una smodata predilezione per i coleotteri

Sentirsi al centro dell’universo e all’apice dell’evoluzione probabilmente è una sensazione dalla quale le donne sono per lo più, o meno, escluse. Sarà per questo che non riesco a sentirlo come un mio problema? E non so perchè, ma da qualche tempo sono quasi sempre più convinta che sia un problema, non umano, ma dell’uomo. E non so perchè, ma qualcosa mi dice che è quasi sempre l’uomo a pensare che la terra e l’intero universo sia una tavola apparecchiata unicamente per lui. Infatti è raro, non solo che apparecchi, ma che sia dia poi almeno la pena di sparecchiare. Per la sua logica ominino-dinosaurica è un’ovvietà che ogni cosa sia sempre alla sua portata senza dover fare il benché minimo sforzo, sia prima che nel post-festum, e che debba agguantarsi le porzioni più abbondanti lasciando le briciole agli altri, come ai cani sotto la tavola dell’Ultima Cena – lettori presenti esclusi, ovvio – e senza badare che i cani sono la stragrande maggioranza.

Ricordo che a tavola fin da bambina mia madre dava sempre la porzione più grande a mio fratello, anche se era più piccolo di me di quattro anni. “Perchè lui é un maschio e deve crescere forte”, diceva. Ora, non è che a me non bastasse la porzione più modesta, che anzi credo abbia fatto più bene a me mangiare di meno che a mio fratello abbuffarsi come un porcello, soprattutto perchè c’ha preso l’abitudine e continua a farlo. Ma soprattutto pavento che il problema generazionale di come siamo stati educati abbia ripercussioni sui comportamenti che teniamo tuttora. Ci sto un po’ scherzando, anche perchè so bene che dai tempi della mia infanzia, si è passati a momenti di vacche grasse forse senza precedenti nella storia dell’umanità, qui nel bel mondo civilizzato, dove l’abbondanza di cibo è diventato un problema di eccesso che non ha risparmiato nessuno in fatto di quantità, tranne ovviamente le popolazioni delle nazioni cosiddette “arretrate”. Sul versante qualità, invece, ha colpito tutti quasi indiscriminatamente, anche chi mangia ostriche e caviale. Non ci sono più le ostriche di una volta – sob!

Il lungo preambolo rischia di portarmi fuori strada. Rimedio subito. Avevo iniziato a scrivere sull’onda di un post di Mario Domina molto interessante. Questo. E da lì, il seguito.

Anche perchè, lo ammetto, ho cercato di leggere il libro di Pievani, “La vita inaspettata”, un libro molto bello. La prima cosa che i miei sensi hanno percepito è stata che sì, la carta è molto buona, carta di prima qualità, liscia e delicata; una sensazione così sotto le dita è da molto che non la provavo. Ma dopo aver ciondolato malamente per qualche tempo sui primi capitoli, ieri sera mi sono decisa e sono saltata alla parte filosofica che non fa che snocciolare e rafforzare quello che il (mio) senso comune, accomunato però da altre letture e riflessioni, aveva già afferrato. Difatti, non era Aristotele a dire che possiamo conoscere solo quello che già sappiamo ?

Forse la cosa più curiosa è la coincidenza di aver trovato in questo libro corrispondenza a problematiche che andavo indagando e in parte già chiarendo, di mio, senza sapere che fossero al centro degli interessi dei filosofi delle scienze come Pievani. Detto questo, a me non dice niente di nuovo. Diciamo che mi fa più impressione sapere che nel mondo muore un bambino ogni 5 secondi, per un totale stimato intorno ai 50.000 l’anno. Ma anche questi sono solo numeri e la realtà è lontana – che si sa, se l’occhio non vede, il cuore non duole.

Ma se vogliamo andare al sodo, penso che al di là di ogni evidenza, se qualcuno è affezionato al finalismo, e non può sopportare l’idea che il mondo come lo conosciamo si sia prodotto da fatti contingenti e accidentali, continuerà a trovare un modo per corroborare le proprie preferenze sentimentali e cullarsele teneramente fino alla fine. Non so che genere di consolazione possa indurre pensare che l’universo e la natura rispondano ad una necessità di ordine divino, oppure che un progetto intelligente regoli l’andamento di mutamenti che compaiono di volta in volta in forma bizzarra e strampalata … non so … dovremmo chiederlo a chi lo crede. Per esempio potremmo chieder loro quale misterioso fine sarebbe sotteso alla strage degli innocenti che si perpetua indefinitamente anche se avremmo i mezzi per evitarla, e quale fine d’altra parte sia sotteso al fatto che usiamo invece quegli stessi mezzi per fabbricare arsenali armi bombe elicotteri e mezzi militari.

