Wilhelm Meister – una lettura

(…) Non si produce catarsi se l’opposizione non trova il legame sotterraneo, “se all’essere a casa propria nel mondo, soggiornare in esso, sentirsi familiare”, all’abitare si sostituisce nell’uomo la rassegnazione all’approdo provvisorio ed incerto. I momenti più significativi dell’identificazione umana sono quelli in cui diventa predominante la dimensione espressiva e comunicativa dell’essere spirituale: l’amore, l’obbedienza, il linguaggio. L’aprirsi all’altro nella sua dimensione universale è il passo decisivo nella strutturazione del nuovo genere spirituale: “il regno della libertà realizzata come secondo natura”. Ora, nell’affermazione del diritto di tutti e di ciascuno alla libertà – dove si parla di soggetti – tutte le determinazioni devono valere per l’uomo non come “leggi esterne e precetti di un’autorità; ma debbono aver adesione, riconoscimento o anche fondamento nel suo cuore.
La condizione degli eroi moderni è quella della giovinezza, che cerca il soddisfacimento e la realizzazione sulla strada autistica dei fantasmi, la maturità si produce invece nel riconoscimento delle leggi che mediano tra l’individuo e il mondo oggettivo. La vicenda dell’individuo moderno si rappresenta nel romanzo di formazione: apprendistato in cui talento e regole, comune e proprio si saldano nell’opera che è il soggetto. In questo itinerario “il soggetto mette giudizio, tende a fondersi, insieme coi suoi desideri ed opinioni, con i rapporti sussistenti e la loro razionalità, si inserisce nella concatenazione del mondo e vi acquista un posto adeguato”. La formazione non è semplicemente un adeguamento, ma il complesso itinerario di identificazione e di opposizione, che accomuna tutte le storie personali. Qualcosa perisce, qualcosa è lasciato alle spalle, altro invece acquista una nuova figura, cosicché “l’individualità crescente ha sia la gioia di quel salto che la durata del godimento della sua nuova forma, finché essa si apre a poco a poco al negativo e anche nel suo perire è improvvisa e troncante.”.
Questo l’itinerario di maturazione dell’eroe goethiano Wilhelm Meister dalla vocazione al progressivo aprirsi al mondo in cui qualcosa necessariamente viene sacrificato e qualcos’altro si consolida, cosicché il protagonista non si sente “più al bivio, bensì alla meta”, pur non osando “fare l’ultimo passo”, giacché non ne “ha il coraggio”. E’ questo uno dei tanti casi in cui “quando tutto il peso delle ragioni che ci hanno convinti è stato messo su un piatto della bilancia, allora, il contrappeso ricade sull’altro lato e ostacola la decisione”. A questa vocazione devono seguire gli anni dell’apprendistato dove l’eroe raggiunge la sua meta, come commenta Schiller in una lettera a Goethe del luglio 1796: “da un ideale vuoto e indeterminato egli entra in una vita attiva e cosciente, ma senza perdere nulla della sua primitiva forza idealistica”, “acquista determinatezza senza perdere la sua bella determinabilità; che apprenda a limitarsi, ma in quella stessa limitazione ritrovi per mezzo della forma, un passaggio verso l’infinito”. Wilhelm, nel suo vagabondare e nel suo apprendistato, è stato condotto proprio là “dove voleva rifugiarsi”, dove per lui si è dischiuso, nell’intrecciarsi di incontri e relazioni, quanto prima era solo chiuso nel suo cuore. È il germogliare nell’individuo di un vincolo, andato a fondo nella dolorosa infermità etica della libertà negativa, il ritrovare quanto lo unisce all’altro, qualcosa di sacro che risuona nell’unità partecipata della comunità umana.

Tratto da: “Labirinti e costellazioni: un percorso ai margini di Hegel” di Rossella Bonito Oliva – pag. 51

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4 risposte a Wilhelm Meister – una lettura

  1. robertomeister ha detto:

    La mia opinione è che, nei Bildungroman, romanzi di formazione, quella del protagonista non sia il risultato di un processo lineare, bensì circolare. Egli ” diviene ” ciò che ” è “. Il suo approdo finale è già contenuto, molto più che in nuce, nel suo essere. Inconsapevolmente egli si avvia verso se stesso come si va incontro a un destino ( con questo termine intendo qualcosa di molto più ” potente ” di ciò che comunemente si intende con questa parola… ormai abusata )
    Tutto questo è particolarmente evidente, a mio avviso, nella ” Vocazione teatrale di Wilhelm Meister “, sorta di Urmeister, nel quale Goethe profuse tutto il suo sapere.
    A testimonianza di quanto fosse importante per lui, dopo molti anni ampliò l’opera creando ” Gli anni di apprendistato di WIlhelm Meister “, opera che ebbe una grande fortuna, tanto da oscurare la prima. Non contento, ormai vecchio, scrisse ” Gli anni di pellegrinaggio di W.M “, dove il protagonista approda a quella comunità umana ( la provincia pedagogica ) che sola mancava al completamento della sua formazione.
    Posso dire, molto umilmente, che Goethe è stato determinante per la mia crescita intellettuale ( quale che essa sia… ). Insieme a Proust e Dostoevskji è uno degli autori che leggo e rileggo da anni.
    Se mi permetti, ti informo sulle opere:
    ” Gli anni di apprendistato di W.M ” edizioni Adelphi (introduzione di Hermann Hesse )

