la voce

Nelle ore più silenziose della notte quando tutto si ferma mi piace leggere. La scorsa notte ho ripreso in mano quel librone blu celeste della Beauvoir che dicevo. Non ricordavo più nulla, sapete. È un tomo piuttosto voluminoso: misura 13,5 x 20,7 x 4,4 centimetri, peso 866 grammi per 864 pagine esclusa la copertina, stampato nel 1994, edizione economica, costava 22 mila lire, pagine già un po’ ingiallite,  non morde. Mi sembrava doveroso riprenderlo in mano, anche se – scritto nel ‘49 – per certi aspetti è superato; e so già che non lo leggerò tutto, ci vorrebbe troppo tempo e ho intenzione di leggere altre cose. Ma ovviamente non si può che cominciare dall’inizio. Sto scrivendo banalità, giusto per scaldarmi le dita. E non voglio nemmeno parlare ora dei contenuti. Ora voglio parlare d’altro, dell’esperienza della lettura, cosa significa per me. Da piccola, quando la maestra iniziò a darci un libro la settimana, camminando per tornare a casa prima di arrivarci ero già alla fine. Poi quando i libri sono diventati più sostanziosi, mi isolavo a tal punto che dovevano scuotermi per farmi uscire dalla lettura. Ammetto però di non essere più un’accanita lettrice, leggo molto sul web e non è esattamente la stessa cosa. Per di più in genere i romanzi mi annoiano, ed è raro trovarne qualcuno con cui essere in sintonia al momento giusto. Se considerassimo per celia la lettura una droga, potrei dire di preferire quelle più pesanti, o difficoltose, fatta sempre salva la moderata norma del sentirsi in sintonia. Ma anche qui, depende, non si sa bene da cosa. Quando ci si immerge, in silenzio, nella scrittura di un altro siamo trasportati altrove, in un luogo altro, come dentro un’altra mente, un altro pensiero che si riversa in noi, o noi che entriamo in quello, non so dire. E vuoi che sia racconto, narrazione, ragionamento, le parole che leggiamo non sono mute, ogni narrazione ha una sua voce. Ognuno di noi quando pensa fra sé e sé ha una sua voce interiore che raramente è sovrapponibile alla voce esterna che viene udita dagli altri quando ci ascoltano. Solitamente, infatti, ci stupiamo quando ascoltiamo la nostra voce registrata, se non ne siamo usi, perché non corrisponde al suono della nostra voce interiore. Pensare, è chiaro, oltre che sulle idee, la logica e la grammatica, si modula sulle stesse caratteristiche del parlato, cambia solo il luogo e la direzione, dentro sé o verso l’esterno, e quindi è anche un suono, un timbro, una musica, una tonalità affettiva. E quando pensiamo a qualcuno, fateci caso, forse ancor prima del volto, della figura e della mimica, è impressa in noi il suono della sua unica e irripetibile voce. Se leggiamo una lettera o un testo di una persona  che conosciamo, è quella voce che sentiamo come se ci stesse parlando. Mentre quando leggiamo testi di persone delle quali non conosciamo la voce, a seconda dell’impasto delle frase, della tonalità del discorso e di brandelli di indizi sullo scrittore – età, sesso, fisionomia – applichiamo una voce idonea ad articolare la narrazione per farla essere; la inventiamo, e diversamente non potrebbe essere. Il pensiero è strettamente intrecciato al suono, per lo meno per chi possiede il senso dell’udito. Non so immaginare come si possa organizzare il pensiero in chi dalla nascita non conosce suoni e rumori. Questo per me è davvero un mistero. Comunque nella lettura è come se le parole e le immagini scorressero su un nastro, su una pellicola; e per poterle interpretare, udire, sentire, ne facciamo una sorta di doppiaggio. La cosa curiosa è che mi sono accorta che la voce è sempre diversa a seconda dello stile dell’autore che in un certo senso traspare da quello che dice e da come lo esprime. E quando leggo testi che so essere stati scritti da donne, come quello della Beauvoir di ieri notte, la voce è femminile. Non ricordo più quand’è stata l’ultima volta che ho ascoltato (leggendo) una voce femminile – forse qualche anno fa “Esprit” della Arendt. Ma ad un certo punto la scorsa notte mi sono fermata pensando questa cosa. Una bella sensazione.  E per quanto il discorso a tratti fosse un po’ aspro, soprattutto nel primo capitolo, andando avanti mi ci sentivo bene, come in un  ambiente  familiare con una buona atmosfera. Anche prima di addormentarmi continuavo a sentirne l’eco. 

