niente di meno

Domenica mattina. Mi sono svegliata  pensando alle donne della mia vita – ma a dire il vero è da qualche tempo che ci penso, un po’ come ora guardo dal punto in cui mi trovo, l’albero che sta qui fuori dalla finestra del mio soggiorno. E poco dopo al telefono mia figlia mi chiede di fare una classifica dei giorni più belli che abbiamo vissuto – la mania classificatoria non risparmia neppure lei, ma questo è quanto, a quanto pare – e mi propone il suo ricordo dell’ultima nuotata che avevamo fatto insieme quest’estate al mare, fino al largo, fino al punto e il momento imprecisato in cui abbiamo deciso di tornare a riva. Ho difficoltà, le ho detto, a ricordarmi quella precisa nuotata di quel giorno, perché di nuotate ce ne sono state tante, la scorsa estate – e ognuna di esse si sovrappone e confonde un po’ con l’altra, ho pensato tra me e me senza dirglielo, per non deluderla. Ma ad essere onesta, devo dire che la domenica mattina sono un po’ restia a dedicarmi alle sue, a volte ancora fin troppo insistenti richieste di attenzione, agli squilli del telefono che m’inseguono ad ogni ora del giorno. La domenica mattina voglio solo stare un po’ da sola, indisturbata per un tempo indefinito, senza sentirmi tirare di qua e di là da bisogni e pensieri di nessuno. Mia figlia mi rimprovera questo mio non essere abbastanza decisa, o granitica, come si dice; per questo mio non saperle dare le certezze che vorrebbe trovare in me, per poterle lei stessa avere. A volte me lo grida in faccia, a volte è la tacita sentenza che rimane come una pagliuzza nei suoi occhi verdi. Non sei come io ti voglio, dice. E non lo sarò mai, temo. Non posso essere come tu mi vuoi. L’incompiutezza pervade le nostre vite e bisognerà farsene una ragione, mi è capitato di dirle, persino. Ma non posso non rivedermi in lei, quando non mi davo pace per l’inadeguatezza che avvertivo nella mia, di madre. Un’inadeguatezza che sentivo fatta di fin troppo effimere cose, ninnoli collane pizzi rossetti, borsette ciprie e profumi.
Così mi sono svegliata pensando alle donne della mia vita, dicevo. E le donne della mia vita somigliano un poco a quest’albero che qui fuori dalla mia finestra  lentamente sta perdendo le foglie, come se ognuna di quelle foglie fosse una donna che ho conosciuto – si fa per dire – e l’albero, invece, l’idea ideale dell’essere donna, al quale le singole irripetibili foglie stanno attaccate, dal momento in cui germogliano a quello in cui cadono e poi scompaiono alla vista.
E’ per l’idea di perdita che in questo mese di novembre si fa sentire, che mi si affacciano alla mente innumerevoli particolari. Il sorriso biondo e gli occhi chiari di zia Tina, il  grande seno sul quale mi addormentavo da bambina tra l’odore di borotalco e la sua voce. Ma c’è anche il fazzoletto rosso che nascondeva il suo capo rasato dopo la chemioterapia, e la sua schiena madida di sudore pochi giorni prima di incontrarne il cadavere all’obitorio, irriconoscibile, quando non c’era più niente da dire.
E nonna Angela, minuscola e sempre vestita di nero, che mi trascinava in giro per quel piccolo paese vicino a Treviglio, fra nebbie e canali, e che indicandomi una finestrella nera in alto sopra un muro mi diceva, Guarda, là in cima abita la strega, per tenermi buona. Poi mi preparava il pancotto e tagliava la bistecca a pezzetti con la forbice, Così si fa prima. E mi metteva a dormire nel grande lettone di materassi di penne di gallina, nel quale sprofondavo fino a domani, finché non cominciavo a volare in giro come una piuma.
E l’altra mia nonna, che si racconta mi salvò in extremis portandomi via dall’ospedale, quando a causa di un errore di non so chi o cosa stavo quasi morendo di fame, quando pesavo meno di due chili come un coniglio e lo stimolo della suzione era già andato a farsi benedire. Stimolo che riacquistai con le sue intransigenti e amorevoli cure, ma che è rimasto per sempre un po’ insicuro. Era nonna Stefanina, madre di mio padre, che m’infilava a giocare nella gabbia vuota dei pulcini, che nei pomeriggi estivi mi metteva sotto il naso enormi marmitte di latte rappreso nel quale potevo senza timore affondare il cucchiaio. L’idea dell’abbondanza grande, bianca e tonda come la luna. E guarda, mi diceva, quando mi svegliavo che era ancora buio, guarda come brilla la stella del mattino. Non so dire se sapeva che era la stessa che brillava anche la sera, non so dire.
E Stefania, non la nonna ma la mia Stefy, con la quale ho trascorso nottate a parlare all’infinito, incuranti delle ore piccole, strappando il tempo al tempo, avaro, che non si concede da solo. Che anche adesso che ognuna di noi ha la sua vita più o meno piena e occupata in altre cose da fare, anche se stiamo mesi senza sentirci, quando capita mi dice, Lo sai che io ci sono. Sì, lei c’è, e posso stare nuda dentro ai suoi occhi senza paura. Lei che ha sospeso i processi fin dall’inizio né li ha rinviati ad altra sede. Lei che un giorno mi fece la dichiarazione d’amore più bella che orecchio umano possa udire. Ti vidi, mi disse, quel giorno alla fermata dell’autobus, e appena ti vidi compresi che ti avrei amato per tutta la vita.  E’ difficile resistere ad una  dichiarazione d’amore simile. Quando si dice che le parole sono solo parole, non si tiene conto di quelle che vano a toccare il cuore delle cose. In questo caso il guaio, se si può chiamarlo guaio, è il rischio di non riuscire ad accontentarsi di niente di meno.
Eppure ognuna delle donne che incontro è insostituibile. La commessa al banco del pesce che fa di quei pochi minuti una piccola festa solo per noi due, come la cassiera che ieri si è accorta che avevo comprato tutti gli ingredienti per preparare i cannoli.  Lo sai che mio marito me li porta da Catania, sono i migliori, ha detto. O la ragazza che ieri mi chiedeva, Come faccio a fare le lasagne, lo chiedo a lei perché si vede che è una mamma. Si vede? Bene, allora dev’essere vero. E gliel’ho spiegato, all’incirca per filo e per segno, più o meno.
 
