in-civiltà in combustione

          
    
 
 
 
 
 
 
 
 
 
                 
 
 
 
 
 
 
 
o fuliggine
o polvere da sparo
falangi nere
 
 
Qualche volta mi capita di comporre degli haiku, anche se sarebbe più esatto dire che vanno a comporsi da soli, come una sintesi di sensazioni che si concentrano in tre versi  di  5 – 7- 5 sillabe, 17 in tutto.  In esergo l’ultimo haiku, della scorsa settimana, che però faccio fatica ad accettare: l’immagine poetica è tetra, e a ben vedere fa persino raccapriccio. No, non può essere, non mi piace – mi dico – anche se  purtroppo è abbastanza consono ai tempi che corrono. Motivo per cui questo haiku potrebbe essere persino profetico – se credessi nelle profezie, cosa a cui non credo.
Nelle contingenze, invece, su queste faccio un po’ più di affidamento, soprattutto se balzano agli occhi in tutta la loro evidenza. E, come suggerisce l’immagine evocata, è evidente che a furia di giocare con polveri nere e accendere fuochi, abbiamo un po’ tutti – chi più e chi meno – le mani sporche. Anche se non lo sappiamo. Anche se non ne siamo coscienti.
 

*

Esiste una teoria secondo la quale tutte le forme viventi, compreso homo sapiens, debbano la loro presenza su questa terra a  circostanze più o meno fortunate . Il che equivarrebbe a dire che non esiste alcun disegno trascendente, ma che sono state, appunto, le contingenze – che non vanno però confuse con il puro caso – a provocare gli eventi che hanno fatto emergere le forme viventi, e quindi anche l’uomo e la sua storia nel modo in cui noi oggi la conosciamo.
Anche questa teoria, d’altro canto, compreso il pensiero umano e come si è sviluppato, o involuto, sarebbero frutto delle contingenze. La storia idem. Idem l’interpretazione della storia.

Ciò nonostante,  mettiamoci l’animo in pace e vediamo – in un breve sunto della storia del sistema contingente in cui viviamo – da quali fattori sia emerso il miracolo industriale  dei paesi cosiddetti sviluppati, e con esso l‘homo aeconomicus, beneficiando dalla fortuita coesistenza di diverse congiunture:
– il genio inventivo dell’Occidente in materia di fisica, chimica, elettromagnetica ha inaugurato l’era della combustione che ha sovvertito l’organizzazione del mondo precedente;
– i risparmi dei proprietari terrieri (contadini ricchi) per la costituzione del capitale di base;
– la forza lavora dei contadini più poveri sottoposti alle mansioni più faticose e all’estrazione dei minerali per gli altiforni, rafforzate da grandi migrazioni europee e extraeuropee.
– la materie prime, l’energia combustibile e la forza lavoro provenienti dai giganteschi territori colonizzati sulla quasi totalità del pianeta.

A grandi linee, è questa  la concentrazione di mezzi che ha fondato il miracolo industriale, e che in breve tempo si è eretto a modello che prometteva un progresso applicabile all’intera umanità, che vi avrebbe trovato la salvezza affrancandosi dai limiti imposti dalla natura.
Non è difficile comprendere che un modello di civiltà che possa disporre di tali e tanti fattori favorevoli sia un caso più unico che raro, oltre che paradossale, ed impossibile da esportare senza che si verifichi un disastro planetario. Infatti, è soltanto perché solo un numero limitato di nostri simili ha potuto applicarlo che l’umanità ancora sopravvive.

