l’origine condivisa – prima parte

 

 

“Il tempo che abitiamo è segnato da una serie di cortocircuiti. Una crisi sempre più radicale della cultura universalistica si coniuga a una unificazione sempre più accentuata del mercato mondiale, al cosmopolitismo da paccottiglia dell’indifferenza dei turisti per caso o a quello dei funzionari dell’universale, del “sogno” europeo o del nuovo ordine mondiale. Viceversa l’affermarsi delle “culture dell’appartenenza”, che va da una sacrosanta rivendicazione ai diritti delle differenze, fino all’ossessione identitaria, e all’isteria etnica, si affianca al revival di universali religiosi con il loro seguito di integralismo, fondamentalismo e frenetico proselitismo per appartenenza.
In un divenir mondo del mondo, dove le parti più remote concorrono a formare le quotidiane immagini domestiche del grande schermo planetario, e dove la “patria del comunismo” non è più l’alter ego della “patria del capitalismo”, in una Europa attraversata da migrazioni molecolari di massa e da sconvolgimenti di frontiere e di identità nazionali, le vecchie partizioni e distinzioni noi/altri perdono i loro confini e la loro funzione di principi ordinatori attorno a cui sono organizzate le identità e le storie collettiva, l’immaginario sociale, le pratiche discorsive, gli effetti di realtà.
La più o meno felice certezza del proprio a cui si appartiene e che ci appartiene non definisce più il noi, la nostra identità, così come le complementari compiacenti figure del “vero” altro che la lontananza ci mostrava nel suo luogo, identico alla sua alterità stessa. Esse si disintegrano al loro approssimarsi, dimostrano tragicamente quanto l’alterità più che un problema di distanza sia un passaggio di frontiera, e una frontiera può essere del tutto immaginaria o invisibile. Oggi l’altro non è più l’abitante dell’altrove e la geografia non è più sufficiente a definire un “qui” e un “laggiù”, un prossimo e un lontano, un dentro e un fuori entro cui far rimbalzare l’immaginario (compreso quello politico). L’altro lo incontro ormai tutti i giorni nelle mie più banali attività quotidiane, foss’anche quella di accendermi una sigaretta. Tutto è copresente, presente a se stesso in un mondo di altri e ciò che fa problema non è lo straniero, il lontano, ma questo differente non così differente, quest’altro quasi-altro.
Saturato lo spazio (in cui non si danno più luoghi possibili di conquista, di colonizzazione, di scoperta, né movimenti di viaggio nel lontano ignoto alla ricerca che è sempre anche invenzione dell’altro, né utopie politiche), sconvolte le frontiere che delimitano il proprio e l’altrui, il noi e gli altri, è nel tempo che si cerca la linea di un confine definito, che s’invoca il luogo della partizione e dell’appartenenza. O meglio, in quell’ambito originario che è il “tempo del prima” dove gli inizi appaiono tanto più esaltanti quanto meno precisi sopravvivono alla memoria. E, cioè, il tempo mitico delle origini ad alimentare l’antico sogno di un “noi unico” di appartenenza, di una comunità originaria liberata dalla presenza inquinante dell’altro. L’altro fantasmato come quel corpo estraneo, da estirpare; che soffoca alla radice la mia autoctonia, che mi impedisce di appartenermi impedendomi di possedere l’origine nella sua purezza, da cui giungerebbe la forza coerente della mia storia e della mia identità.
Così nei conflitti odierni, che assumono sempre più la forma del disordine assoluto della guerra civile o di quello che René Girard chiama “conflitto mimetico” che si propaga per contagio, non è l’alterità dell’altro che si detesta ma la sua prossimità e parentela. Più il conflitto si accentua, più i protagonisti tendono a trascurare l’oggetto della disputa, ossessionati solo l’uno dall’altro. Nel trascinarsi in faide di sangue l’oggetto del conflitto si perde nella notte dei tempi dalla quale, in un circolo vizioso, si traggono differenze originarie pretestuose. L’oggetto scompare, rimane solo l’ossessione reciproca degli antagonisti e il contagio che verte sulla scelta dell’avversario. Ma se l’oggetto di contesa non è visibile né definibile, non significa che non ci sia, ma che esso ha a che fare più col mondo onirico e i suoi fantasmi, che con le partizioni ideologiche o economiche. La guerra in ex Jugoslavia è solo uno degli esempi più atroci.
Qui la scena, che per questo assume le connotazioni di un delirio, è quella del fantasma agito: il passare all’atto del fantasma di disporre, finalmente, della propria origine in un’appropriazione che renderebbe pura l’etnia di appartenenza in quanto fondata sull’origine posseduta. Ecco perché, oltre allo sterminio dell’altro, in questa guerra le violenze e gli stupri sulle donne diventano, per la prima volta, parte esplicita ed essenziale di una strategia militare, di un programma di azione bellica intesa come “pulizia etnica”. Ciò significa che il conflitto va all’origine, dove, sottratti al tempo e alla parola della storia, fantasmi e desideri allucinati vagano senza fine nella loro non negoziabilità caricandosi delle violenze più arcaiche. Come se, prima dell’occupazione palmo a palmo del territorio dell’altro – in questo caso difficile da definire – fosse nell’occupazione, corpo a corpo, dell’origine – di cui il corpo femminile è la potente immagine – che si annidasse la battaglia decisiva, la “soluzione finale”. La soluzione fantasmata di potersi definire una volta per tutte, di conquistare la propria identità autofondandosi, occupando l’origine quale luogo primo di autoctonia e appartenenza. Rispetto a questo obiettivo nessuna trattativa umana è possibile; nessun esercizio idillico di pacificazione può venirne a capo; nessuna misura di partizione può coglierne la dismisura.”