 
 
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7 risposte a niente di meno

  1. bortocal ha detto:

    molto bello questo post un po’ abbandonato a se stesso e senza altri sbocchi che l’autocontemplazione.

    troppo bello e personale per poter essere commentato.

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    • rozmilla ha detto:

      grazie Mauro.
      troppo personale, è vero, infatti per qualche giorno non riuscivo a decidermi a pubblicarlo, ma poi l’ho lasciato andare; ma avrei voluto scriverlo in lettere piccolissime in modo da scoraggiarne la lettura 🙂 (solo che l’editing non mi dà molte possibilità di scelta delle font)
      Avevo iniziato ad abbozzarlo dopo che tu avevi scritto “i gatti della mia vita”, che per non so per quale strana associazione d’idee mi aveva fatto pensare alle donne della mia vita. All’inizio però mi erano uscite tutt’altre cose, affatto belle. Poi l’ho ripreso in mano e ho lasciato solo cose che mi sembrava valesse conservare. Alcune delle cose, perchè l’elenco potrebbe proseguire, ma a misura di post basta e avanza.
      (“Autocontemplazione” però è una parola che non mi piace molto. Non so se saresti dell’idea di chiamarla memoria, scia di ricordi ..)
      ciao

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  2. baodichan ha detto:

    lo sai anche tu vedi! si chiama malinconia.
    è il tuo discorso, un discorso musicale che diventa narrativa.
    sei tu. sei il tuo discorso.
    dall'”altra parte” la verità senza malinconia cìè l’infinito quello vero, la filosofia…non quello poetico che anch’esso è malinconia….come diceva CB le morte parole….EH!

    in fin dei conti l’ontologo i panni non può buttarli via, sarebbe risucchiato dal mondo: ma anch’egli lo vive, magari con le stesse malinconie.
    se no, non ti avrebbe letto!;)

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  3. rozmilla ha detto:

    Grazie Bao!
    Ma sai che non ho mai pensato alla malinconia? … però conoscendo un po’ il mondo, penso che sia difficile non diventare malinconici, che si sia filosofi o meno.
    Devo dirti che non conosco molto Carmelo Bene, ma se mi dici dove posso leggere qualcosa di attendibile, posso rimediare.
    E intanto, se mi puoi spiegare meglio quali sarebbero per CB le parole morte, ti ringrazio, perchè non mi è abbastanza chiaro.
    Milena

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  4. baodichan ha detto:

    Carmelo Bene più che leggerlo va Ascoltato, memorabili le sue comparse al maurizio costanzo show, FILOSOFIA PURA INNARIVABILE. (escluso la nota misoginia x le donne).
    Trovi tutto su You Tube,,,,la lettura delle poesie, il teatro: credo che nemmeno musil kafka e dostoevsky siano mai riusciti a darmi tanto.
    le morte parole sono lo scritto.
    quando tu lasci qualcosa di scitto, si perde il VIVO delle parole del SUONO-
    Addirittura leggendo Agamben sembra il fulcro centrale del pensiero hegeliano.
    Ciò che è vivo, insieme al suo “schiudersi” al mondo, è già morto, e i grafemi, gli scritti sono invece ciò che rimane nella memoria. Noi abitiamo cioè il passato, se continuiamo la metafora che trovi sul blog di MD.
    Noi siamo il passato…più malinconico di così!
    Ma la cosa più viva sono le emozioni del presente, che ci sfuggono sempre,affondanti nel tempo.
    quando esse si immobilizzano ecco che diventano routine morte, con cui la psicoanlisi ha sepre a che fare: è ciò che viene chiamato NICHILISMO.
    Gli usi, i costumi il fare quotidiano, non è che questo implodere dell’anima nel passato.
    A ragione chi crede nelle emozioni, chi vive nel presente, e secondo CB chi capisce l’importanza del Suono presente ( LA PHONé).
    LUI era l’uomo guida di tutta l’europa, ancora in pochi si rendono conto del suo lascito, non letterario ma MEDIATICO.

    scusa ogni volta che parlo di CB mi “accendo”-

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  5. rozmilla ha detto:

    mi fa piacere che ti “accendi” …
    … e immaginavo che più che leggerlo avrei dovuto ascoltarlo, solo che la mia connessione internet è molto bassa (chiavetta vodafone senza possibilità di avere l’adsl – sic!) e non sempre riesco ad aprire i video, se non qualche volta con estenuante attesa – ma così è, anche se questo mi condanna a vagabondare nel deserto delle morte parole, che cerco di rianimare talvolta con faticosa respirazione bocca a bocca, o core a core 🙂 , qui nella mia casa ai margini … il che è tutto dire … (scherzo, neh)
    Però, sai cos’è, anche con le parole morte ci si possono accendere dei bei focherelli. È come con la legna quando è bella secca: brucia bene, fa luce, scalda, ci si può cucinare sopra … e cuocerci anche le castagne. Non ti pare?
    ciao

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  6. baodichan ha detto:

    ma certo 😉 !
    se no la grande letteratura come farebbe a essere tale?

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