l’origine condivisa – seconda parte

 

 

“Di fronte a questi mostruosi cortocircuiti, fra storia e inconscio, corpi e luoghi, violenza materiale e violenza dei simboli, siamo costretti a ripensare noi stessi. A pensare, prioritariamente, le modalità di relazione con l’altro (lontano e vicino, esterno e interno) insieme a quei fantasmi d’origine, a quei miti di autoctonia che abitano la nostra storia, personale e collettiva, come follia rimossa. A riformulare i nostri pensieri a partire dai minimi termini della relazione di civiltà e convivenza, dalla redifinizione del vincolo di comunità, della nostra stessa vita di esseri viventi. Per questo l’altro non può essere usato, speculativamente, come un contrappeso per bilanciare il pensiero del medesimo o ribilanciarlo a favore dell’Altro, onorato della maiuscola, in una sorta di beatificazione a risarcimento tardivo di secolari umiliazioni prodotte dall’arroganza dell’uomo dell’Occidente. D’altro canto futili restano i rimedi dell’intolleranza attraverso gli appelli all’eguaglianza dell’universale, al rispetto dello straniero nella sua differenza, all’aprirsi all’altro in uno slancio comunicativo o in qualche melting pot culturale.
La relazione vincolante e non la semplice estroversione all’altro, è la questione del nostro tempo, della coscienza contemporanea; è l’anello che costringe a ripensare l’ambiguo confine che tiene l’individuo combattuto in se stesso, costretto a ricercare una “naturale” interezza nell’impossibile definizione di un proprio in cui consistere. Per questo occorre forse che il pensiero muti il suo sguardo, abbandonando i suoi accecanti totem filosofici (che sono quello dell’identità, dell’alterità o anche della neutra intersoggettività) e le sue alchimie, occorre cioè che si faccia più prossimo recuperando il suo ritardo antropologico, facendo un passo indietro.
Se, con una sorta di strabismo, ci collochiamo nella congiunzione fra identità e alterità che nell’io-tu precede costruttivamente ciascuno, in quell’“e” che congiunge separando e divide unendo e che fa la differenza drammatica (nel senso della trama del racconto) del nostro stare al mondo, possiamo forse individuare lì una possibile forma etica di una differenza che lega.
Prima della relazione io-noi/altro-altri, è nella relazione con l’altro copresente alla nascita di ciascuno, nell’io-tu dei quasi-simili, uomo e donna, a essere in gioco quell’alterità familiare, abituale, quotidiana e psicologica, in cui ciascuno/a è ordinariamente confrontato con l’altro/a nell’estraneità del comune. Eppure sappiamo quanto di “disconoscimento” secolare c’è in questa primaria relazione, di alterità, che è stata determinata dalla nostra storia perlopiù da un incontro mancato. E quanto la più abituale delle relazioni sia costituita, come nessun’altra, da rispecchiamenti paradossali e contraddizioni implacabili, in cui le costanti del conflitto e quelle dell’intimità positive sono le stesse. A buon diritto George Steiner, in Le Antigoni (Garzanti, Milano, 1990), vede nel faccia a faccia dell’uomo e della donna “il dato più intensamente drammatico della nostra esperienza”, “le origini ultime del teatro” e della forma drammatica. “Questi incontri poiché mostrano l’unità dell’amore e dell’odio, del bisogno di unione fra uomo e donna e della necessità di distruzione inerente a tale bisogno, sono l’essenza del dramma”. La differenza dei sessi conduce al cuore stesso della nostra condizione umana, divisa e polemica. Per questo il conflitto con l’altro sesso è anche una guerra civile all’interno del proprio io ibrido, animato com’è nel suo mondo interiore dall’immaginario di genere, maschile e femminile.
Ma nella relazione dell’uno/a con l’altro/a nella prossimità del tu, come luogo originario del Due, della Diade, la nostra cultura così come il nostro sapere ha steso un lungo silenzio dentro l’esercizio del pensiero; un’assenza di discorso, una negazione della parola e del racconto di esperienza scambiata, dietro il discorso amoroso o erotico della Coppia, del Due in Uno, che parla il linguaggio della fusione, della specularità gemellare e complementare, del sogno dell’impossibile ricongiungimento.
Michel Foucault ci ha mostrato bene che il corpo, come luogo di interazione di forze materiali e simboliche, di pratiche di sapere/potere, di modalità giuridico/discorsive necessarie all’amministrazione delle società umane, è la soglia della soggettività. Ma il corpo è una una parzialità originariamente compiuta nel segno della differenza sessuale. A tale parzialità originariamente compiuta non c’è riparazione possibile, se non ne sogno, nel delirio o nel mito. Perché è questa stessa finitudine che mi appartiene e a cui appartengo con la finitezza di un corpo sessuato, attraverso il quale prendo parte al mondo com-partecipando alla non pienezza originaria, alla comune non-autoctonia. Se ciò rende l’uomo e la donna differenti irrimediabilmente, sta proprio in questa anche l’unica, ma fondamentale uguaglianza fra uomo e donna, fra uno/a e l’altro/a: la loro Common Low. È nel riconoscimento e rivendicazione di questa legge non scritta, ma inscritta nei corpi, la possibilità della primaria relazione di civiltà che mette la reciprocità di un mondo fra sé e l’altro. È la diade, non come sdoppiamento di un’unità fantasmaticamente originaria che genera lotte gemellari e mimetiche, né come coppia puramente complementare o fusionale che non distingue, a mettere fine, all’inizio, al mito dell’Uno e dell’Altro, ai sogni di autoctonia e di ritorno, così come alle pretese insensate alla priorità dell’essere. È la relazione che vincola entrambi, i quasi-simili, a instaurare il governo dell’identità e dell’alterità per mezzo della differenza che lega prima di ogni contratto sociale.
Il non oblio di essere Due all’origine, origine che non è se non miticamente pura o unica, non è il porre il faccia a faccia di due entità che si contendono il primato del potere d’essere, ma implica necessariamente quella mutazione mentale che è nello stesso tempo un paradigma antropologico differente in cui la dimensione del genere, nel “mistero irriducibile del due” (per usare un’espressione di Luce Irigaray) della sua oscura evidenza, è il mezzo capace di tutelare l’alterità, l’identità e la molteplicità; non come in una Armonia o Disarmonia prestabilita, ma come coniugazione della relazione d’origine, che è sempre apertura dei possibili. Origine divisa e con-divisa che spetta in sorte come quota, in una partizione che non è mai stata di un intero. Questa è l’eredità inalienabile, il proprio di ciascuno/a. Qui non si squarcia alcun velo di mistero, ma ci si manifesta la densità e la ricchezza possibile del senso del nostro comune stare al mondo. E nella prossimità e nella relazione, nella quasi somiglianza, e nella quasi-alterità che tutto si gioca e può giocarsi: la catastrofe razzista e discriminante, la guerra intestina, così come il lavoro felice della giusta traduzione, le forme di cittadinanza, le relazioni di civiltà.
Riconoscere e assumere la responsabilità dell’origine condivisa dai quasi-simili, come lo è ogni origine, materiale e simbolica, individuale e sociale, significa anche abbandonare come falso problema il “sapere” dell’altro, perché l’altro non mi è noto né completamente ignoto e il rapporto di conoscenza è irrimediabilmente turbato dalla possibilità di equivoco, di menzogna, dal mio desiderio di vederlo come io vorrei che fosse. L’altro non è mai un alter ego, non può pensare né sentire come me. Questo non vuol dire un’assenza di conoscenza, ma una conoscenza bucata dalla svista e dal malinteso, e quindi costantemente rinviata e che per questo necessita l’approccio e lo scambio di parola e di esperienza, anche nei suoi inevitabili qui pro quo. L’incontro non è allora aprirsi all’altro, ma il lasciar riemergere quella Common Low in cui l’uno/a e l’altra/o fanno la differenza, che mette in mezzo un mondo.”