 

Tratto da L’origine condivisa (prima parte) di Rosella Prezzo,  da il-coraggio-della-filosofia   Il Saggiatore (2012), pag.370-372. 

continua …

Note: questo articolo fu pubblicato nel periodo tra il ‘90 al ‘99 nella rivista Aut Aut, (non è specificato esattamente in quale anno). Ne propongo la lettura in due porzioni: la prima come  panoramica sui cortocircuiti che in quegli anni si mostravano in alcuni conflitti con tutta la loro complessità, e che avrebbero continuato ad espandersi e a incancrenirsi. Un esempio qui in Italia pare sia la Lega che, facendo leva sulle pulsioni più basse e viscerali e fomentando odi verso i diversi – ossessionata com’è dalla purezza delle origini e dall’appartenenza – ne è l’esempio più evidente. Ma la tesi verrà esposta ed argomentata soprattutto nella seconda parte, che non sarà solo un’analisi ma anche una proposta etica – più o meno discutibile o condivisibile, ma vedremo.
 
 
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2 risposte a l’origine condivisa – prima parte

  1. robertomeister ha detto:

    Ho letto attentamente il testo. E l’analisi in esso contenuta appare, in molti punti, condivisibile. Eppure… ci si chiede: perché con l’approssimarsi delle genti ciò che prima era altro da noi non riesce ad andare oltre al ” quasi altro “? Come se questa copresenza non riuscisse a fornire un’orizzonte di senso che non sia una superficie impermeabile, convessa, sulla quale scivola via ogni tentativo di inclusione. Cosa nasconde, mi chiedo, questo senso dell’appartenenza? Forse il suo essere malinteso e di poi, conseguentemente, mal digerito?
    Forse facciamo scontare all’altro il peccato di tutti ed ognuno, e che si può riassumere nelle parole antiche di Miguel de Unamuno:

    ” Sarò come credo di essere o come gli altri credono che io sia?
    A questo punto queste righe si trasformano in una confessione di fronte al mio io non conosciuto e inconoscibile, non conosciuto da me e inconoscibile per me.
    A questo punto creo la leggenda nella quale devo seppellirmi: ”

    Un saluto
    Roberto

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  2. rozmilla ha detto:

    Interessante la tua domanda: “perché non si riesce ad andare oltre al quasi altro?”.
    In genere mi accorgo che si è disposti ad accettare l’altro, soltanto se e quando l’altro fa qualche sforzo per essere più simile a “noi”. Ovvero se si adatta a perdere qualcosa di sé e della sua cultura, modo di essere e di vivere, per acquisire la “nostra” (pensa agli zingari, per esempio, che fra tutti sono i più diversi tra i diversi).
    Ma questo, come giustamente fai notare, è solo l’epifenomeno, e probabilmente dietro si nasconde ben altro. L’altro che abbiamo di fronte mette in evidenza la stessa crisi del soggetto che “io sono”, che credo di essere, che vorrei credermi conosciuto, integro e intero, ma che non sono tale. Perciò temo che l’ossessione identitaria derivi proprio dal voler rimuovere questa origine ipotetica, soltanto mitica ma non reale, ma che di conseguenza può indurre a desiderare di imporre alcuni modelli con la forza, a voler imporre io/noi contro l’altro/i.
    Nella frase di Unamuno, è sapientemente espressa l’impossibilità di conoscermi per intero, quindi di essere un intero, granitico, monolitico. “Chi sono io” è la domanda che riecheggia senza che ne possiamo dare nè sentire una risposta definitiva; ed ugualmente “chi sei tu”.
    Ma il saperlo, sapere del mistero dell’altro (e di me stesso) mi preserva da pretendere di poterlo conoscere, di poterlo racchiudere nella gabbia dei miei pensieri, dei miei giudizi, del mio immaginario.
    E forse è soltanto quando accetto l’altro che è in me, che riesco anche ad accettare che l’altro sia altro da me. Un quasi altro non del tutto inconoscibile, ma che per certi versi ha tutto il diritto di essere e rimanere altro e diverso da me. Forse solo così posso riuscire a non “far scontare all’altro il peccato di tutti e ognuno”.
    Ciao Roberto, grazie e buona serata

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