aurore

 
 
Qualche as-saggio per accostarsi allo stile e alla  prosa di Vladimir Jankélévitch – che non oso ridurre ai minimi termini, incantata* dal lirismo che ne pervade la scrittura: come si trattasse di una partitura musicale che procede  in modo “efflorescente” lungo linee di fuga che si diramano per associazioni e contaminazioni, nello scorrere del reale e del suo inafferrabile, imprevedibile e perciò inconoscibile essere, il cui invito sembra quello di lasciarsi trasportare dal suo fluire.
(estratto dalle prime pagine del “Le je-ne-sa-qua et le Presque-rien” 1980, edito nelle Piccola Biblioteca Einaudi col titolo “Il non-so-che e il quasi-niente” – 2011)
 

“Per la filosofia modale la circonferenza è centrale quanto il centro, e la circostanza quanto la sostanza, la periferia dell’essere è altrettanto importante quanto il centro dell’essere, l’alone essenziale quanto la sorgente luminosa, la luce stessa, infine, e i colori, sono tanto veri quanto il loro principio informatore, incolore, invisibile, tenebroso.

(…) Sarebbe paradossale che il mistero degli esseri risieda nei pressi della loro apparenza più superficiale; infatti la maniera si riferisce soltanto alla zona corticale e alla presentazione sensibile della sostanza … Anzi, c’è un senso per il quale non tanto le proprietà e le modalità dell’essere, quanto piuttosto la sostanza, cioè il soggetto stesso merita di chiamarsi il non-so-che: infatti, essendo il limite invisibile di tutte le predicazioni, l’ipseità di questo soggetto è radicalmente impredicabile e inesprimibile: l’innominabile nominativo ontologico che è il soggetto stesso del verbo essere e che non possiamo definire più precisamente, ma possiamo soltanto invocare, che non è più oggetto e complemento di niente, bensì solo vocativo della nostra invocazione, quest’essere somiglia stranamente a un non-essere! Quest’essere è di certo meno ontico di quanto sia meontico! E di conseguenza dinnanzi all’inneffabile Ipse della ipseità sostanziale, che converrebbe il silenzio, mentre è sui suoi modi d’essere che vi sarebbe da dire inesauribilmente: quando non possiamo più penetrare nell’infinita profondità della sostanza, è ancora possibile girare e rigirare senza fine intorno alle sue circostanze; quando non possiamo dire più nulla circa il mistero stesso, possiamo ancora dissertare o chiacchierare al suo riguardo, raccontare fatti di cronaca e aneddoti; le circostanza propriamente dette, determinazioni categoriali del Quanto e del Come, del Tempo e del Luogo, s’offrono a tutte le figure polimorfiche o politrope dell’enunciazione, e di un’enunciazione che, rispetto al centro dell’ipseità, è piuttosto circonlocuzione. Sono ancora possibili giorni felici per la filosofia catafatica dei modi!

(…) E come in un cerchio infinito il centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo, così sulla scala infinita dell’essere la zona mediana è ovunque: la zona mediana è quella che abitiamo, respingendo agli estremi i mondi dei giganti e dei nani. Questa relatività nella quale sono immersi i cittadini dello spazio intermedio, conferendo a tutte le cose un duplice volto, produce un mondo di confusione e di contraddizione.

(…) Pascal, che intravvede gli oceani boreale e australe dei due infiniti, descrive soprattutto l’intrico e il groviglio della regione intermedia i cui vive l’anfibio umano.

(…) La complessità moderna è una complessità esponenziale; potremmo dire che è una complicazione non semplice, ma complicata, e complicata da una sistema di interazioni reciproche. “Chi scioglierà questo groviglio?”

(…) Ahimè! La crassa grossolanità dei nostri organi, aggravata dalla pesantezza e dall’ebetudine di un incurabile spirito di geometria, non predispone al meglio l’ottuso intelletto per cogliere al meglio gli imponderabili. L’intelletto è fatto più per sciogliere cavi che districare ragnatele!

(…) La complessità infinita è solo l’aspetto problematico di una intelligibilità intelligibile anch’essa all’infinito; lo spirito si immerge estasiato nello spessore di questa intelligibilità, e particolarmente di quell’infinito intrinseco che si chiama continuità, scoprendola brulicante di significato, come la goccia d’acqua della Monodalogia, fino nelle sue più recondite profondità.

(…) L’infinito non è solo il futuro sempre aperto dinanzi allo sforzo del nostro spirito e alla penetrazione del nostro pensiero, ma anche, per chi si aspettava la perfezione e la circoscrizione della cosa, l’incompiutezza; è l’informe e l’indeterminato; non costituisce soltanto un’inesauribile possibilità di mediazione, ma significa anche l’impossibilità di circoscrivere; non abbiamo mai finito di comprendere (nel senso in cui comprensione significa intellezione) ciò che è impossibile comprendere (nel senso in cui comprendere significa abbracciare).

(…) C’è tutta una serie di livelli di transizione tra le totalità da collezione che si possono inventariare fino in fondo per mezzo di un’analisi esaustiva, e le totalità aperte, il cui non-so-che è evasivo e atmosferico quanto uno charme. Ci sono complessi ingarbugliati in cui l’illusione del non-so-che dipende dall’insufficienza di un calcolo che in linea di principio potrebbe essere completo: non-so-che sarà allora solo il nome di un nostro stordimento, che un po’ d’attenzione, molta minuziosità e un metodo più meticoloso basterebbero a correggere. Più la totalità è grossolana e terrosa, più semplicistica è il senso cui essa si rivolge, e più il non-so-che rischia di essere un effetto di approssimazione, un modo sbrigativo di parlare o un’impressione del nostro umore.”