D’altronde anche “ il credere”, come ammette anche Pievani, è uno dei bisogni umani. Il problema, semmai – ed è da un po’ che ribatto su questo tasto – è in “cosa” conviene credere. Ma anche qui entra in gioco il fatto evidente che, come donna, non sono tanto interessata a capire l’universo o inventare macro-sistemi immaginifici dove tutto funzioni come un prezioso meccanismo ad orologeria svizzero, quanto piuttosto a poter risolvere i problemi contingenti, sporchi e micragnosi. Perciò lo ammetto, sono di parte. E in quanto a convenienza, chiedo:

a) conviene credere che il nostro destino è predeterminato, versus che ogni cosa è frutto del caso – quando entrambe le opzioni implicherebbero il fatto che possiamo anche rassegnarci, che tanto non ci si può far niente?

Oppure:

b) credere che le contingenze che entrano in campo possono modificare l’andamento, se non di tutte, almeno di molte cose? – in un modo o in un altro?

Ecco, a me sembra che il punto nodale sia questo. A qualcuno potrebbe non piacere tagliare il problema in due con l’accetta, e obietterà che fra il bianco e il nero ci sono molte sfumature di grigi e di bitume, ma è anche vero che molto spesso la scelta è indubbiamente una cosa o il suo contrario, come per esempio la scelta fra la pulsione di vita o quella di morte. Tutto il resto è sopravvivenza precaria fuori dai limiti della ragione.

Ringrazio Pievani e gli scienziati che sostengono la teoria della contingenza, e che l’avvalorano dal punto di vista scientifico, che non è, quindi, soltanto un’ideologia campata in aria. Ma da lì a farla entrare nella mentalità della maggioranza, temo che il passo, oggi come nei secoli passati, sia sempre arduo.

Il problema – se mi è concesso fare un salto logico – è che possiamo disporre di mezzi tecnologici “potenti” che in mano a individui più responsabili e coscienti potrebbero concorrere al benessere dell’umanità; ma che purtroppo sono esattamente gli stessi mezzi che in mano a ominini dinosauri sono e potrebbero diventare sempre più pericolosi e fuori controllo.

Chioso con una frase che ebbe a dire il biologo inglese J.B.S. Haldane (estratta dal libro di Pievani, pag.229);  quando alcuni teologi gli domandarono cosa si potrebbe dedurre circa la natura del Creatore, a partire dallo studio della sua Creazione, si racconta che abbia risposto: “Una smodata predilezione per i coleotteri”.

Che dire, forse anche noi, se è vero che siamo stati fatti a immagine e somiglianza del Creatore, preferiamo i coleotteri, visto che di sicuro li preferiamo ai cuccioli dei nostri stessi simili.

 

Ma va bene, siamo tutte brave persone. E non dubito che ognuno di noi quando torna a casa fa esattamente quello che un sant’uomo ci ricordava di fare, e cioè “Fate una carezza ai vostri bambini”. Ma solo ai vostri, mi raccomando. E a tutti gli altri un bel calcio atomico.

 

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5 risposte a una smodata predilezione per i coleotteri

  1. md ha detto:

    Molto bello! Soprattutto hai fornito una importante “torsione dello sguardo”, un punto di vista di genere che ancor più ci fa capire come tanto quel che accade tanto l’interpretazione di quel che accade siano del tutto contingenti (cioè “localmente” e fattualmente determinati), frutto di una storia lunghissima – che, per lo meno in parte, può essere modificata. Ma le modifiche non possono che provenire da quelle soggettività plurali che, appunto, sono in grado di “torcere lo sguardo”, e magari di farlo spaziare un po’ più in là.

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    • rozmilla ha detto:

      grazie Mario! sì, non ci avevo pensato: è una torsione, guardare le cose da un prospettiva altra, o insolita. Spero sia chiaro che ho volutamente esagerato, come si dice, ho fatto una parodia, anche se come fai notare, suppongo che anche un’abitudine culturale, per esempio come quella di dare meno cibo alle donne, è un fatto che su larga scala incide. Se poi come fanno in Cina, o in India, le sopprimono prima di nascere o poco dopo, anche questo deve avere delle conseguenze sul genere umano, al di là delle dovute considerazioni etiche. Come muta il genere umano, e perché?

      Quando anni fa praticavo yoga amavo contorcermi in tutti i modi e, non per darmi delle arie, ma ero piuttosto bravina, allora. Lo scopo era di riuscire a torcere il corpo per superare, forzare, di volta in volta i limiti imposti. Ho voluto raccontare questa cosa che sicuramente è anche personale, ma al di là di questo, credo che le singole e isolate torsioni non possano incidere molti mutamenti nel corpo sociale, almeno finché non diventano collettive, o come tu dici, torsioni di soggettività plurali. Ora, non credo che ogni torsione sia buona e utile; ci sono torsioni come “stretti giri di vite” che potrebbero essere potenzialmente pericolose. Mentre altre, di altro genere, potrebbero rivelarsi più vantaggiose. Speriamo allora di avere abbastanza intelligenza da imbroccare quelle buone!

