dialogo sui minimi sistemi – atto secondo

 
 
 
 
 
 
Ri-scrittura  di “Un matrimonio” di Erasmo da Rotterdam, rivista ma  non troppo corretta.
 
Ambientazione: interno. Un tavolo e due sedie. Teiera e tazze da tè. Vaso trasparente con tulipani bianchi. Un divano.
 
 
Suggerimenti per la lettura: ascolta la musica.
 
 
 
Avvertenze: superfluo sottolineare che il testo che segue è un dialogo immaginario tra due amiche che ha preso forma da  varie testimonianze dei nostri tempi,  abbandonando quasi del tutto la traccia iniziale.  
D’altra parte dopo Einstein è ormai chiaro che l’osservatore fa parte del sistema che sta osservando, e che è impossibile possa prescindere dalle sue caratteristiche. Perciò, nell’attesa del terzo atto, non facciamoci prendere dallo scoramento. Può darsi che in seguito alle nostre amiche venga qualche idea  più brillante.  Non è detto, ma speriamo.
 
Personaggi: Eulalia e Santippe.
 
 
Eulalia e Santippe sono sedute sul divano.
 
Eulalia – Ahi ahi, mia diletta amica, non sai che male mi fa parlare di coteste tristi circostanze. Che ad essere sincera, mi fan più male di quest’occhio nero, che lo sai, poi passa, si riassorbe, si diluisce.
Santippe – Lo so, amica mia bella, lo dicevamo fin da bambine, che in realtà il nero non c’è, non esiste.
Eulalia – Non ne sono più tanto sicura,  anche se è pur sempre vero che il nero dura solo il tempo della notte.
Santippe – Però anche nella notte più buia brillano le stelle …
Eulalia – Già, ma non sono nemmeno sicura di volerle ancora vedere – sai?
Santippe – Oh sì, ti capisco.  Certe stelle sarebbe meglio non vederle, fanno male.
Eulalia – Ma forse non sai cosa più di tutto mi fa soffrire …
Santippe – Dimmelo allora, non indugiare ..
Eulalia – Tu vedi che ormai la mia vita è andata, e non posso tornare indietro, né ricominciare daccapo.
Santippe – Quello che è stato è stato …
Eulalia – … ma quando guardo le nostre ragazze, che fin da adolescenti hanno avuto esperienze anche più dure, senza neppur aver avuto brevi sprazzi di cielo sereno ed innocenti illusioni, lo sai, questo mi spezza il cuore … mi toglie ogni forza, divento di gelatina. E mi dico, Allora tutto è stato vano, non c’è speranza per il genere umano.
Santippe – Vedo che sei ispirata oggi, t’è venuta anche la rima.
Eulalia – Involontaria …
Santippe – Sarà  involontaria, ma non si può mai dire, suvvia, non esser così tragica. Non può essere una giornata così nera.
Eulalia – Parlami di te, allora, che di me ho già parlato tanto. Parlami delle tue esperienze di donna moderna, libera ed emancipata. Così si dice, non è vero?
Santippe – Libera ed emancipata, sì, insomma, me la cavo, più che altro tiro a campare.
Eulalia – Aspetta che ti verso una tazza di thè, che la fusione dev’esser pronta.
Santippe – Aspetta che t’aiuto …
Eulalia – Ecco, prendi la tua tazza.
Santippe – E’ calda, mi ci voleva, scalda le mani.
Eulalia – Attenta a non scottarti, sorseggia lentamente e parla …
Santippe – Parlo, parlo, è una parola. C’ho un groppo qui in gola che non si scioglie.
Eulalia – Bevi ancora un po’, non aver fretta. Oggi abbiamo tutto il tempo che vogliamo.
Santippe – Non so da dove cominciare.
Eulalia – Parti dal principio o dalla fine, o da un punto qualunque, tanto non cambia.
Santippe – Quel cretino …
Eulalia – Ecco, vedi, l’hai trovato.
Santippe – Sì, era quello … che mi ero trovata all’inizio …
Eulalia – Vai avanti …
Santippe – C’ho creduto, sai, c’ho proprio investito  anima e corpo. Facevo tutto quello che lui voleva, ero sempre a sua disposizione. Per sei anni sono andata avanti a pendere dalle sue labbra. Bello e dannato, come si dice. Cocco di mamma.
Eulalia – E cos’è che è andato storto?
Santippe – Eh, cara mia, è sempre la biologia. Alla fine ho dovuto rassegnarmi, che gli piaceva troppo farsi portare in giro dalla dopamina.
Eulalia – Ancora quella …
Santippe – Lupo Alberto, lo chiamavano gli amici.  Ma io ero cieca, vedevo solo quello che volevo vedere, non ho voluto crederci fino alla fine.
Eulalia – Su, non fare così, forse anche lui non aveva scelta.
Santippe – Ma neppure io l’ho avuta.
Eulalia – Questo te l’avevi già detto …
Santippe – Lo ripeto.
Eulalia – Sputa l’osso, non aver paura.
Santippe – E intanto il tempo passa. Sai quando sei in quel periodo in cui credi ancora ai sogni del Mulino Bianco, ma per malasorte incappi con uno che non riesce a rinunciare a quelle sensazioni inebrianti come le farfalline nella pancia, e che non fa che passare da una cotta all’altra senza decidersi per una storia sola. O peggio, fa finta, e tiene il piede in due scarpe. Dieci venti scarpe, se possibile, una scarpiera.
Eulalia – Come l’asino di Buridano?
Santippe – Non proprio. Vuole tutto, entrambi i mucchi di fieno.
Eulalia – E’ la gola …
Santippe – M’ha preso male quella volta, c’ho messo un po’ a risollevarmi.
Eulalia – Me lo ricordo bene.
