la rosa ritrovata

 

                                                                       come la rosa
                                                                 trattiene il profumo
                                                                    dentro la stanza
 
 

C’era una casa bianca col tetto rosso, sul fianco della collina; e davanti un ampio spazio di prato con un sentiero che dalla porta scendeva attraverso il bosco fino al paese. Nella piccola casa con due stanze – una per il giorno e l’altra per la notte, un bagno e la cucina – vi abitava una ragazza, né piccola né grande, soltanto media, coi capelli ricci e gli occhi verdi velati di fumo.
Era un pomeriggio un po’ fiacco, e nella stanza da giorno stavano bruciando nel camino due ciocchi di pino, gli ultimi della provvista per l’inverno che stava ormai per finire da un giorno all’altro, tutt’al più fra qualche settimana. L’aria stava per cambiare, la ragazza lo sentiva; di giorno era più pulita, e di notte il cielo terso mostrava anche le stelle lontane.
Nella stanza per il giorno, vai e vai e brucia oggi e brucia domani, tra giorni calmi e giorni ventosi, un sottile ma tenace strato di fuliggine si era depositato dappertutto. Sui muri e il pavimento, i tavoli e le sedie, la credenza e le mensole coi libri, sui quadri, cornici, lampade  e  divano, sulle tende e i vetri delle finestre che si affacciavano sul prato.
La ragazza si avvicinò allo specchio sopra il ripiano del camino, levò la polvere con la mano e scorse tracce di grigio sotto le unghie, anche se eran corte. E nel riflesso offuscato vide una striscia nera di fuliggine sulla punta del naso, un’altra sulla fronte, e a profusione la povere ricopriva  i suoi capelli ricci. Abbassò lo sguardo nel momento preciso in cui l’ultima fiammella si spegneva, lasciando appena un mucchietto di cenere bianca tra  le pietre refrattarie e gli alari.
Fu allora che si guardò fissa e si disse, “Bene, mi sa ch’è l’ora di dare una ripulita“. E così fece. Aprì le finestre per far volare fuori il pulviscolo che se ne andò via di buon grado, quasi felice di poter andare altrove; poi tolse la polvere di cenere sparsa in giro infilandola con cura in un sacco, chiuso ben stretto per impedirle di sfuggire ancora in giro.
A lavoro finito si immerse in una vasca d’acqua calda, lasciandola scorrere a lungo in modo da portare a valle tutti i detriti; e quando l’acqua divenne chiara, uscì, si asciugò, indossò abiti puliti e s’incamminò verso il paese, spargendo la cenere a lato del sentiero che s’inoltrava all’interno del bosco. Giunta al paese fece provvista delle solite cose di cui si riforniva quasi ogni giorno – pane, latte, qualche pezzo di formaggio, mele. Quel giorno però vide una piantina di rosa con un solo bocciolo in un vaso di coccio, dimenticata in un angolo del negozio.  Abbandonata e triste, sembrava. Senza pensarci due volte l’aggiunse alle solite cose senza esitare, e via veloce, per essere sulla strada del ritorno prima di sera. A casa, nella stanza ripulita depose la rosa sulla tavola, dove  cenò in sua compagnia alla luce di una candela. Il bocciolo era chiuso e stretto, come rattrappito dal freddo, e le foglie piegate in basso come le orecchie di un cane infelice.
Un bocciolo fuori stagione ha bisogno di calore”, pensò fra sé e sé, “e c’è il rischio che non superi la notte”. Per questo decise di restare a dormire nella stanza da giorno, sul divano, e la sistemò lì accanto, su un tavolino, in modo tale che coricandosi su un fianco poteva scaldarla col suo respiro, cederle qualche piccola parte del suo calore. La ragazza dormì un sonno non troppo tranquillo, anche perchè di quando in quando senza volerlo apriva un occhio per controllare che la rosa fosse sempre lì e che stesse bene.
Dormire in due non è la stessa cosa che dormire soli”, le disse la mattina al risveglio, stropicciandosi gli occhi ancora un po’ imbronciata. La respirazione bocca a bocca però sembrava aver sortito un buon effetto. Le foglie della rosa erano più sollevate, adesso, e il bocciolo un po’ meno rattrappito.
Era lunedì, perciò la salutò prima di uscire per andare al lavoro, lasciandola sul davanzale della finestra a godersi il sole che filtrava delicato fra le tende.
In questo periodo dell’anno le giornate si allungano e le ombre si accorciano”, la rassicurò mentre le dava da bere, “Non ti preoccupare, vedrai che così starai benone”.
La rosa non rispose – sono silenziose le rose – ma forse le sorrise nell’attimo in cui la porta si chiudeva. Anche la ragazza sorrideva mentre percorreva il solito sentiero di ogni giorno, forse perché le piaceva che ci fosse qualcuno ad aspettarla – la rosa, la stessa rosa che le sorrise quando tornò a casa verso sera.
Anche se apparentemente tutto era rimasto come lo aveva lasciato, la ragazza si accorse al primo sguardo di non poter dire che durante la sua assenza non s’era mossa foglia, che infatti le foglie della rosa si erano mosse eccome, quasi fossero risorte o spiegate come ali. Osservandola più da vicino vide che il bocciolo s’era ingrossato al punto che tra le brattee già s’intravedevano sottili linee di un colore rosato non ancora del tutto definito.
Sono contenta, vedo che ti sei ripresa. Ma ancora non so il tuo nome e di che colore sei”. La rosa non rispose nemmeno questa volta, anche perché non lo sapeva nessuno, e il cartellino identificativo era andato smarrito nel corso degli spostamenti da un luogo all’altro che aveva subito. “Sarà una sorpresa, allora, meglio così”, concluse la ragazza mentre preparava la cena.
Trascorsero alcuni giorni, e sia ogni mattina al risveglio che alla sera quando tornava, la ragazza scopriva che il bocciolo aveva fatto progressi. Cominciò ad aprirsi piano, e via via sempre un po’ più in fretta. Difficile però stabilire il momento preciso in cui da bocciolo diventò una splendida rosa rosso cremisi.
Si sa che una rosa ha un suo percorso determinato nel tempo: sboccia fiorisce e poi comincia ad appassire finché cadono i petali ad uno ad uno. E anche la ragazza lo sapeva bene, non era stupida, se lo aspettava; ma più che delusa rimase davvero sorpresa questa volta, nel vederla crescere invece che appassire. La rosa cresceva cresceva cresceva indefinitamente, e crebbe finché alla fine del mese non occupò quasi tutta la stanza. Fu così che la ragazza da quel momento in poi, ogni notte si distendeva serenamente nell’abbraccio di uno dei suoi petali, sognando tante piccole rose bambine. E ad ognuna sussurrava, “Non dimenticarlo. Sei tu la rosa“.

