Spinoza and me

Avevo iniziato ad estrarre qualche proposizione dall’Etica di Spinoza – un po’ alla rifusa, a dire il vero – col proposito di scriverne con calma. La calma però è diventata flemma, ma è solo perché sono un po’ stanchina. Che poi lo so già, di mio, cosa mi succede in queste giornate d’inverno: che mi capita di aver bisogno di un tonico, e invece di farmi una spremuta d’arance rimedio facendomi una spremuta di Spinoza. Funziona. Dio, se funziona. Provare per credere.
D’altra parte Lui stesso ebbe a scrivere, nel Trattato sull’emendamento dell’intelletto (pag. 14), “Fa parte della mia felicità, l’adoprarmi perché molti pensino come me, e il loro pensiero e i loro desideri s’accordino perfettamente col mio intelletto e coi miei desideri.”
E se è vero questo, penso che ancora adesso potrei dargli modo di essere felice, oltre lui rendere felice me ora, ovviamente. E senza temere esagerazioni, potrei parlarne come di un accordo di lunga durata, che non teme il tempo, se non persino situato al di fuori del tempo, che è l’aspetto peculiare della nostra relazione. Bisognerà che lo informi prima o poi. Che so, gli manderò una cartolina.
Ma forse quello che mi ha ostacolato dai miei propositi iniziali, oltre la stanchezza contingente di questi giorni d’inverno, è che ho omesso in toto la prima parte dell’Etica, quella che riguarda Dio, o sostanza. Ma poi ho pensato che non sarebbe corretto, perché è su questo Dio che Spinoza fonda l’Etica. Questo Dio che di certo non è più quello della teologia e tradizione filosofica precedente o futura, ma che Spinoza continua a chiamare Dio. Avrebbe potuto utilizzare un altro termine o sostituirlo semplicemente con quello di natura, o sostanza – e lo ha fatto – ma se l’ha mantenuto forse è perché nessun altro termine avrebbe potuto dare un’idea sufficientemente chiara di una sostanza che è causa sui.

 “Per causam sui intelligo id, cuius essentia involvit existentiam, sive id, cuius natura non potest concipi nisi existens.”

Traduzione: “Per causa di sé intendo ciò, la cui essenza implica l’esistenza; ossia ciò, la cui natura non si può concepire se non esistente.” (Etica I, def. 1)
Se mi sentissi in forma, più o meno perfetta, forse inizierei a discettare in termini logici sulla faccenda, posto che ne sia capace. Ma no, non è questo il modo né il tempo. Non ora. Mi arrendo. Oggi ho maggior desiderio di narrare del mio incontro con Spinoza. Un po’ di folcrore, cose così. Sulla scia dell’insostenibile leggerezza dell’essere me …