 

 

(* altrove Jankélévitch ci fa notare la differenza  effetiva fra incanto e incantesimo)

 

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4 risposte a aurore

  1. clark gable ha detto:

    “infine, e i colori, sono tanto veri quanto il loro principio informatore, incolore, invisibile, tenebroso.”
    accattivante direi … molto, accattivantissimo cio’ !!! Il principio informatore c’e’… pero’ se non lo percepisco (es. un occhio diversamente sensibile alle frequenze) il principio informatore rimane. Credo cmq che la definizione “colore” sia legato alla percezione e non al principio informatore che ne e’ indipendente (e’ indipiendente dal fatto che lo si possa percepire o meno: “e’ !). Piu’ complessa la storia con il “suono”. Pensa ad una melodia: non e’ forse una “scultura di un fluido”,[ a volte ripetibile (orchestra)]? Ma il suono dove esiste? Solo dove c’e’ un “qualcosa atto a decodificare quel principio informatore” . Stiamo sempre parlando solo di frequenze, vibrazioni. diversamente veicolate, diversamente percepite. un caro saluto

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  2. rozmilla ha detto:

    @ : “clark gable” … belle riflessioni …
    Devo dirti che su quel “principio informatore tenebroso” avevo proprio sorvolato, ma effettivamente dovrebbe essere “ciò” che fa essere le cose ciò che sono, un “ciò” che però ci è per lo più oscuro.
    Infatti, anche se la scienza cerca di comprendere le modalità della percezione dei colori, che sta (mi sembra) in parte nella capacità specifica dell’organo della vista, che presenta differenze notevoli fra esseri dotati di “occhi”, e in parte nella diversa capacità delle varie superfici materiche di riflettere la luce, sono comunque sempre descrizioni meccaniche di un fenomeno.
    Inoltre sarei tentata di dire che “il principio informatore” non è tanto un principio tenebroso, ma piuttosto un principio luminoso, anche se, a rigore, la luce in realtà è il principio che rende visibili, e che quindi fa apparire i colori, mentre la legge che sta a fondamento del fenomeno rimane per lo più sconosciuta, e ancor più sconosciuta al soggetto che lo percepisce, che è non punto interessato a ciò che è, ma piuttosto a ciò che appare.
    Sui suoni: penso si possa dire che esistono i rumori, in generale, che vengono provocati dal movimento e dall’attrito di cose con cose, atomi, molecole, corpi (pensa al rumore di un ruscello, delle onde del mare, del vento ecc.): ma anche questa è una spiegazione meccanica.
    Se ci chiediamo “dove” esistono, io direi che esistono nel tempo, nel divenire, anche se la scienza ci spiegherà che sono onde che si propagano attraverso lo spazio per un lasso di tempo più o meno determinato.
    Ma dal “luogo” del soggetto che percepisce, penso si tratti di una percezione specialmente “temporale”.
    La musica, per esempio, non esisterebbe se non venisse suonata, e quindi “il divenire è la sua dimensione naturale”, dice Jankélévitch. Ed è talmente vero che l’esecuzione di una stessa partitura musicale non sarà mai identica ad un’altra. Ma anche il soggetto che l’ascolta avrà sensazioni ed emozioni diverse a seconda del suo stato d’animo.
    Un caro saluto a te.
    a presto

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  3. Renzo_gatto_nero ha detto:

    “Sui suoni: penso si possa dire che esistono i rumori, in generale, che vengono provocati dal movimento e dall’attrito di cose con cose, atomi, molecole, corpi (pensa al rumore di un ruscello, delle onde del mare, del vento ecc.): ma anche questa è una spiegazione meccanica.
    Se ci chiediamo “dove” esistono, io direi che esistono nel tempo, nel divenire, anche se la scienza ci spiegherà che sono onde che si propagano attraverso lo spazio per un lasso di tempo più o meno determinato.”

    Ecco secondo me il suono e'” diverso” dalla luce e dai colori in quanto e’ una manifestazione di secondo livello. Mentre una frequenza luminosa arriva a noi sia nel vuoto che in un fluido…come pacchetti energetici (fotoni? boh…), sia che abbiamo organi per percepirla o non li abbiamo, per il suono cio’ non vale. Almeno per “come lo percepiamo noi”.
    Se batto un tamburo nel vuoto…il suono non esistera’.
    Voglio dire che il suono credo sia strettamente legato al “fluido” veicolatore dello stesso e all’organo per percepirlo. E’ una “traduzione” . Ecco perche’ in fondo si potrebbe pensare ad una “melodia” come ad una “scultura dell’aria” (p.es.). E per di piu’ riproducibile ! Uno scrive uno spartito e quindi da’ ad altri le istruzioni per una scultura dell’aria!!!
    a presto !
    (la panetteria l’hanno data ad altri. W gli amici!!!)

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  4. rozmilla ha detto:

    non sono esperta in materie scientifiche, ma mi pare sia come dici tu: il suono nel vuoto non esisterebbe, perchè non ci sarebbe il mezzo “veicolatore”.
    Ma anche: che senso avrebbe il suono di esistere, nel vuoto?
    E’ bella l’idea della “scultura nell’aria”.
    (Mi spiace per la panetteria. Ieri pensavo di dirti, che chissà, magari col tempo avresti scoperto che non era un buon affare. Può essere.
    Hai fatto la sfoglia questa mattina?)
    Ciao
    Buona domenica

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