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  2. carla ha detto:

    io preferisco i cuccioli ai coleotteri!:-)
    però i coleotteri affascinano molto Fabio Brotto…
    grazie per le tue visite, devo leggermi tutto con calma prima di dire la mia, e non ci riesco per ora…
    un caldo abbraccio
    C.

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  3. baodichan ha detto:

    ciao rozmilla, una cosa che noto anche in altri forum, e poi anche direttamente nelle filosofe feministe (ma oggi si dice filosofe del gender), è la predominanza dello stile narrativo.
    io amo quello razionale. ma mi piace anche quello narrativo (rapsodico).
    contingenza evolutiva associata ai problemi dei bambini del burundi o della somalia (compaiono pop-up dappertutto)? mmm carmelo bene avrebbe da ridire. 😉
    ricordati che ti devi vedere le sue apparizioni al maurizio costanzo show!
    e rivedere e rivedere…è pieno di gemme, alcune delle quali oscure anche a me.
    alte le ho decifrate.

    la politica è sempre una cosa relativa, è patetico come l’uomo comune si affanni a crederlo vero, fisso, immutabile e giusto.
    è politica. adesso non ho il tempo e la voglia ma ti passerò un link molto importante da youtube anche se molto complicato.

    ormai c’è una smania di fare…che non sa nemmeno dove indirizzarsi.
    il punto è che bisognerebbe capire che ormai siamo all’interno di sistema più grande di noi.
    siamo deferenti.
    dipendiamo da altri.

    ma bisogna continuare a lavorare su noi stessi.
    è giusto così-
    il lasciarsi prendere dallo sconforto non farebbe che fare implodere i nostri già deboli io.
    certo poi sono da rismontare per andare in altre direzioni.
    ma per capire le altre direzioni è necessario il fortino.

    il fortino è rendersi conto di quanto la filosofia sia correlata con il linguaggio-
    la filosofia non è la teologia paoliniana-

    se scrivi malinconico io divento malinconico.
    è questo il prinicipio base della psicologia della gestalt-

    visioni che incidono sull’io interiore.

    contingenza? no è necessità-
    in quanto noi non possiamo che interagire tramite segni-
    in questo caso scritti.-

    nella maggior parte dei casi la voce,
    anche le carezze, sono simboli che ci precedono sempre.

    QUESTA è la necessità- nella maniera più assoluta non si può ridurre al finalismo!
    ma di certo il mantenimento della specie è la priorità biologica.
    queste le donne meglio degli uomini lo sanno-

    ti dispiaci per i bambini non certo per i vecchi.
    i pop-up dei vecchi dell’africa non mi compaiono MAI.
    un momento che sia marketing?

    ecco l’importanza della comunicazione.
    ed ecco il vero finalismo: quello economico.

    chissà perchè sempre con s.paolo se la prendono…mai con bill gates…interessante no?

    va beh a ulteriori considerazioni, pardon speculazioni! (non economiche eh 😉 )

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  4. rozmilla ha detto:

    scrivi così tante cose, e in modo che non mi sono del tutto chiare, che non so da dove iniziare.
    forse anche tu sei necessitato a parlare come parli (o scrivi), come io d’altronde.
    Ma la teoria della contingenza, come la intendo io, non confuta il fatto che ci siano cause che mettano in moto altre cause, così all’infinito, in questa valle di dolore.
    Piuttosto, accorgermi che c’è questa catena di cause, potrebbe (se vuoi ingenuamente) dar adito a un pensiero di responsabilità sulle cause che entrano in gioco, e pensare che, prendendone coscienza collettivamente, abbiamo la possibilità di interropere quelle più svantaggiose, violente, deleterie.
    Il voler fare, poi avviamente non consegue necessariamente un poter fare bene (non Il Bene, attenzione), perchè per poter fare bene bisognerebbe imparare a fare bene – fattualità che si deve districare tra infinite e imponderabili cause contingenti.
    Il “finalismo”, come lo intendo io, è il credere che ci sia un fine storico trascendente che ci sovrasta, e che ci indurrebbe anche psicologicamente a credere di non poter fare alcunchè per modificare il corso degli eventi.
    Mentre credo che si debba recuperare un “fine” propriamente umano, e di un ritrovato umanesimo.
    Quando parlo di “convenienza” intendo appunto questo “fine” umano, e quindi di una nuova “economia”, non fondata sul potere del danaro, che è diventato, questo sì, il vero potere assoluto che tiene in trappola e ricatta le nostre vite.
    Spero di essere riuscita a spiegare, a grandi linee cosa intendo.
    Poi, non so neppure io se lo stile e i contenuti di questo breve post sia adeguato al fine che oso propormi, o se sia del tutto un fiasco, nel senso che ottiene proprio il contrario. Questo me lo devi dire tu, e chi lo legge. Resto in ascolto ..
    ciao

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