimo di “onnicomprensivo”, è chiaro che al divenire dobbiamo rivolgere un occhio benevolo e accogliente (puro). In pratica dobbiamo aderire alla vita e alle sue sorprese, con salda convinzione.
        Ancora:”Ma è chiaro che il Sé rimane per lo più sconosciuto ..”, Rispondo: L’indeterminatezza del Sé, come ho accennato in precedenza, è solo apparente. Sotto traccia siamo tutti motivati dalla ricerca di “sensazioni” piacevoli e gratificanti, che possono essere strutturate, nei modi che ciascuno vorrà/potrà scegliersi.
        Il “distacco laterale” è certamente una via utile per la sopravvivenza di ogni mortale.
        Guai ad identificarsi con i contenuti emotivi del pensiero!
        Ciao.

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        • rozmilla ha detto:

          @ Cicco:
          “dobbiamo aderire alla vita e alle sue sorprese, con salda convinzione”.
          Mm … preferirei usare il condizionale, non si sa mai .. 😉 dovremmo accogliere le sorprese? come ne siamo capaci? Non tutte le sorprese sono belle sorprese, che ne dici?
          Ieri sera tornando a casa un’ambulanza ha attraversato come un fulmine l’incrocio (col rosso) mentre io stavo passando (col verde). Non ho udito nemmeno la sirena, non sono sicura che l’avesse accesa, ma con la coda dell’occhio l’ho vista e sono riuscita ad inchiodare all’ultimo momento. M’è andata bene.
          Ergo: poche certezze ma stare all’erta, estendere le antenne 😉 in tutti i sensi …

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          • Cicco ha detto:

            Cara Milla,
            Leggo:”dovremmo accogliere le sorprese? come ne siamo capaci? ..” Rispondo: dobbiamo utilizzare gli strumenti che la natura ci ha fornito. Il problema è che l’ambiente in cui siamo gettati dal caso, si è trasformato troppo rapidamente nell’ultimo secolo. Il nostro DNA non ha ancora acquisito stabilmente nuove strutture di controllo, in grado di potenziare le nostre difese. L’uomo civilizzato è inetto, dipendente dalla tutela genitoriale. Molti animali, già alla nascita, assumono comportamenti congrui rispetto al contesto che li circonda. La nostra unica arma, attualmente, è il pensiero astratto, con cui possiamo dominare le situazioni contingenti.
            Ad esempio, possiamo, diversamente dagl’animali, individualmente, cambiare radicalmente contesto (recuperando una situazione originaria), tramite l’elaborazione di un progetto. Banalmente: sceglierci un isoletta, climaticamente gradevole, dove non ci sono pericoli incombenti (ambulanze), cibo naturale a sufficenza e materiale per coprire, se è necessario, le nostre nudità, in base a nostre verifiche puntuali sul campo. Ovviamente, tutto questo non elimina totalmente la nostra instabilitàtà esistenziale, legata, ad esempio, alle malattie e alla morte. Dobbiamo, quindi, rassegnarci alla nostra ineludibile precarietà, che nessuna “antenna” potrà mai by-passare.
            Buona serata e a presto.

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  5. Cicco ha detto:

    Cara Milla,
    ho qualche minuto e ne approfitto per fare una piccola riflessione. Che nasce da queste tue precise parole:”mi sono accorta che la striscia delle repliche diventa sempre più sottile ..” Ecco, dunque, la questione da cui parto: il comportamento dei partecipanti al dia-logos intersoggettivo. Sono entrato nel tuo Blog per caso. Mi hai accolto con attenzione e ho cercato di ricambiare, sfruttando il poco tempo a disposizione. E’ chiaro che all’ingresso non si trova un manuale con regole precise per interloquire con la padrona di casa e con gli altri. Tutto è affidato alla sensibilità di ogni singolo partecipante. E’ evidente, quindi, che ognuno ha una liberà pressochè assoluta (salvo mantenersi entro limiti di pubblica decenza). Questo fa sì che molti (non tutti, ovviamente), interpretando lo spirito dei tempi, si sentono autorizzati a “buttare lì le cose” e poi ad andare in vacanza “ad libitum”, senza preoccupazione alcuna, L’impressione che ne ricavo è che queste persone, in realtà, non abbiamo alcuna percezione di cosa significhi interloquire, confrontare le idee e che l’unica motivazione che li spinge a lasciare messaggi sia l’autoreferenzialità, l’autocompiacimento (il leggersi come davanti ad uno specchio, ovvero il narcisismo dell’autocontemplazione). Mi sembrano naufraghi in un isola deserta e la cosa mi rattrista molto. Probabilmente non hanno strumenti adeguati per coltivare la socialità e certamente la cosa non è intenzionale. Sono malati di solipsismo (Il solipsismo (dal latino solus, “solo” e ipse, “stesso”: “solo se stesso”), cito Wikipedia, “è la credenza secondo cui tutto quello che l’individuo percepisce venga creato dalla propria coscienza. Di conseguenza, tutte le azioni e tutto quello che fa l’individuo è parte di una morale prestabilita dal proprio io, ubbidendo pertanto solamente a quello che quest’ultimo dice, al di là delle leggi prestabilite dal mondo esterno, da altre soggettività, quindi”. Il risultato più eclatante di queste condotte, che io constato, è l’impoverimento del Blog, che da strumento di acculturazione e scambio intersoggettivo, si riduce a un piccolo deserto dei tartari, dove ogni giorno si aspetta invano un evento miracoloso che ribalti la situazione. Verrebbe voglia di gridare: intervieni, perchè non intervieni? rispondi! Ma perchè non rispondi? Ben presto, però, ci si rassegna e si passa ad altro. Peccato perchè lo strumento Blog, da splendida Ferrari (il tuo Blog) si tramuta ineluttabilmente in una minuscola Topolino Fiat.
    Scusami il monologo, ora devo proprio andare:
    A presto

