la prima radice

Per ovvi motivi di correttezza sono obbligata, ma  contenta,  di fare una rettifica al precedente post, sul concetto di radicamento (enracinement) come lo intendeva Simone Weil. Concetto che non avevo compreso, ma adattato sbrigativamente a mia immagine e somiglianza, come si può capire leggendo anche soltanto la spiegazione che segue, tratta da La prima radice.

“Il radicamento è forse l’esigenza più importante e più misconosciuta dell’anima umana. È tra le più difficili a definirsi. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente. Gli scambi di influenze fra ambienti molto diversi fra loro sono altrettanto indispensabili quanto il radicamento nell’ambito naturale. Un determinato ambiente dev’essere influenzato dall’esterno, non per arricchirlo, ma per stimolarlo e rendere più intensa la propria vita.”
Mentre per lo sradicamento si ha:
“ogni qual volta si abbia conquista militare e, in questo senso, la conquista è quasi sempre un male. Lo sradicamento è minimo quando i conquistatori sono un popolo migratore che si insedia nella terra conquistata, si mescola alla popolazione e vi mette radice. Questo fu il caso degli Elleni nella Grecia, dei Celti in Gallia, degli Arabi in Ispagna. Ma quando il conquistatore rimane straniero sul territorio che ha occupato, lo sradicamento è una malattia quasi mortale per le popolazioni sottomesse. Raggiunge il massimo livello quando vi siano deportazioni in massa, come nell’Europa occupata dalla Germania o nell’ansa del Niger, o quando vi sia una soppressione brutale di tutte le tradizioni locali, come nei possedimenti francesi d’Oceania (se vogliamo credere a Gauguin e ad Alain Gerbault).
Persino senza conquista militare, il potere del denaro e la dominazione economica possono imporre una influenza straniera al punto di provocare la malattia dello sradicamento. Infine le relazioni sociali all’interno di uno stesso paese possono essere pericolosissimi fattori di sradicamento. Nei nostri paesi, ai giorni nostri, oltre la conquista, ci sono due veleni che propagano questa malattia. Uno di questi è il denaro. Il denaro distrugge le radici ovunque penetra, sostituendo ad ogni altro movente il desiderio del guadagno. Vince facilmente tutti gli altri moventi perché richiede uno sforzo di attenzione molto meno grande. Nessun’altra cosa è chiara e semplice come una cifra.”
 

Nel precedente post, saltando a delle conclusioni senza aver letto il significato che la Weil dava allo sradicamento, scrivevo che “forse si potrebbe dire che per la Weil ciò che è stato sradicato, e nello stesso tempo ciò che dovrebbe essere considerata la prima radice, è il fatto di essere esseri umani. L’evidenza fondamentale di essere esseri umani. Ora, non credo che questo si possa negare. Siamo esseri umani. O meglio: noi diciamo di essere esseri umani. Ma ”come” siamo esseri umani?”.

Ora, rileggendo entrambe le cose, mi sembra di non esserci andata troppo lontana. E in realtà, mi pare proprio che ormai sappiamo soltanto cosa sia lo sradicamento, avendo del tutto, o quasi, dimenticato cosa significhi in concreto essere radicati in una collettività, nel luogo in cui si abita, dalla nascita e dalla professione. Siamo diventati per lo più nomadi ed erranti. E se abitiamo nello stesso luogo, e abbiamo per lo meno la fortuna di non fare i pendolari per professione, il danaro ha sradicato le ultime esili barbette lanuginose che ancora restavano legate alle proprie origini e alla propria terra.

Questa è la condizione in cui ci troviamo, inutile farsi illusioni. Le condizioni di vita negli ultimi cinquant’anni hanno provocato una mutazione antropologica troppo rapida per poter essere assorbita e assimilata senza dolorosi contraccolpi. Se poi è possibile assimilare trasformazioni di questo tipo restando esseri umani: come nelle nostre idee più utopiche e algide possiamo ancora immaginare e ricordare, ma alle quali non riusciamo più a coincidere. Lo strazio di questa lacerazione è evidente, e sentito fin nelle nostre più intime fibre. Le nostre radici vagano nel vuoto, strappate come dei legami che non riescono ad unirsi né alla terra che abitiamo, né stringersi agli uomini che vivono assieme a noi, si fa per dire, nello stesso tempo.

So che la chiesa cattolica aveva insistito su quest’aspetto, proponendo di porre a fondamento della costituzione Europea, le radici cristiane che i popoli europei avrebbero in comune.  Le radici di cui io parlo, ovviamente sono tutt’altra cosa, anche se non si può negare che molti europei sono nati e cresciuti in famiglie che si professavano cristiane.