Tratto da L’origine condivisa, di Rosella Prezzo (seconda parte) – da  il-coraggio-della-filosofia  (pag.372-375) Il Saggiatore (2012)

 

Alcune note e osservazioni: come già detto nella prima parte, questo articolo fu pubblicato nella rivista di filosofia e cultura Aut Aut tra gli anni ‘90 e ‘99, ed é stato recentemente riproposto  nel volume Il coraggio della filosofia – Il Saggiatore (2012), che raccoglie alcuni dei testi più significativi degli ultimi sei decenni, a testimoniare la storia e le trasformazioni della filosofia contemporanea.
In questa lettura appare evidente come venga sostenuta la tesi che all’origine di molti cortocircuiti, conflitti e violenze, ci sarebbero un disconoscimento e un incontro mancato fin dall’origine: quello fra i mondi maschile e femminile, da intendere come primaria diversità sessuata, biologica e relazionale. Ossia, che ancor prima di qualsiasi altra “diversità” non accolta, non riconosciuta, non rispettata o violata, ci sarebbe il disconoscimento della diversità tra i sessi, che è anche l’originaria differenza che costituisce persino l’io ibrido di ciascuno/a.
Forse il malinteso più grande, e più nascosto, sarebbe il credere che l’uno/a e l’altra/o  si possano fondere tra loro senza  subire perdite e mutilazioni, in nome di una malintesa e fin troppo semplicistica idea platonica di complementarietà, che vorrebbe che  un sesso vivesse in funzione dell’altro e non per sè.    Nascere con un corpo maschile o femminile, essere nati uomo da donna, o donna da donna, sarebbe invece la differenza  irriducibile, che non si può negare e sulla quale sarebbe meglio non sorvolare. Perché negando quella, sulla china dell’idea che siccome per prima cosa  siamo esseri umani e che sotto questo aspetto siamo o dovremmo essere tutti uguali, si può incorrere nel rischio di pretenderlo, di essere tutti uguali, e di non accettare la differenza e unicità di ogni essere umano; e vivere di conseguenza la differenza come un’opposizione di contrari in lotta per la supremazia, per poter essere. Quando invece ognuno, ogni modo de essere, ogni diverso, avrebbe in sé e per sé il diritto ontologico di essere ciò che è, come anche ciò che via via diviene, o può essere e diventare. E che solo attraverso il riconoscimento delle diversità, anziché nella negazione delle diversità, si possono lanciare e percorre i ponti che uniscono tra loro i diversi, nel rispetto delle reciproche diversità.
Chiaramente questo discorso è in sintonia con le filosofie della differenza, per le quali il dato naturale sarebbe costituito “almeno” da due: maschile e femminile, un “almeno due” che però apre la via al riconoscimento di molteplici identità e variazioni, e che va ben al di là della semplice seppur complessa e a volte drammatica differenza tra i generi. Perché forse la via del riconoscimento dell’altro, e perciò della convivenza civile, potrebbe passare anzitutto attraverso il riconoscimento dell’altro che è in me, che a causa della mia costituzione ibrida originaria, non sono semplicemente uno, soggetto monolitico e granitico, ma, appunto, almeno due.  Forse da questo riconoscimento, e mutamento di sguardo, non esisterebbero più soltanto mondi separati gli uni da gli altri, ma la possibilità di un mondo comune possibile tra gli  uni e gli altri.

 

 

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