    ” Gli anni di pellegrinaggio di W.M ” Edizioni Scientifiche Italiane

    Per la Vocazione teatrale è più difficile. Puoi provare i meridiani Mondadori.
    Ma tieni presente che Gli anni di apprendistato la contengono più o meno tutta e la ampliano di molto, quindi…

    Ecco, è tutto. Scusami della lungaggine e grazie della tua attenzione

    Roberto

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  2. rozmilla ha detto:

    Salve Roberto.
    Ti ringrazio per l’indicazione delle opere di Goethe, e già penso che, se riuscirò a trovarlo, quello con la traduzione di Hesse sarà il mio preferito.
    In questi giorni sono un po’ lenta a rispondere, ho un po’ di faccende arretrate.
    Ma non preoccuparti, nessuna lungaggine: puoi distenderti quanto desideri, lo spazio non manca.
    E guarda, ora mi dilungherò anch’io, non in merito al testo ma in senso generale, sollecitata dalle tue considerazioni sul processo lineare o circolare.

    A mio modesto parere spesso diciamo viaggio, percorso, via, per spiegare in modo semplice qualcosa che di certo è più complesso, sfaccettato, a più dimensioni. Semplice però non significa per forza semplicistico, se pensiamo che un grande come Spinoza ha dimostrato l’etica con la geometria..
    Per questo poco fa mi chiedevo: potremmo forse tracciare un cerchio senza la linea? E la linea, non è formata da infiniti punti? E allora, potremmo forse dire che un punto valga più di un altro? Da parte mia direi di no, ma che ogni punto è necessario all’intero, quale che sia.
    E sempre sul cerchio, come non ricordare Marco Aurelio, quando diceva che tutto perennemente s’aggira quasi come in un cerchio?

    “diventare quello che si è” in un certo senso è come dire che possiamo imparare solo quello che già sappiamo. Certo, però bisogna farlo, altrimenti la possibilità rimane tale senza realizzarsi.
    Oppure, come diceva Aristotele: è solo suonando la cetra che si diventa citaredi – anche se dobbiamo già esserlo (citaredi) per suonarla.
    Ma sono aporie, ed è meglio andarci leggeri; anche perché di fronte a tale aporia mi chiedo, ad es., se davvero il destino di un assassino è quello di diventarlo. E in tutta onestà, io non lo credo; ma piuttosto che ci siano state concatenazioni di cause contingenti che lo hanno condotto ad essere ciò che ad un certo punto è diventato; e che non tutte le azioni che noi compiamo sono atti liberi. Ma nello stesso tempo qualsiasi azione che compiamo, anche se libera, diventa un destino, un fatto, determinato e determinante, che non può più non essere stato – buono o cattivo che sia, o in qualsiasi modo intendiamo giudicarlo.
    Mi hai dato l’occasione di fare un riepilogo, più volte rimasticato, di questioni che hanno interessato i miei ultimi anni.
    Ti ringrazio ancora, e vista l’ora ti auguro una buona giornata, quella di domani..
    milena

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  3. robertomeister ha detto:

    Questioni che hanno riguardato, immagino, la possibilità di cogliere per intero ciò che il tempo frantuma in un prima e in un dopo. E’ l’eterno problema di ciò che si ” fa ” storia, a discapito di qualcosa che presentiamo, ma che non riusciamo a raggiungere.
    Una buona serata a te e grazie

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      sì, anche; e sapendo benissimo che l’intero non si può cogliere, che ci dobbiamo accontentare dei ritagli di pasta … come nella tua ode alle parole pazienti.
      Ci ho messo un po’ a capirne il significato, all’inizio ero persino dispiaciuta che tutta quella buona pasta finisse nella spazzatura. Volevo anche scrivere: perché non rimodellarla e farci biscotti …
      Che poi è quello che facciamo con la storia, che continuamente rimodelliamo sulla soglia e nel limiti della parola, fin dove e per quanto possiamo.
      Buona serata anche a te, e grazie ancora.
      milena

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