D’altro canto, si potrebbe anche osservare che non tutte le radici che ci hanno alimentato, valgono la pena di essere mantenute. Provate ad immaginare, ad esempio, persone che sono cresciute in famiglie e ambienti mafiosi: questo è un caso lampante per cui perdere le radici potrebbe essere apprezzato, se non persino un colpo di fortuna riuscire a districarsi da quei legami. Ma ci sarebbero molti altri esempi che ora non sto ad elencare, anche perchè, fra i pro e i contro, è bene che ognuno si faccia i suoi conti.

Ma anche ammettendo che i cambiamenti  che si sono susseguiti in modo vertiginoso negli ultimi cinquant’anni, hanno mostrato la necessità di staccarsi da una buona parte delle tradizioni del passato, perché quelle tradizioni non erano più adeguate, e sono state spazzate via rapidamente da nuovi usi e costumi che si rinnovavano ad ogni cambio di stagione, come gli abiti alle sfilate di moda, questo non toglie che siamo come eterni desideranti, che non riescono ad appagare una non ben definita, talvolta inconfessabile sensazione di mancanza e di privazione. Ci è stato rubato qualcosa. Non sappiamo bene cosa, ma qualcosa manca.

Forse sto esagerando. Forse qualcuno sta benissimo, ha tutto ciò di cui ha bisogno e non sente la mancanza di niente altro, anzi, ha più del necessario. Nel qual caso vorrà dire che sto parlando a nome di quelli che si sentono come me, anche solo un pochino. Dimmi cosa ti manca e ti dirò chi sei, potrebbe essere il titolo di un nuovo test psicoattitudinale. E sai che me ne faccio ..

Ci sarebbe anche da dire, come aveva obiettato Giorello qualche anno fa, che ad essere realistici noi non siamo alberi, e che quindi non sarebbe nemmeno il caso di soffrire per la mancanza di radici. Ma è anche vero che nessuno ha mai dubitato che non siamo alberi, né piante, né vegetali di alcun tipo, né insalate, né rose, né cavolfiori. E che quindi queste “radici” hanno un significato simbolico, di radicamento nel tessuto sociale, per esempio, ma non solo.

Perciò, se dovessi descrivere cosa sento, quando penso a questo, di rado, dovrei paragonarci a quelle piante che hanno radici aeree che estraggono l’umidità dall’aria, e un niente di nutrimento, per vivere esclusivamente quasi solo di luce, diafana. Radicette filiformi sottili come ragnatele, che penzolano e vagolano in ogni dove in modo pressoché quasi solo virtuale. Quasi. 

(Il disegno è di elio Copetti)
 
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6 risposte a la prima radice

  1. Elio ha detto:

    Ciao Milena, onorato per il disegno 🙂 La Weil è un’autrice per me fin troppo stimolante: spesso mi provoca una reazione bartaliana (“l’è tutto sbagliato, tutto da rifare!”) per come si addentra decisa sulle conseguenze di assunti che considero talvolta traballanti, o troppo “fisiognomici”. Tu procedi con maggiore cautela e mi trovo spesso d’accordo, se non si tira il discorso troppo in là. Perché fra la comunità calda ma incombente che letterature e testimonianze ci lasciano immaginare e la nostra società, un po’ più fredda e distanziata beh.. non sono così sicuro di quello che desidererei veramente. Anche riguardo al denaro vi è un’ambivalenza da tener presente: una qualità del denaro è (o dovrebbe essere) quella di valere allo stesso modo nelle mani di chiunque, quindi vi è un’essenza profondamente egualitaria perché implica la possibilità per chiunque di guadagnarsi (onestamente) una specie di spazio di libertà – anche dalle continue “valutazioni” della comunità circostante, che potrebbe non coincidere esattamente con quella elettiva o ideale.

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    • rozmilla ha detto:

      Ciao Elio, grazie a te per il disegno.
      Sì la Weil è molto radicale. Alcune delle sue analisi si incontrano con i miei peggiori presentimenti, nonché col mio vissuto, anche se so che non c’è cosa che possa essere presa da un solo punto di vista, senza considerare sfumature diverse di uno stesso aspetto. Per esempio, come fai notare, una comunità calda ci farebbe sentire obblighi e legami fin troppo opprimenti, e non c’è dubbio che abbiamo anche lottato per essere più autonomi, anche se poi l’isolamento può essersi rivelato il difetto dell’autonomia.
      Sul denaro, per quanto mi riguarda ho vissuto in pieno il suo porsi come valore assoluto, che ha soppiantato qualsiasi altro scopo all’interno di gruppi e famiglie. Ma ero solo una bambina quando è cominciato ad accadere, quindi quali fossero gli altri scopi quasi non me lo ricordo nemmeno, o li ricordo in modo vago. Ma forse la povera comunità contadina da cui provengo, all’uscita dall’ultima guerra mondiale, forse non aveva altro scopo che la sopravvivenza, scopo ammantato di qualche brandello di religiosità e regole morali.
      Al di là della mia esperienza personale, il fatto però che il danaro si sia trasformato in un valore virtuale, che se ne va per i fatti suoi, slegato da valori terrestri e umani, mostra il suo lato vampiresco che distrugge anche l’economia reale, oltre ad annichilire molte vite; e tutti gli sforzi e fatiche per potere avere in mano del danaro, al di là dell’indipendenza individuale momentanea che ha potuto offrire ad ognuno, in modo molto poco egualitario, alla fin fine mi pare ci stia lasciando con in mano proprio un bel nulla.
      Il sistema economico che si è creato, mi pare sia abbondantemente privo di controllo: mi ricorda molto Al 9000, in 2001 Odissea nello spazio.
      Ma sono solo le sensazioni di una donnetta, affatto esperta in economia, e direi che per un sabato mattina può bastare.
      Buon fine settimana Elio.