Difficile dubitare del fatto che la civiltà industriale si basi sul consumo energetico, e  non sarebbe eccessivo definirla civiltà (o in-civiltà) della combustione.   L’energia è diventata il criterio principale e il fattore più determinante per la prosperità. Il macchinismo indotto fin dal suo esordio, ha generato il principiò di produttività. Le nazioni industriali si sono organizzate attorno all’ideologia della crescita indefinita. Ogni cittadino viene educato, fin dall’infanzia, ad acquisire le conoscenze utili a servire il nuovo dogma, a sgobbare e a consumare per innalzare il Pil e il Pnl del proprio Paese. Pil e Pnl sono diventati i riferimenti che permettono di misurare i risultati monetari ottenuti. La nozione di progresso traduce, allora e soprattutto, esperienze materiali monetizzabili e, in luogo di equità e benessere, genera disparità colossali a livello planetario. Un quinto del genere umano, toccato da questo progresso, consuma i quattro quinti delle ricchezze mondiali e il quinto rimanente è ripartito in modo ineguale. Questa iniquità strutturale ha fatto della spoliazione della maggioranza la condizione di sopravvivenza della minoranza. E’ da qui che ha preso corpo la nozione di sviluppo, non nel senso di ridurre gli eccessi degli uni per permettere agli altri di avere la loro parte, ma in quello di invitare imperativamente le nazioni cosiddette “arretrate” a innalzare il loro livello per diventare anch’esse floride e contribuire così al progresso alzando la produzione/consumo. L’impossibilità di generalizzare il modello non sembra essere stata ancora messa in evidenza, e non incontra ostacoli sul suo cammino.
Il pianeta, considerato come un giacimento di risorse assolutamente inestinguibili, è diventato un campo di battaglia di una competitività esacerbata tra le nazioni. E’ un modello di antropofagia strutturale.   Lo sviluppo delle nazioni povere ha inoltre fornito il pretesto morale e altruista per poter accedere alle loro enormi risorse: un’operazione che ha provocato una frattura insanabile fra il Nord tecnologicamente avanzato e il Sud ancora subordinato a un’organizzazione secolare e a tradizioni immutabili. Il Nord, iperattivo, efficiente, invita il Sud a seguirlo sulla stessa strada.
E il riferimento al denaro come misura quasi esclusiva della prosperità conferisce allo stesso un potere inedito, che ha sconvolto l’intero sistema umano, poiché permette un’estensione illimitata all’avidità e a ogni desiderio materiale.

Oggi stiamo assistendo a una sorta di apoteosi di una logica senz’anima e dunque senza avvenire. Se è innegabile che il progresso tecnico abbia provocato innovazioni straordinarie a beneficio di una parte dell’umanità, la mancanza di un’etica e un’intelligenza lungimirante e generosa ha favorito il caos, fornendo alle nostre pulsioni distruttive mezzi di un’efficacia senza precedenti.
La globalizzazione, sistema competitivo e micidiale, è l’ultima mutazione di una storia che sembra giunta alla sua fase finale.
Fra le molteplici disfunzioni del modello dominante, è quasi superfluo accennare alle disfunzioni provocate in campo biologico e climatico, o continuare ad illudersi che un’attività il cui flusso energetico necessita di dodici calorie di petrolio per produrre una caloria alimentare, possa andare avanti in tempo indefinito.

Per convincercene basta osservare come in tutti i campi il sistema usi dei mezzi si ritorcono sulla stessa umanità che dovrebbe servirsene, e come alla fin fine si avvitano sullo stesso sistema, non prima però di aver distrutto altre specie viventi, e innumerevoli creature vittime della nostra convivenza invadente, estremista e violenta.  Può darsi che il pianeta ci sopravviva, è vero, o che possa riprendersi dopo la scomparsa di homo sapiens aeconomicus …

Non essere coscienti che questo sistema  generi violenza, ingiustizie e miserie di ogni tipo  è estremente pericoloso. Bisogna prendere coscienza dell’incoscienza del modello di sviluppo imperversante.  E non solo è ora, ma potrebbe essere già tardi!

 

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7 risposte a in-civiltà in combustione

