un chiodo

Quando lui non mi guarda
cerco la mia immagine
sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.

– Wisława Szymborska –

Si dà il caso … che questa  sia la strofa  finale di una poesia di Wislawa Szymborska (Accanto a un bicchiere di vino), che mi sembra centri in pieno – stavo dicendo che “spero inchiodi una volta per tutte” – quella tipica abitudine particolarmente “femminile” di riuscire a vivere soltanto per gli occhi di “lui” e nel suo sguardo. Di proiettarsi fuori di sé, per avere conferma di sé. Ma varrà davvero la pena di proiettarsi verso un muro?

So bene che tutti noi abbiamo bisogno del riconoscimento di altri e altro, ma di certo non è  salutare – e qui ora parlo soprattutto per la donna, anche se ovviamente vale per tutti – quel rapporto di eccessiva dipendenza verso “lui”, come se, appunto, l’esistenza di “lei” dipendesse sempre e solo da “lui”, con l’esito di farla vivere di riflesso. E quando questo non avviene – o ha fine – per lei rimane appunto solo il chiodo della sofferenza, e la perdita di sé. La donna in questo modo si trova, ma anche ci si era messa di sua sponte –  non dimentichiamolo –  in una condizione di dipendenza emotiva e sentimentale  che avrebbe bisogno di essere superata. Per questo auguro ad ogni donna di riuscire ad uscire da questa cornice di dipendenza, perchè sarebbe il caso … di darsi il coraggio di essere “in sé” e “per sè”,  di crearsi da sé, compresa la propria “immagine” e il proprio apparire nel mondo, senza aspettarsi che sia “lui” a offrirle una ragione d’essere,  e a   confermarle la possibilità e l’esistenza.

(E per favore, ditelo voi chi siete, non aspettate che ve lo dica lui, chi siete. Siate voi stesse a raccontare e parlare di voi stesse. E soprattutto cercate di non aver a che fare con i sordi, o con i giocatori di specchi. Difendetevi, mantenete le distanze di sicurezza, invece di proiettarvi come bamboline di pezza contro un muro. O di farvi proiettare. E se per caso vi capita di trovarvi di fronte a quel muro, voltatevi e cercate altro, perché al mondo non esiste solo quel muro. C’è ben altro! – il ben dell’intelletto, per cominciare …)

Vivere ed esistere di riflesso è una storia vecchia come il mondo. E’ evidente che l’immagine che “lui” ha di “lei”, non può corrispondere a “lei”. Perchè è chiaro che poi lei non potrà trovarsi né riconoscersi nell’immagine che lui le rimanda di lei. Magritte aveva compreso questo meccanismo di speculazione e immagini riflesse, come si può vedere in questo suo dipinto, dove tra il muro e lo specchio il corpo della donna, e quindi la donna, viene soppressa, annientata.  Nondimeno “il contesto – ammetteva il pittore in una delle lettere a Foucault – può dire che nulla è confuso, salvo la mente che immagina un mondo immaginario”.  E’ chiaro che l’ossessione per la specularità induca a rafforzare le interdipendenze: a tal proposito, Merleau-Ponty sosteneva che lo specchio è lo “strumento di una magia universale che trasforma le cose in spettacoli e gli spettacoli in cose, me stesso nell’altro e l’altro in me stesso”. Ma poi gli specchi sono fragili, e possono andare in frantumi. Capita.

Potremmo  però anche  ipotizzare che forse  alcuni uomini preferirebbero l’immagine di questo altro  dipinto – L’origine du monde di Gustave Coubert –  appartenuto per un certo periodo a J. Lacan, il quale  si divertiva a mostrarlo ai suoi ospiti, svelandolo lentamente, per osservare le reazioni dei soggetti quando si trovavano di fronte all’oggetto. Si sa che per Lacan in quel quadro era in gioco la relazione del soggetto con l’ oggetto del desiderio mai dato e perennemente cercato ed agognato – ma forse nello stesso tempo anche odiato?

Gustave Courbet, L’origine del mondo, 1866Nulla eccepire su questo dipinto ginecologico, che anzi trovo pregevole la tecnica esecutiva realistica di questa immagine che nel secolo scorso è stata oggetto di scandalo, mentre oggi non fa più scalpore.  O forse ancora? Non vedo cosa ci sia di strano: se non temessi di rifare il verso ai soliti idioti, mi verrebbe da dire che è del tutto normale –  come rappresentazione di una parte anatomica di un corpo umano di sesso femminile, s’intende.  Ciò nondimeno penso che – oggettivamente – nel soggetto del dipinto si trovi ad essere privilegiata la parte a scapito dell’intero. Dov’è la donna? Dov’è il suo volto? Dov’è tutto il resto? Talvolta ho il sospetto che alcuni uomini preferiscano aver rapporti esclusivamente con quella parte, senza “dover” aver a che fare con tutto il resto. Non che quella parte non sia importante, ma non può essere separata dall’intero senza essere uno scempio per l’integrità emotiva e sentimentale di una donna. Ma per gli uomini no?

