“o mes amis, il n’y a nul amy”

 

“O mes amis, il n’y a nul amy”

È da qualche giorno che sto girando attorno a questa frase – e lei a me – che è anche  il titolo di un articolo di Deridda che ho trovato nel “Il coraggio della filosofia” – già citato nei due precedenti post.
Deridda ci informa fin dall’inizio di citare questa frase, che a sua volta è una citazione di Montaigne, che cita Aristotele che cita un altro. E ora la cito anch’io, traducendola per l’occasione in italiano.  “O miei amici, non c’è alcun amico”, dice – anche se, dicendolo, lo dico a mio nome e me ne assumo la responsabilità.

“O mes amis, il n’y a nul amy”

Certo la frase è contraddittoria, lascia perplessi – nevvero? Ci s’immagina qualcuno che si rivolge a degli amici, chiamandoli “amici”, e che nello stesso dica loro che non c’è alcun amico. Com’è possibile questo? Cosa significa? Come va letta, interpretata questa frase?
Deridda ci avverte che quando parliamo di “amicizia”, parliamo della tradizione del concetto di amicizia in una certa cultura, la nostra. Ma anche se ci sforziamo di sapere che cos’è, non so voi, ma io devo ammettere che non mi è del tutto chiaro. Cos’è l’amicizia? Che uso facciamo, noi, qui ed ora, della parola amicizia? Esiste un “noi”?

“O mes amis, il n’y a nul amy”

Nell’Etica Nicomachea Aristotele dichiara che “l’amicizia appare della stessa proporzione della giustizia”. Ma anche, che se l’uomo è un “essere politico”, l’amicizia politica non è che una specie di amicizia, quella che Aristotele chiama “concordia” (homonomia).
Philia e homonimia (amicizia e concordia), esprimono già due forme dell’amicizia, due che convergono nello stesso concetto, almeno in potenza se non ancora in atto. Difatti nell’Etica Nicomachea è sempre presente la distinzione fra potenza e atto, fra “i buoni che saranno amici di per se stessi”, e gli altri che “lo sono accidentalmente, e in quanto assomigliano a questi”. Per questo l’amicizia è prima di tutto una possibilità che si apre sul futuro, e verso la quale in potenza nessuno è, o dovrebbe essere, escluso. E’ il luogo verso cui il “noi” tenta la sua chance.

“O mes amis, il n’y a nul amy”

Ma, se non ci fosse “un amico” ad ascoltarmi, non ci sarebbe nemmeno nessuno al quale poter dire “non c’è alcun amico”. Perciò, ancor prima di dirlo devo ammettere, non solo che esista l’amicizia, ma che ci possano essere degli amici ad ascoltarmi, persino per poter dire loro “non c’è alcun amico”.
Vale a dire che ancor prima di qualsiasi parola, di qualsiasi discorso, gli uni e gli altri sono già presi da una “curvatura eteronomica e asimmetrica dello spazio sociale”, ossia dal rapporto con gli altri prima ancora di ogni società e ogni “legge”.
E che anzi, la socialità originaria – dice Deridda – è forse l’essenza stessa della legge.
Questo significa essere responsabili gli uni verso gli altri, nel senso che gli uni sono tenuti a rispondere agli altri, e viceversa. Non si può non notare a questo punto il legame tra le parole “responsabilità” e “risposta”. Essere responsabili, significa appunto essere abili a dare delle risposte, a rispondere alla chiamata.
Accostandosi da più parti a questa frase paradossale ad un certo punto Deridda ci dice che essa “assomiglia insieme al richiamo e alla chiamata”. Ecco cos’è!

“O mes amis, il n’y a nul amy”

“Alla chiamata perché fa segno verso il futuro: siate miei amici perché vi amo e vi amerò (l’amicizia, diceva altresì Aristotele, consiste più nell’amare che nell’essere amati – proposizione su cui non abbiamo ancora finito di meditare); ascoltatemi, siate sensibili al mio lamento, comprendete e compatite, siate quegli amici ci aspiro. (…) Non ci sono amici, lo sappiamo, ma vi prego, fate che ce ne siano. Del resto, come potrei essere vostro amico, dichiararvi la mia amicizia (e questa consiste più nell’amare che nell’essere amati) se l’amicizia non restasse a venire, se non lasciasse a desiderare e a promettere? Come potrei darvi la mia amicizia ove l’amicizia non mancasse, se ce ne fosse già? Più precisamente, se l’amico non mancasse. Perché l’apostrofe non dice “non c’è alcuna amicizia”, ma non c’è alcun amico”. (…) Ecco a cosa vi chiamo, rispondetemi, è la nostra responsabilità. L’amicizia non è mai un dato presente, appartiene all’esperienza dell’attesa, della promessa e dell’impegno. Il suo discorso è quello della preghiera, e ne va dell’eventualità che la responsabilità apra all’avvenire.”