  1. Francesco ha detto:

    Tendere costantemente allo sviluppo contiene in sé le premesse per un collasso certo.
    Come si può pensare di svilupparsi incessantemente? Sarebbe come pretendere che una pianta non smetta mai di protendersi verso il cielo. Arriva un momento, per la pianta, di fermarsi, e di far si che le forze di cui dispone vengano impiegate per rafforzare la sua stabilità. Altro che crescere indefinitamente! Una pianta che crescesse in questo modo sarebbe una pianta mostruosa, alterata, contraria ai principi che determinano la sua stessa vita.
    Come tu giustamente dici “Ogni cittadino viene educato, fin dall’infanzia, ad acquisire le conoscenze utili a servire il nuovo dogma, a sgobbare e a consumare per innalzare il Pil e il Pnl del proprio Paese”. Fin dall’infanzia.. Infatti, è proprio da lì che spesso iniziano i problemi.
    La mente di un bambino è morbida, plasmabile, ed è proprio su quella che si accaniscono educatori, insegnanti, e ancora prima, in modo del tutto inconsapevole, i genitori. Come sarebbe diverso il mondo se ai nuovi nati si dedicasse più ascolto. Se si riservasse loro più rispetto. Mi vengono in mente le parole di Pablo Casals, l’ideatore della moderna tecnica violoncellistica.
    Dice Casals:
    “Siamo capaci di insegnare nelle scuole ai nostri figli qual è la loro vera natura? Dovremmo dire a ciascuno di loro: “Lo sai che cosa sei? Sei una meraviglia, sei unico, in tutto il mondo non c’è un altro bambino come te. Nei milioni di anni che sono passati non c’è mai stato un altro bambino come te. E guarda com’è meraviglioso il tuo corpo: le tue gambe, le tue braccia, le tue agili dita, i tuoi movimenti! Forse diventerai uno Shakespeare, un Michelangelo, un Beethoven. Sei in grado di fare qualsiasi cosa. Sì, sei una meraviglia. E quando sarai grande, vorresti forse fare del male a un altro che, come te, è una meraviglia?”
    Ecco, perché non parliamo ai bambini in questo modo? Perché non siamo capaci di rispettare la loro natura? Ovviamente, non sono ingenuo al punto tale da pensare che un diverso approccio con i bambini, da solo, possa cambiare le sorti del pianeta. Però mi sembra un buon punto di partenza, non ti pare?

    Un abbraccio,
    Francesco

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  2. rozmilla ha detto:

    Sì, Francesco, lo credo anch’io. Però il problema è come fanno i genitori, che non sono stati educati in tal senso, ad educare i loro figli. Continueranno ad educare i loro figli come sono stati educati loro, suppongo, che forse sono stati educati ancor più da mamma televisione. Perciò penso che l’educazione debba essere diffusa in tutti i campi e in tutte le età. Perché è la società nel suo insieme globale ad essere malata, e quindi la cura dovrebbe interessare tutte le parti dell’albero, non solo i nuovi germogli.
    Molto belle le cose che mi dici di Casals. Non lo conosco. Tu suoni il violoncello?
    Invece io sto scrivendo cose un po’ forti in questi giorni, e spero che non ti infastidiscano.
    Ti abbraccio anch’io.
    Ciao.

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    • Francesco ha detto:

      Si, anch’io penso che la cura dovrebbe interessare tutte le parti dell’albero, e a tal proposito mi è venuta in mente un’altra citazione, di Goethe, che potrebbe servire quantomeno da coadiuvante se si decidesse di dedicarsi alla cura di un’altra parte dell’albero: gli adulti.
      Dice Goethe:
      “Se si tratta una persona come sembra che essa si meriti di essere trattata, la si rende peggiore, ma se la si tratta come se fosse già quello che potenzialmente potrebbe essere, la si fa diventare ciò che dovrebbe essere”.
      Questo Goethe la sapeva proprio lunga, neh?
      No, non suono il violoncello ma sono stato sfiorato più volte dall’idea di cominciare a studiarlo. Suono un po’ la chitarra, mio grande primo amore (amore a prima vista), che non ha mai smesso di farmi compagnia.
      Cose forti che potrebbero infastidirmi?
      Le leggerò attentamente e poi, nel caso, ti farò sapere..

      A presto..

      P.S.
      La citazione di Goethe è quella di cui ti parlai diversi post fa, che al momento non avevo a portata di mano, e che mi ripromisi di farti conoscere non appena l’avessi ritrovata..