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    • rozmilla ha detto:

      Scusami Cicco, ma dev’esserci un malinteso. Per “striscia” intendevo lo spazio che l’editing restringe, fa diventare sempre più stretto, quando si inviano molte repliche in coda ad uno stesso commento. E non vorrei che sul tuo schermo non apparisse allo stesso modo, come lo vedo io sul mio schermo, perché potrebbe anche essere .. sai.
      Comunque, visto che ne parli, le poche persone che finora sono passate in questo Blog a commentare sono tutte gentilissime, e non sono tenute a scrivere né a interloquire più di quello che si sentono di fare nel momento che lo stanno facendo. L’esercizio della propria libertà comprende appunto il gestirla come ci si sente, senza essere o sentirsi costretti da nessuno. Tra l’altro alcune di loro le conosco da qualche tempo, qualcuna tiene a loro volta un Blog, altre no, e comunque, come tutti, hanno molte altre cose da fare oltre a dialogare. Da parte mia, finché potrò e riuscirò a farlo, cerco di accogliere ognuno con gentilezza, cosa che tra l’altro ho appreso ancor di più da quelle stesse persone. Infatti credo che ognuno di noi è ciò che è per merito di quello che siamo tutti (questa è una delle poche cose in cui credo).
      Il dialogo fa emergere sempre qualcosa di nuovo, ma non credo sia una questione di quantità. Talvolta anche solo una parola, una frase, o un ‘immagine, può aprire un mondo, e un’infinità di pensieri.
      Ciao. E buona giornata 🙂

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  6. Cicco ha detto:

    Cara Milla,
    in effetti, è stato solo un malinteso. Resta, comunque, il fatto, che io volevo rimarcare, che il “mezzo” Blog (parlo in generale) denuncia tutti i suoi limiti, nel momento in cui le persone che vi si accostano cercano un confronto “stabile”. Tra amici, per esempio, nei rapporti concreti, ci sono regole non scritte, a cui mediamente ci si attiene. L’estrema libertà del Blog, rende più precario ogni rapporto.
    Ho fatto notare, infine, che ai nostri tempi, nella comunicazione, spesso l’autoreferenzialità si impone. Prevale l’apparire rispetto all’essere.
    A presto.

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    • rozmilla ha detto:

      Da qualche anno frequento i Blog, in particolare uno, di discussione critica. I limiti esistono, tra i quali il dover comunicare attraverso la scrittura, che non è certo uno strumento immediato. Però nello stesso tempo, penso che questo mezzo permetta una maggiore riflessione, oltre ad essere un laboratorio di pensieri, parole, idee. Io, ad esempio, personalmente sarei una persona affatto loquace, persino timida; nella vita quotidiana difficilmente parlerei di filosofia, che infatti mi accontenterei di parlare del più del meno con chiunque. Ma certo molto dipende dai contesti in cui ci si trova a comunicare. Questo è uno dei possibili, non l’unico, e non è detto che sia il migliore. Ma è quello che qui c’è. Sta a noi, però, usarlo nel modo migliore, pur nei suoi limiti, vale a dire anche come ne siamo capaci.
      “Autoreferenzialità” è un parolone, secondo me. Anche perché non vedo come ognuno non possa partire da se stesso per esprimere quello che pensa, sente, o comunicare le sue esperienze e la sua visione del mondo. E se non da se stesso, da dove? anche se ovviamente si spera che l’incontro avvenga a metà strada. Ma anche per andare molto lontano, il primo passo inizia vicino.
      Sulla prevalenza dell’apparire sull’essere, capisco cosa intendi. Ma ti devo dare una brutta notizia: viviamo nella dimensione dell’apparenza, temo; per cui tanto vale cominciare a cambiare (e a capire) le apparenze (sempre secondo me)
      E tanto per dirne una, sarebbe meglio non farsi impressionare dalla dimensione delle automobili 😉
      Ciao

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  7. Cicco ha detto:

    Cara Milla,
    sono d’accordo con te sul fatto che il Blog dovrebbe essere usato nel “modo migliore”. Per quanto riguarda l’autoreferenzialità, il mio discorso voleva solo evidenziare che lo strumento blog, spesso, consente a molti di raccontarsi e che, così facendo, in realtà, si bastano. Non cercano “altro”. Ovviamente se te ne accorgi, li eviti.
    A presto.

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  8. rozmilla ha detto:

    Bene, per me è stato un ottimo scambio.
    Ma come vedi ora siamo a fine settimana, e oltretutto a me piace anche cambiar registro, di quando in quando. Così, abbandonando un po’ la mente, ho aspettato per vedere cosa saltava fuori, associando la parola magica che hai scritto: “altro”.
    La prima cosa a saltar fuori è stata: siamo proprio sicuri che esista altro da ciò che c’è?
    La seconda – molto più divertente, a parer mio -, racconta di quel tale che cercando un ago in un pagliaio, vi ha trovato la figlia (o il figlio) del contadino 😉
    Buon fine settimana

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