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  2. Elio ha detto:

    Il punto è una critica del denaro da un punto di vista esclusivamente moralistico/estetico/sentimentale lascia campo libero a quelle élite che proprio attraverso il controllo del denaro-credito totalmente virtualizzato hanno tratto un potere soverchiante e del tutto assurdo. La crisi attuale non è tanto economica quanto legata alla circostanza che si sono lasciati creare titoli di credito (e corrispondente debito) su beni largamente futuribili che sono gonfiati centinaia di volte rispetto ad ogni possibilità reale di onorarli, cosa che ovviamente implica una terribile (e sostanzialmente mistificata) “resa dei conti” per il feroce accaparramento dell’effettivamente disponibile. Se il denaro fosse “onesto”, ciascuno almeno avrebbe una chiara idea del proprio margine di libertà e della necessità di sacrificarsi per ampliarlo nella misura ritenuta idonea. Invece veniamo tenuti sostanzialmente ostaggi, anche se finora abbiamo fatto parte della quota di dominati trattati meglio. Ma per le élite sarà sempre un gioco far notare che senza denaro non è possibile alcuna valutazione (per quanto viziata) dei rispettivi sforzi e quella fine suddivisione del lavoro che riesce a sostenere così tanta popolazione crollerebbe all’istante, e con essa la possibilità di sfamarla. Mi fermo qui che non voglio rovinarti il sabato. Ciao Milena buon WE 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      Dal sabato nel villaggio virtuale, e poi al supermercato. Quando sono tornata a casa non avevo voglia di mettermi al computer. Pausa di almeno qualche ora. Poi mi sono vista Elio (quello delle storie tese) nel Figaro – spassosissimo – piccolo divertimento poco costoso, e qualche volta ci vuole. Per questo sto divagando.
      Penso però (l’avevo pensato prima, che in questo momento pensare è l’ultimo dei miei interessi) che la tua analisi sia corretta. Soprattutto mi è piaciuto quando dici che siamo tenuti in ostaggio. Dev’essere proprio così. Dommage!
      E’ bello il tuo nuovo avatar, mi piace, bei colori .. anche il lampadario.
      Eh no, non mi hai rovinato il sabato, che dici, anzi 🙂
      Buona domenica anche a te Elio, ciao

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  3. md ha detto:

    Beh il denaro è davvero un guazzabuglio di astruserie metafisiche – ragione aveva Marx. Del resto è uno dei meccanismi “riflessi” tipici della specie, che altro non fa che duplicare e proiettare in altro se stessa. E, spesso, nel far questo si smarrisce. Fino addirittura a venerare (facendosene comandare e dimentica di averle causate), quelle “potenze estranee” che è lei stessa ad originare. Ma forse è proprio lo “smarrirsi” il suo destino.
    E qui c’è anche la questione del radicamento: radici biologiche (o di inveterate ed immemori abitudini) e sradicamento da queste che ci sembrano troppo asfissianti. Libertà pericolosa ma indomabile e, di nuovo, rischio di smarrirsi. C’è poi chi ha teorizzato il nomadismo come modo essenziale e preferibile della condizione umana. Ed io, che son migrante ormai migrato da lungo corso, ci ho costruito sopra un immaginario piuttosto rizomatico (altra franceseria filosofica). Ma forse, ancora una volta, siamo rosi da manìa dialettica: zingari del cosmo alla ricerca di un rifugio per la notte.

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    • rozmilla ha detto:

      L’immaginaro rizomatico è molto interessante. Avevo immaginato qualcosa di simile nel post sul bamboo, non so se l’avevi letto. Ma si capisce che anche il bamboo in inverno va un po’ in letargo, o almeno apparentemente, mentre sotto sotto …
      Gli zingari del cosmo alla ricerca di un rifugio per la notte, be’, su questo ho spazziato tutto il pomeriggio, mi ha fatto persino venir voglia di mettere lo widget col fior fiore delle frasi 😉
      eh sì, mi sa che lo faccio.
      Sulle radici biologiche invece, avevo già pensato di scrivere un post un pochino … mmm, non so se riuscirò a sfondare quella porta, forse è meglio non dire.
      Grazie Mario. Buona domenica.

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