Che uomini e donne abbiano generalmente aspettative diverse sulle relazioni affettive e sessuali è  persino scontato. E tanto per citare un nome  illustre, farò quello di Jean-Paul Sartre, filosofo esistenzialista dotato sicuramente di un QI notevole – pare – ma che nonostante questo riteneva che il corpo fosse una “fattività”, e che  in L’essere e il nulla afferma(va) che la sola via possibile per entarre in relazione carnale con l’altro è di “stregarlo”. Così posso “possedere” l’altro, aggiunge(va).  Per questo filosofo maschio,  senza possesso non esiste(va) compimento del desiderio.  Non c’è da stupirsi se poi sosteneva anche che “l’altro è l’inferno” – a meno che non fosse lui stesso a proiettare sull’altro il suo inferno.  Un bell’esemplare! Ma a quanto pare purtoppo non è il solo, perchè ce ne sono tanti, e ancora viventi.

E giusto perché oggi è San Valentino,  ricordo che quest’anno in meno di un mese, già 18 donne sono state uccise, soltanto in Italia, vittime della violenza maschile. Alcune di loro erano giovani studentesse:  http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/tag/giulia/

Quando finirà?

 

Galleria | Questa voce è stata pubblicata in Courbet, dipendenze, identità, immaginario, immagine, interdipendenza, Lacan, Magritte, Merleau-Ponty, pensieri, poesia, Sartre, sessualità, specchio, volto, Wislawa Szyborska. Contrassegna il permalink.

2 risposte a un chiodo

  1. md ha detto:

    Condivido pienamente.
    Come ho già avuto modo di dire, urge la “questione maschile” ancor più di quella femminile – cioè la messa in discussione dello sguardo (e non solo di quello) sulla donna da parte dell’uomo – e di riflesso (come giustamente osservi) dell’interiorizzazione di questo sguardo da parte della donna. (Parliamo qui di “uomo” e “donna” in senso lato e generale, del “per lo più” e del modo massivo di intendere questi termini e le loro relazioni, anche se esistono poi modalità soggettive un po’ più variegate).
    Non mi soprende che Sartre pensasse quelle cose (ho avuto modo di notarlo anche in amici filosoficissimi, con menti critiche, aperte e quant’altro).
    Su quel termine – “stregare” – una mia cara amica filosofa che ho visto durante le vacanze di Natale, se ne è uscita con la faccenda della “seduzione”, e sul fatto che una parte di lei fosse parecchio attratta dalla figura dell’uomo seduttore. Non solo teoricamente (e mi citava la celebre analisi di Kierkegaard), ma anche praticamente. Sono rimasto un po’ perplesso, ma dopotutto è un elemento di cui tener conto. Mi ero ripromesso di pensare un po’ più a fondo alla questione, ma poi mi è uscito di mente, Forse è venuto il momento di farlo.

    Mi piace

  2. rozmilla ha detto:

    … e io condivido che ci sia anche una questione “maschile”, per certi versi anche più problematica di quella “femminile” . E comunque entrambe le questioni, di pari passo, perché è impensabile separare le questioni come se il problema non fosse anche ciò che c’è “tra”.
    Ma sempre con la premessa che “parliamo di “uomo” e “donna” in senso lato e generale, ecc.”, sono d’accordo. Mi interrogo da qualche tempo se si possa ancora dire che esistano “uomini” e “donne”, e mi accorgo che già questo è controverso. Fatto sta che in ogni caso usiamo queste parole e facciamo questi distinguo, perciò penso che il punto sia “cosa” ne pensiamo e ne diciamo. E se se ne possa parlare.
    Non conosco la celebre analisi di Kierkegaard. D’altra parte anche quella di Sartre mi sembra abbondantemente superata. A questo punto, non saprei dirti se il mondo è bello perché è vario, oppure se varrebbe la pena di diffondere un po’ più massivamente tracce meno stranianti, soprattutto per i giovani, pensando al futuro.
    Quello che mi dici sulla tua amica, penso che qui entriamo in campi “personali”, e anche qui, talmente vari e variegati. Leggevo Kimsey a 13 anni, perciò quello di cui mi stupisco è piuttosto che nelle scuole ci siano ancora lezioni di religione invece che di educazione sessuale e sentimentale (assieme).
    Ora, sono proprio curiosa di vedere se e come lo affronterai … io intanto continuo (tienimi d’occhio)
    Ciao

    Mi piace

I commenti sono chiusi.