 

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11 risposte a la voce

  1. md ha detto:

    in effetti, leggendoti si sente la tua “voce”, ed è una bella sensazione…
    dopo un seminario teatrale di qualche anno fa tutto centrato sulla voce e sul corpo, mi ero ripromesso di indagare sul significato filosofico della voce, ma per ora l’ho piazzata lì in bella vista, sullo scaffale delle intenzioni, come un libro importante che prima o poi si dovrà leggere

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  2. rozmilla ha detto:

    Grazie Mario!
    Quando ho letto il tuo commento stavo ancora sistemando le virgole. Ed anche per me è una bella sensazione quando ascolto la tua voce ..
    Inoltre trovo curioso che “sento” anche la voce di ogni persona col quale intreccio un discreto dialogo nel blog, anche se non la conosco.

    Leggevo di Severino un libro anni fa in cui parlava dell’origine delle parole dai suoni più primitivi, che corrisponderebbero in molte lingue. Sì, sarebbe interessante che affrontassi questo tema.
    Ti auguro una buona domenica

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  3. Francesco ha detto:

    Sottoscrivo quanto detto da Mario. La tua “voce” si sente (limpida e forte, aggiungerei), ed è una bella sensazione..

    Ma ovviamente non posso limitarmi a sottoscrivere semplicemente quanto ti ha detto Mario..
    E quindi parlerò un po’ del mezzo di cui si serve la tua voce, la scrittura, o per meglio dire delle sensazioni suscitate dalla “voce” che fuoriesce da quest’ultima.
    La “voce” che arriva dalla tua scrittura mi fa l’effetto di uno spazio che si dilata. Dilatandosi, non si dilata uno spazio qualsiasi ma il mio spazio interno. Vedo ampliarsi i confini della mia anima. Si allarga l’orizzonte ed io non mi sento più costretto nell’angusto perimetro della mia abituale soggettività e mi avverto decisamente più leggero. Entro in una dimensione diversa.
    Hai presente gli stereogrammi? Quei disegni astratti che sembrano non significare nulla ma che se riesci a mettere a fuoco gli occhi in un certo modo ti rivelano un mondo tridimensionale tutto da indagare, dove ogni nuovo particolare scoperto corrisponde al manifestarsi di una emozione? Ecco, leggere quel che scrivi a me produce una sensazione analoga (fatte salve le dovute differenze, ovviamente). Ti ripeto, è come entrare in un’altra dimensione..

    Ciao,
    Francesco

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  4. rozmilla ha detto:

    grazie Francesco, sei sempre molto caro. Ovviamente sono convinta che tutti abbiamo una propria voce, realmente e ancor prima della scrittura; ma come dici, forse in certi casi ancor più con la lettura abbiamo l’impressione di entrare nello spazio riflessivo ed emotivo dell’altro, ed è una cosa che anch’io provo, qualche volta. Anzi, se non succede questo, sarebbe una fatica quasi inutile e poco piacevole. Però penso anche che per riuscire ad ottenere questa cosa, molto dipenda da una tecnica comunicativa, ma soprattutta dall’avere qualcosa da dire, che se vuoi è anche una spinta, un desiderio, un’urgenza. Ti confesso però che in questi giorni freddissimi di gennaio mi sento un po’ rattrappita. Ma capita anche questo, insomma, meglio prendere le stagioni per quel che sono, rispettarle, e va bene così … ma in men che non si dica vedrai che entreremo in una dimensione più primaverile …
    un caro saluto

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  5. Francesco ha detto:

    Si, sono d’accordo, se non succede di entrare in quello spazio in quel modo, è una fatica quasi inutile. E poi certo, tecnica per esprimere un contenuto, e presenza di un contenuto da esprimere. Sennò perchè comunicare?
    Bene cara, allora buona giornata e alla prossima..

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  6. rozmilla ha detto:

    non vorrei essere fraintesa, Francesco: quando parlo di tecnica e contenuto mi riferisco alla scrittura, avere qualcosa da dire e saperlo esprimere. La comunicazione interpersonale, credo sia ben altra cosa, anche se in qualche modo può utilizzare gli stessi strumenti. Ho difficoltà a dire cosa sia, ma ieri qualcuno lo descriveva come un “un prendersi cura della distanza”, la distanza fra la singolarità di ciascuno, soprattutto di ciò che non capiamo più di ciò che è simile … e mi è piaciuta questa descrizione, e qualcosa mi dice che piacerà anche a te …
    Buona giornata Francesco

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  7. Francesco ha detto:

    No, non sei stata fraintesa, ho capito benissimo . E comunque penso anch’io che nella comunicazione inerpersonale si possano adottare delle tecniche. Non so se siano le stesse che vengono usate nella scrittura (forse si, forse no), però delle tecniche esistono certamente. Pensa che proprio stamattina (sincronicità?”) aprendo la posta elettronica mi sono ritrovato una mail di un centro yoga che mi offriva la possinilità di partecipare a dei corsi di comunicazione empatica, proprio per migliorare la comunicazione interpersonale!
    Queste tecniche aiutano certamente ad “addolcire” la comunicazione però non so, a volte mi domando: ma tutte queste tecniche che ci aiutano a far questo e a far quello, soprattuto per ciò che riguarda la sfera psicologica, interpersonale, etc. non ci fanno correre il rischio di allontanarci dalla nostra autenticità?