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      • Pensierodud ha detto:

        Io non è che sono d’accordo su quello che scrivono Roz e Francesco. Semplicemente penso siano una “verità”, quindi escatologicamente superiore ad un parere. Il migliore educatore che io abbia conosciuto è un signore veneto che a 50 anni, licenziato dal suo lavoro di giornalista, è andato Varanasi, in India, ed ha aperto una scuola ispirata a certi concetti. Questa scuola, che si chiama Alice Project, affronta proprio i temi di cui Francesco parla. In Italia, ovviamente, non gliel’hanno fatta fare per motivazioni risibili. Per parte mia dico che nonostante io abbia frequentato quello che fu definito dall’allora Ministro dell’Istruzioneil “miglior liceo classico d’Italia”, non ho sentito che fugaci e quasi furtive parole che mi aiutassero a sviluppare quei concetti che poi ho trovato essere quelli fondamentali per la vita mia e del pianeta -in senso lato- in cui vivo. La finisco qui per mancanza di tempo e perchè non voglio scrivere un romanzo.
        Buona giornata

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        • rozmilla ha detto:

          Grazie Dud. Pardon se non ho risposto prima. Ma ora ne approfitto per augurarti dei buoni giorni. E per augurarci che anche qui possano esserci buone scuole.
          Che poi è ovvio che sono gli insegnati a fare la differenza, ovunque si trovino, qui, in India, e dappertutto. Da parte mia, devo dire che qualche buon insegnante l’ho avuto, l’ho conosciuto.
          A proposito, mi chiedevo se nella foto del tuo avatar, sei proprio tu … un bel cielo limpido e azzurro 🙂
          ciao caro Dud.
          un bacione

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  3. rozmilla ha detto:

    Sì, Goethe era un grande. Non lo conosco molto, ma spesso quando leggo qualcosa di suo rimango colpita. Per esempio, quando leggevo della sua teoria dei colori, ho scoperto che non si considerava grande come poeta, ma come naturalista, soprattutto per la sua teoria dei colori e gli studi sui vegetali, mi pare.
    Questo che mi dici, su come bisognerebbe trattare ogni individuo, per quello che potrebbe essere e non per quello che è, vuol dire che bisognerebbe trattare tutti (o per lo meno tutti quelli con cui abbiamo a che fare o incontriamo) come esseri preziosi e degni delle nostre cure. Questo a maggior ragione se si è educatori. Certo che bisogna avere una talento e una pazienza fuori dal comune, e nessuno di noi è perfetto. Se penso alla mia storia personale, e ai miei educatori (ma anche ad alcuni miei amici) mi accorgo che ogni volta che qualcuno mi dava fiducia, riuscivo quasi sempre, spesso, a superare i miei limiti. Quindi su questo non ho dubbi. Non è solo una questione di gentilezza, ma di fiducia reciproca, perché la relazione è biunivoca è si rafforza nel tempo, e di vera com-passione, come dicevamo già allora. Però mi accorgo anche che tutti questi bei discorsi valgono all’interno di situazioni che non sono patologiche. Guarda caso anche quando ne parlavamo la scorsa estate, mi pare fosse appena accaduta quella strage, e in questi giorni rieccoci, e ogni giorno sempre in ogni dove. Quindi bisognerebbe trattare ogni individuo anche col timore che potrebbe diventare pazzo? Se ci pensi però il discorso non cambia.
    Comunque è chiaro che siamo tutti addolorati, e che questi fatti creano angoscia. Ma sicuramente non bisogna smettere di nutrire le nostre menti con cose buone e belle (ma qualche volta anche qualche piccola scossa, dico io). In questo momento mi vengono in mente alcune frasi di Gandhi, come quando diceva “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
    E poi, come non citare questa, di Voltaire
    “Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura”. Questa è splendida. E se fosse vero …
    Ciao Francesco.
    A presto.

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  4. Francesco ha detto:

    Già, e se fosse vero.. Se fosse vero, se si riuscisse a far ciò, anche questo sarebbe un altro piccolo passo sulla strada del nostro miglioramento. Comunque lo so, lo so che non bastano i bei discorsi. Però i bei discorsi ci aiutano a ritrovare quella fiducia, quel senso del bello, che lungi dall’essere fine a se stesso, è un utilissimo mezzo per riunire le forze e procedere con rinnovata energia lungo il cammino della vita..

    Ciao e buona giornata..

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