Molto bella la parte che ho appena trascritto – non trovate? Non ho potuto fare a meno di citarla per intero. E intanto, mentre ascolto i concerti brandeburghesi, questa mattina, riecheggia di nuovo …

“O mes amis, il n’y a nul amy”

Ma perchè? Forse anche perché, sebbene da Platone a Montaigne, da Aristotele a Kant, da Cicerone a Hegel, i grandi discorsi filosofici e canonici abbiano legato l’amicizia alla virtù e alla giustizia, alla ragione morale e politica, per ammissione dello stesso  Deridda vi sarebbe (il condizionale è mio)  una doppia esclusione che si vede in opera in tutti i grandi discorsi etico-politico-filosofici sopraccitati, e cioè dell’esclusione dell’amicizia tra donne, da una parte, e dall’altra dell’esclusione dell’amicizia tra un uomo e una donna (dicono).  E, giust’appena per portare un esempio illustre, citerò Deridda che cita Nietzche, che sebbene nello Zarathustra chiede agli uomini “chi di voi è capace di amicizia? (…) Esiste il cameratismo: possa esistere l’amicizia!”, non ha alcun dubbio sul fatto che “la donna non è ancora capace di amicizia: essa conosce solo l’amore”.

(Beninteso, sono altresì convinta che dicendo questo Deridda lanci una provocazione, anche perché nutro una certa stima verso gli uomini intelligenti, per cui sono disposta a sorvolare su alcuni sfasamenti dei grandi discorsi filosofici e canonici dovuti ad accidenti storici, altrochè.)

“O mes amis, il n’y a nul amy”

Ad ogni modo, ora che lo so, non so se sentirmi più sollevata – dal peso della responsabilità, dal momento che l’amicizia riguarderebbe solo i fratelli, e non le sorelle –   o se a maggior ragione possa (o debba) ripetere:

“O mes amis, il n’y a nul amy”

Anche perchè, non sapendo se sia vero che anche questo appartenga alla  tradizione del concetto di amicizia nella nostra cultura,  non so nemmeno se valga la pena di essere conservato.  O ditemelo voi – vi chiedo. Ma anche,  non foss’altro perché mi piace sentirne l’eco,  prigioniera  come sono dalla relazione fra “io” e “me”, sino all’abisso. Che è esattamente come anche Zarathustra diceva “Io e me sono sempre troppo presi, dal loro colloquio: come sopportarlo se non ci fosse un amico?”.

“O mes amis, il n’y a nul amy”

(e se quindi, forse tutto sommato non fossimo neppure così diversi?) 

“O mes amis, il n’y a nul amy”

 

 

“O mes amis, il n’y a nul amy”

 

Detto questo, anche fin troppo complicato – somiglia a una pizza all’ uncinetto, ma anche quello di Deridda non lo è di meno –  non fidatevi troppo delle mie divagazioni sul tema, potrei riuscire a portarvi fuori strada. Oppure leggetevi l’articolo per vostro conto, se vi va, alle pagg. 342-356 del testo citato.  Per ovvi motivi non sto a ripetere il link, che però potete facilmente reperire nei post precedenti.  Au revoir, mes amis.

 

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2 risposte a “o mes amis, il n’y a nul amy”

  1. Pensierodud ha detto:

    Penso che un amico sia una persona cui importa di me. Senza necessariamente che a me importi di lui allo stesso modo. Forse è un esercizio sensato chiedersi cosa ci sta davvero dietro. Forse a quello importa di me perchè pensa che io gli sia utile, in qualche modo. Forse, anzi quasi certamente, dietro un rapporto c’è una scelta che si basa su una motivazione. Ma personalmente quando è chiaro che questa motivazione non ha a che fare con cose materiali ed opportunistiche, io preferisco vivere l’amicizia come una piccola magia per cui due viandanti si trovano a fare un pezzo di cammino insieme; scambiandosi, ogni tanto, la borraccia.
    Ciao Roz.

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    • rozmilla ha detto:

      È bello quello che dici, Dud.
      Sai, avevo iniziato questo esercizio, partendo dal quel testo di Deridda piuttosto variegato e complesso che, facendo dei distinguo, non si limita a parlarci della coppia di amici, ma si addentra anche negli aspetti della vita pubblica e politica, e quindi va ben oltre le amicizie particolari ed esclusive.
      Perciò quando parli dei “viandanti che si trovano a fare un tratto di cammino insieme”, mi sembra che esprimi quello che voleva dire anche Montaigne, quando diceva che è proprio alle amicizie comuni, ordinarie e consuete che bisognerebbe “sospirare”.
      Devo dirti però, che la spina di tutto questo bel discorso, è quel passo in cui Deridda parla della doppia esclusione. È come se ci mostrasse un nodo che però poi non va a sciogliere. Perciò è su questo che non ho ancora finito di meditare.
      Ciao Dud.

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