Accadde così, ero seduta alla scrivania della mia cameretta, davanti alla finestra; era primavera, forse maggio,  c’era una bella luce solare e ombre nette. Caldo tepore. Mi stavo preparando per dare l’esame di maturità magistrale da privatista; due anni prima mi ero ritirata dal liceo scientifico perché mi ero sposata, e Riccardo aveva già un anno. Studiavo da sola, senza professori né compagni di classe su un programma di due anni distribuito in pochi mesi, così che in quel periodo mi facevo un filosofo al giorno sulla Storia della Filosofia del Sini. E quello era il giorno di Spinoza. Mentre leggevo, a un certo punto cominciai a piangere. Ero commossa, non stavo nella pelle, non mi pareva vero. Cos’era successo?
Era successo che il misterioso ed equivoco invisibilia dei era svanito, e finalmente, e inaspettatamente, coincideva con la superficie luminosa del giorno. Tutto quanto, niente escluso.
Immaginatevi una bambina cresciuta a pane e latte e Dio – e polenta, chiaramente, ma in seguito anche pane e salame – in una famiglia praticante pregna di timore e venerazione, dove nel ramo del nonno paterno ben quattro sorelle erano suore; e dove l’educazione religiosa impartita per lo più dalla nonna paterna metteva in cima alla scala dei valori la sincerità, virtù che peraltro non mi sono mai sognata di disprezzare.
Ma ad essere del tutto sincera, sincera fino in fondo, l’idea di Dio che mi veniva spacciata come vera, da un certo punto in poi ho avuto difficoltà a farla mia. E chi sarà mai questo Dio? E dove? E cosa? Un’entità fuori dal mondo? O che sbuca all’improvviso dalle nuvole con la consueta barba bianca per consegnare a Mosè le tavole della legge incise nella pietra, come viene rappresentato fin nei sussidiari delle scuole elementari? Questa figura non mi sembrava meno incredibile di Babbo Natale, al quale avevo smesso di credere all’età di sei anni, quando forse avevo già intuito la differenza fra il credere e l’essere creduloni. Ma anche più in là sentivo che qualcosa non quadrava, fra il Dio delle antiche scritture che fa a cazzotti col giovane e bel Gesù col cuore in mano, comprese le paccottiglie da catechismo che mi venivano offerte impacchettate e infiocchettate, con nastri dai nodi belli stretti che non si possono sciogliere. O prendere o lasciare. L’aut aut alla cieca mi irrita sempre un poco, nella fattispecie mi faceva girare le scatole sottosopra, soprattutto per il ricatto implicito, non detto ma subodorato, che se prendi il pacco così com’è sei con noi, viceversa sei contro di noi. Fuori, escluso. Non ci sono alternative. Meglio così, allora. Le convenzioni sociali sono dure da digerire, e non sarebbe stata né la prima né l’ultima volta che avrei scelto il digiuno. Ma ecco che leggere Spinoza mi riconciliava persino con l’idea di Dio, idea alla quale in qualche modo mi spiaceva dover rinunciare.
Da quel giorno, invero, mi è capitato di aver molte altre cose da fare che occuparmi di Spinoza o di Dio. Molti anni a seguire, dopo un tormentato tentativo di scendere a patti con la religione dei miei avi, conclusi definitivamente la faccenda il giorno in cui dissi al Don, che incontravo quando veniva a benedire la mia casa prima di Natale, che mi sarebbe piaciuto cantare nel coro dei canti Gregoriani. “Non si può” mi rispose il Don, “Solo gli uomini possono cantare i canti Gregoriani”. Din- don, la campanella, din-don.  So che è una cosa sciocca e che non si dovrebbe basare la fede su una cosa sciocca, ma messa assieme all’enorme accumulo di altre cose sciocche, diventava una sciocchezza madornale difficile da sopportare. Si decise così molto semplicemente, e definitivamente, la mia incompatibilità con la religione cattolica. È un po’ come togliersi un dente che fa male. Tolto il dente, passato il dolore. E non è poi nemmeno detto che si senta la necessità di metterne al suo posto uno posticcio. Anche in questo caso tutto dipende dal dente in questione: mancando un incisivo, diverrebbe compromessa la possibilità di sorridere con grazia, e invero sarebbe un vera sciagura; mancando soltanto un molare, invece, e finché c’è il corrispettivo sull’altro lato, compresi premolari e denti del giudizio, si può temporeggiare. E masticare convenientemente.  L’ho messa sul ridere, non tanto perché non mi sembra il caso di entrare nei meandri dei dogmi di fede, ma perché, ad essere sincera, sincera fino in fondo, non ricordo più, non ho più la più pallida idea di che si tratta, o quali erano. Credo però d’esser sfuggita per il rotto della cuffia ad implicazioni di tipo sentimentale con la religione dei miei avi – la contingenza in questo caso mi ha portato fortuna. Penso però anche sia impossibile sfuggire da implicazioni sentimentali riguardo al ventaglio di proposizioni e tesi verso le quali nel tempo dichiariamo di essere persuasi.
Ma tornando a Spinoza, qualche anno fa, in una piovigginosa domenica  di febbraio o marzo fui indotta da non ben chiari ma inequivocabili motivi sentimentali ad acquistare un’Etica. Anche qui, sembrerà una cosa sciocca e corro il rischio di apparire pedante, oltre che veniale, ma la scelta di un libro non è qualcosa che faccio a cuor leggero, e non tanto per l’investimento di denaro, quanto per l’investimento di tempo e l’impegno che implicherà, con l’incognita di affidarsi  ad una guida senza sapere dove potrà condurre. E sarà alla mia portata? E mi sarà utile?
A casa, la sera, mi buttai a capofitto nell’Etica – faccio sempre così, mi butto, quando mi butto – e immanente fui trasportata in un altro mondo in un altro tempo. Ma sopratutto questo Dio, che gettato fuor dalla porta, ritornava prepotentemente e bellamente dalla finestra … ah che sollievo, ritrovarmelo tra le mani in altra forma, altri abiti, senza né barba né rovi roventi. Alcune ore più tardi, era già notte fonda, appoggiai l’Etica sul tavolino. Non ricordo bene se i giorni seguenti ripresi la lettura, forse solo alcuni piccoli assaggi, perché l’esito che sortì concreto, fu di lasciarmi senza più alcuna necessità di pensare ancora. Silenzio completo. Durò per alcuni interminabili mesi. C’è qualcosa di più bello che abbandonarsi nel tempo cadendoci in braccio? Rammento però che fra i pochi pensieri che mi passarono in mente ci fu quello di chiedermi davvero che bisogno avessi di pensare ancora, dal momento che c’aveva pensato già Lui così bene, che non riuscivo a trovare motivi per dubitare. Ma che soprattutto,  l’unico Dio era fatto della stessa sostanza su cui tenevo persino i piedi. O in cui mettevo le mani quando impastavo il pane. Eccetera eccetera. 
 