 

 

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10 risposte a la rosa ritrovata

  1. carla ha detto:

    Grazie! 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      il genere favola mi piace molto, e sto pensando di dedicarmici, appena mi viene qualche altra idea.
      mi piacerebbe sentire anche delle critiche, però, sapere che effetto fa, che da sola non lo posso capire. ma finora nessuno s’è sbilanciato. anzi, sembra siano scappati tutti 🙂
      non sarà perchè questa è una favola al femminile? e ai maschietti non interessa?
      perciò, e per altro, grazie a te! 🙂

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  2. robertomeister ha detto:

    Intanto linko e lascio un saluto… tornerò presto per leggere l’articolo su Jung…
    Grazie

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      grazie Roberto.
      nell’articolo su Jung però non troverai più di quello che ha scritto Lui; e come ha osservato Luca, anch’io ho convenuto che non c’è molto da aggiungere.
      Ma trovare qualcosa che faccia tacere una donna, o un uomo, non è fantastico?
      Leggevo Jung in gioventù, vent’anni fa più o meno. Un amico bibbliotecario mi diceva, Scegli un autore e leggilo a fondo, ascoltalo, assorbilo – ed è facle che non capissi molto di quello che leggevo, allora; ma adesso quando mi capita di leggere alcune cose di Jung, tra l’enorme mole dei suoi scritti, accade in me una sorta di richiamo – dling ..

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      • robertomeister ha detto:

        Anche a me, in un passato abbastanza remoto, mi è capitato di leggere autori che mal comprendevo, a cominciare da Dostoevskij ad esempio, o Nietzsche. Però il desiderio di provarci era troppo forte. Soltanto in seguito, rileggendoli a fondo, ho potuto apprezzarli appieno e ho dovuto dare fondo a tutta la mia indulgenza verso il me stesso di allora.
        Jung è un altro di quegli autori che ho frequentato e uno dei pochi, in effetti, di fronte ai quali le mie solite domande tacciono.
        Una buona serata

        Roberto

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  3. robertomeister ha detto:

    Bella… sì, bella. E portatrice di numerose chiavi di lettura. La polvere nera che ricopre tutto, perfino la protagonista; la pulizia e il lavaggio della persona e poi la rosa, riconsegnata a nuova vita da cure amorevoli. Molto bella l’idea che cresca fino a riempire la casa.
    Molti spunti di riflessione… grazie

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      Grazie Roberto. Ho scritto questa favola per mia figlia. Pensavo a qualcosa che la aiutasse a tirarsi fuori da un periodo un po’ tetro. Non so se a lei le parole potranno bastare, ma io ci credo, al potere delle parole; non tanto da trasformare l’acqua in vino, questo no, ma saper trovare le parole giuste può fare molto. Sostituire le parole spiacevoli o distratte con parole adeguatamente gradevoli e cordiali, corrisponde a trasformare lo stato d’animo – e da dove iniziare, se non cambiando le parole?

      Mi ha incuriosito in nome che hai dato al tuo blog, “la provincia pedagogica”, mi piace. Ma è nuovo, vero? – o sbaglio?
      un caro saluto e a presto

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  4. robertomeister ha detto:

    Trovare le parole giuste e soprattutto farle cadere lì, con noncuranza… abbatte ogni difesa.
    Ho tratto il titolo del mio blog, la provincia pedagogica, da un’opera di Goethe: ” Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister “. Quest’opera, insieme a ” Gli anni di apprendistato di W.M “, hanno segnato profondamente la mia vita e il mio percorso intellettuale. E sì, è più o meno nuovo, anche se già il mio nick la diceva lunga sulla mia predilezione…
    Un saluto

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      Ovviamente non ho letto Wilhelm Maister, ma ancor di più mi ha incuriosito. Così questo pomeriggio ho fatto una piccola ricerca e ho trovato un libro in books.google.it in cui viene citato, e che mi pare interessante – Labirinti e costellazioni: un percorso ai margini di Hegel, di Rossella Bonito Oliva – ma che probabilmente non si aprirebbe se mettessi il link.
      Perciò avevo pensato di estrapolarne alcune frasi dal testo, ma vistane la copia ne ho approfittato per farne un post di sola lettura, come mi capita di fare qualche volta. L’argomento mi interessa, perciò accetto consigli per altre letture sul tema, oltre al testo di di Goethe che mi procurerò al più presto.
      Grazie Roberto, e buona serata.
      m.

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