    Non hai sbagliato, hai colto nel segno, quella descrizione è piaciuta anche a me..

    Ciao,
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      Non conosco i corsi di comunicazione empatica, però chissà, forse sono anche un’occasione per stare con gli altri e fare esperienza dal vivo. Ma certo adottare una tecnica di comunicazione in modo meccanico mi farebbe pensare al manierismo – se non fosse invece un modo di essere acquisito di rapportarsi agli altri con motivazioni anche etiche. Credo potrebbe esserci la stessa differenza che sta fra l’apprendere e il comprendere. Detto questo, penso anche che ognuno fa quello che può ..
      E pensa se nella vasta gamma dei sapori e delle tonalità ci limitassimo al dolce … sì il dolce è dolce, ma c’è anche il salato, l’amaro e il piccante e .. dipende cosa e come si vuol dire.
      ciao Francesco
      buona giornata

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  8. Francesco ha detto:

    Credo che alla fine sia una questione di educazione, di educazione alle regole. Così come si impara a padroneggiare una lingua perché si imparano le sue regole, così bisogna imparare le regole della comunicazione interpersonale (fatta oltre che di lingua anche di linguaggio dei gesti, di tono della voce, etc.), perché altrimenti comprendersi diventa davvero una faccenda molto complicata. Infatti lo è.
    Insomma, una questione di codici condivisi.

    A presto..
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      In generale trovo giusto quello che dici, Francesco, sulle regole della comunicazione. Però però (c’è sempre un però a complicarci la vita) … le regole non scritte sono varie e variabili. Per questo, oltre alle regole, credo dipenda molto anche dalla sensibilità e dalla flessibilità, nel non irrigidirsi troppo nelle regole, insomma, perchè le regole potrebbero anche diventare prigioni per la comunicazione tra gli uomini, soprattutto in una società multiculturale.
      La faccenda diventa complicata soprattutto (credo) se non si riesce ad accettare che l’altro possa essere diverso – da te, da me, da un altro ancora – e se si vive la diversità come un pericolo invece di una possibilità.
      Inoltre la nostra mente è abituata a dividere, separare, spartire, e ad esprimere giudizi – giusto/sbagliato, bello/brutto, buono cattivo – spesso senza considerare la possibilità delle gradazioni e sfumature tra gli estremi. E lo fa perché è più facile, più comodo, come fosse una questione di economia energetica. In questo modo spreca meno energia, o si mette in posizione di difesa, come stesse giocando a scacchi invece di impegnarsi in una comunicazione. Che comunque non è facile, e neppure obbligatoria.
      Mi era piaciuto un commento di Mario, tempo fa, quando diceva che fra l’implacabilità e l’indulgenza, il suo programma era di esercitare verso gli altri soltanto la seconda opzione. Riuscire a mantenere questa “regola” verso gli altri, di certo evita il sorgere di conflitti, per lo meno in chi si dà questa regola. D’altra parte vedo bene che non possiamo nemmeno aspettarci che questa regola sia condivisa ugualmente da un altro che, diversamente, potrebbe essere implacabile verso me (o te), e non accettare ogni mia (o tua) espressione autentica.
      Ma non ci sarebbe nemmeno interesse ad essere accolti da chi non ci accoglie come si è o potremmo essere, in tutta la complessità e mistero di ogni essere umano, ma che pretende che il soggetto che ha di fronte corrisponda ad un modello che è solo nella sua mente. Soggetto o oggetto?
      Mi fermo qui, ho già scritto troppo. Sto leggendo cose di questo tenore, in questi giorni, sui rapporti interpersonali fra diversi. Diversità ed uguaglianza si intrecciano costantemente: ognuno di noi è sia uguale che diverso, e le regole troppo fisse non sono molto utili a mediare i confini.
      un caro saluto

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  9. Francesco ha detto:

    Lo so, lo so.. Regole si, ma con un certo grado di flessibilità. Sono d’accordo.
    L’importante è che ci sia la disponibilità al dialogo, o meglio quella curiosità che fa dell’altro un essere da conoscere piuttosto che un essere del quale avere paura e per ciò tenere a distanza. È la maggiore o minore curiosità di conoscere che determina, secondo me, una maggiore o minore chiusura verso l’altro. E se le cose stanno così allora il problema non è l’altro ma siamo noi. Il problema è la nostra aspirazione alla conoscenza (dell’altro) divenuta asfittica. Viviamo, mi sembra, come in un incantesimo, dal quale dovremmo cercare, per il bene di tutti, di uscire al più presto..

    Un caro saluto anche a te..
    Francesco

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