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7 risposte a Spinoza and me

  1. baodichan ha detto:

    anche io ho una storia di legame e reazione al dio, in questo caso alla religione più che altro.
    ma effettivamente quella sostanza che a volte ci fà sentire partecipi della natura tutta, non si può forse chiamare dio?
    le ultime letture, agamben sopratutto, mi ha fatto scoprire tutta una nuova visione del mondo.
    se dio non fosse altro che il racconto della filosofia in tutto l’arco occidentale?
    proprio oggi, da un manuale, mi è sembrato di capire cosa intendesse heidegger, quando parlava della morte della filosofia.
    egli intendeva proprio la morte della flosofia metafisica, cioè della parte principale della nostra filosofia, che a suo avviso si è troppo arroccata su vecchi schemi.
    L’intenzione di heidegger non era quella di dimenticarla, anzi diceva che era anc’ora quello l’obiettivo principale di noi tutti, si trattava di rileggerlo con nuovi strumenti.
    Facendo attenzione a non cadere nel relativismo che compiace il potere della tecnica e il dogmatismo di cui si nutrono il 99,9% delle persone (noi comprese) anche e soprattutto a loro insaputa.
    Come andare avanti in maniera diversa?
    1.deleuze (spinoza)
    2.derrida
    3.sloterdijk
    4.sini (pierce)
    5.religione
    6.marxismo
    7.liberalismo
    8.schopenauer/nietzche/c.bene
    fin’ora sono queste le vie che ho trovato.
    poi è curioso incrociare altre vie come quella di md: un contingentismo aperto lo chiamerei, una via senza agganci alla parola al sentimento o alla religione.
    una via che si schiude comunque alla meraviglia, e al pro-attivo.
    o la tua, una sorta di incrocio fra sentimento e ragione, forse proprio la via di spinoza vero? buone feste! bisogna meditare

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  2. rozmilla ha detto:

    Grazie Bao. Sono belli questi tuoi commenti.
    La mia narrazione, avrei dovuto dirlo, è appunto una “narrazione”. Non va presa alla lettera, c’ho solo giocato un po’. In realtà penso proprio poco a dio. Ma forse più che della perdita di dio, temo di più la perdita della dimensione del “sacro”. Per questo sarei con Spinoza, che mantenendo il termine dio per la sostanza infinita, e quindi la natura, rende in un certo senso sacra ogni cosa. Ma anche per lui, dio, come la sostanza, o l’Essere, è solo un’idea che possiamo concepire, che è la più grande di tutte, e nella quale tutte si riferiscono e sono comprese.
    Però, però … “All’essenza dell’uomo non appartiene l’essere della sostanza, ossia la sostanza non costituisce la forma dell’uomo” (E 2, prop. 10)
    Difatti Severino metteva anche Spinoza nella tradizione nichilista dell’occidente, ed è facile capire perché. E’ perché in realtà l’uomo è al di sopra di dio (Severino), dal momento che lo crea nella sua mente.
    Però dio è un’idea consolante, come la necessità, l’eternità e il destino. E non so se tutti sono disposti a disfarsene, se possono farne a meno. Spinoza stesso diceva che per la “gente”, era più conveniente credere alle religioni che no. E ti devo dire che anch’io, quando guardo i “credenti” resto se vuoi anche affascinata da quella loro beata ingenuità. Perché annichilirla? Non si fanno tante domande “di testa”. Mentre i filosofi, con tutte le loro belle operazioni logiche, alla fin fine cosa ne hanno ricavato? Che ad un certo punto devono tornare indietro, perché più in là non si può andare.
    Tornare alle cose semplici, e ai sentimenti, e cercare di poter credere ancora a qualcosa, a quello che sentiamo vero, che intuiamo col cuore essere vero: la conoscenza “intuitiva” di terzo genere, direbbe Spinoza. Quello che anche gli orientali chiamano la via del cuore. Ma anche in Nietzsche l’avevo trovata. Ora però sto cominciando a dimenticare un po’ tutto 🙂

    Buone feste anche a te, caro Bao
    e … un po’ di musica per l’occasione … “sursumcorda” !

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  3. md ha detto:

    In effetti non è affatto indifferente che Spinoza parli di dio e cominci proprio da lì: un inizio potente che, strano a dirsi, gli costò molto caro. Non credo ci sia mai stato un filosofo così vituperato e odiato dalle religioni rivelate, come se “prendere di petto la questione” fosse per loro un pericolo mortale più che un sostegno. Cosa che infatti fu ed è ancora.
    Un felice incontro, non c’è che dire.

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  4. rozmilla ha detto:

    Sì, è strano che soprattutto nelle alte sfere della religione sentano il bisogno di giustificare dio con la ragione. È come dire … s’incaponiscono, vogliono mettere la capoccia in una questione in cui la capoccia non dovrebbe entrare; io direi, parafrasando il famoso adagio, che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un capoccione in paradiso – a meno che il paradiso non sia un paradiso matematico 🙂
    E t’immagini Spinoza, che forse non l’avrebbe detto che dopo essere stato tanto odiato e vituperato, in questo tempo ci sono invece tanti che gli vogliono bene. O forse lo sapeva, vedeva lontano ..
    ciao Mario, e buoni giorni a te e ai tuoi cari.
    ti abbraccio.
    milena

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  5. Lena Frankfurter ha detto:

    Gerade auf den Punkt und gut geschrieben! Warum kann nicht jeder andere auch so sein?

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  6. rozmilla ha detto:

    Il commento era finito nello spam, ma di certo non mi faccio scappare il primo commento in lingua tedesca!
    Traduzione (da google): “Dritto al punto e ben scritto! Perché non si può essere così?”
    Risposta: Claro che sì!

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