Santippe – Poi c’è stata la serie degli amori impossibili.
Eulalia – Anche quelli …
Santippe – Sì, ma vedi, almeno quelli son rimasti perfetti e intatti nell’alto dei cieli.
Eulalia – Tra madonna e angeli in colonna …
Santippe – Eh sì, la divisione è netta, tagliata in due con l’accetta. O sei madonna o sei … come si dice.
Eulalia – Tu come stavi meglio?
Santippe – Che domande, in nessun modo.
Eulalia – Ma lo sai che ti devi adattare, devi aderire alle condizioni imposte …
Santippe – La tassa è troppo alta da pagare.
Eulalia – Già, ma se non la paghi subito, poi ti tocca pagare gli arretrati e anche la mora.
Santippe – Il debito rimarrà insoluto. Non voglio pagare se non è giusto.
Eulalia – Ti verrà a cercare, ti suonerà il campanello anche la notte, vorrà essere riscosso.
Santippe – Non mi farò trovare.
Eulalia – Butterà giù la porta.
Santippe – Salterò dalla finestra.
Eulalia – Beh, mi consola sapere che abiti sempre al primo piano.
Santippe – Forse è per questo che non ho mai voluto andare troppo in alto. Raso terra è il mio ideale. A parte queste scarpe … ma quando rientro nella mia casa, butto le scarpe da una parte e dall’altra e via finalmente a piedi nudi.
Eulalia – Vai avanti …su, cammina …
Santippe – Però il mio ultimo amore impossibile era …
Eulalia – Dimmi, quand’è stato?
Santippe – Ne son passati di anni …  però è stato l’amore più bello che ho avuto, era con me ad ogni ora del giorno, e quando tornavo a casa lo mettevo nel letto e lo abbracciavo come si abbraccia un bambino, lo carezzavo e mi addormentavo con lui guancia a guancia, il suo respiro nel mio.
Eulalia – Ecco, allora era di certo un sogno … 
Santippe – C’era la sua mancanza, una certezza sicura.
Eulalia – Questo è rassicurante, non c’è dubbio.
Santippe – Ho imparato a vivere di poco.
Eulalia – Questo non è poco …
Santippe – Quasi niente, vuoi dire?
Eulalia – Non c’è molto di più in ogni caso.
Santippe – E tanto vale, allora. Vedi che era la scelta giusta?
Eulalia – Meglio non farsi illusioni, vuoi dire?
Santippe – Infatti non me ne faccio. Ma qualche volte ci ho anche provato, sai, sono stata coraggiosa, c’ho provato, ma non fa per me, mi svegliamo la mattina con la bocca amara.
Eulalia – I risvegli hanno sempre la bocca un tantino amara.
Santippe – Meglio vivere nel sogno, allora, se tanto vale.
Eulalia – E’ una soluzione come un’altra.
Santippe – Fa soffrire meno.
Eulalia – Sei sicura?
Santippe – Non sono sicura di niente, ma preferisco non ritrovarmi con la bocca amara o con un occhio nero.
Eulalia – Anche la castità è una scelta.
Santippe – No, non è una scelta, è solo la conseguenza di come stanno le cose. 
Eulalia – Eppure a guardarti  non si direbbe mica …
Santippe – Quasi niente è come appare. Non ci penso più, basta. Ma non  sai  quale consiglio l’altro giorno l’assessore comunale s’è permesso di darmi, ecc0, te lo dico. Mi ha detto che mi vedrebbe bene a fare l’amante di un uomo ricco. Proprio così, m’ha detto, “fare”. Come se si potesse “fare”.
Eulalia – Hai capito che bel consiglio?
Santippe – E’ un luogo comune, pare.
Eulalia – E tu cosa gli hai risposto all’assessore comunale?
Santippe – M’è venuto  un sorriso di circostanza … stiracchiato,  ma dentro mi sentivo ribollire. Una belva, mi sentivo.
Eulalia – Non puoi nemmeno rispondergli per le rime.
Santippe – Eh sì, credi di essere una donna libera, ma poi te ne devi star zitta e subire …
Eulalia – Ma non sarà sempre così, là fuori …
Santippe – Ora sei tu a volermi consolare … ma il paesaggio è piuttosto deludente. Può darsi che ci siano isole felici, ma ad essere sincera io non ne ho trovate. Mi sento come Chaplin in quel film, come si chiama … affamato, lacero, smagrito, col naso appiccicato contro il vetro, mentre guarda quelli  là dentro che  stanno mangiando manicaretti prelibati. Ma poi penso che anche quello  è un sogno, e che se guardi bene nei piatti ci son quasi solo vermi grassi.
Eulalia – Disgustoso. Bisogna fare un reclamo al cuoco!
Santippe – Mi sa che non c’è nessun cuoco. Solo  piatti veloci, decongelati e usa e getta.
Eulalia – Allora tanto vale cucinare in proprio. 
Santippe – Eppure … c’ho pensato l’altro giorno … è così difficile essere amici? Ma poi ho pensato, cos’è un’amico? é una parola.
Eulalia – Forse è ancora più improbabile di un sogno … e poi,  anche una parola da sola non basta.
Santippe – No eh?
Eulalia – Per un’amicizia ce ne vogliono almeno due, di parole.
Santippe – Allora te l’ho già detto …
Eulalia – Cosa mi hai detto?
Santippe – … che  non so più come continuare …
Eulalia – Su, dai, prova. Vai avanti …
Santippe –  … (tace)
Eulalia – Vieni qui, amica mia. Metti qui la testa, lasciati andare, non pensare. Ormai è sera. Fra poco preparo qualcosa da mangiare, e ascolteremo  un po’ di musica, più tardi. Ora lasciati cullare.
 

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