il lavoro dell’amore

 

 

È da qualche tempo che sto ripassando la cosiddetta questione femminile. La prima cosa che ne ho ricavato è stata una solenne incavolatura, che più ci penso e  più peggiora. Inoltre mi sono accorta subito che tirando in ballo questo tema ci si fanno dei nemici. Ora mi suona meglio perché succeda che quando si dice donna si dice danno. Da qualunque parte la giri e la metti, è una frittata fin dall’inizio. Si dice che “abbiamo voluto la parità”, per cui c’è chi non capisce cosa ci sia ancora da rivendicare. Ma sarà vero?

Quand’ero alle superiori, un giorno il preside Viotto ci riunì tutte (frequentavo l’ultimo anno dell’istituto magistrale) e ci impartì una lezione che non ho scordato, anche se il ricordo ovviamente è confuso.   Ci parlò degli uomini più eccelsi, quelli del genere di Hegel, che sono andati sempre più in alto, che più in alto non si può. E le donne, chiedeva, dove sono andate? Dove hanno messo tutte le loro energie, il loro impegno? Ma è chiaro: sempre più bianco, che più bianco non si può. Quella frase me l’ero segnata da qualche parte. Difficile dimenticare schiaffi del genere. Avrebbe dovuto servirci di lezione, per imparare a non prenderli più. E in-vece gli schiaffoni hanno fioccato abbondanti e sonori – inutile farsi  illusioni.

Segue l’incipit del capitolo introduttivo di “Amo a te” di Luce Irigaray.
Secondo Marx, all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo sta lo sfruttamento della donna da parte dell’uomo, e il primo sfruttamento umano passa attraverso la divisione del lavoro tra l’uomo e la donna.”

Ma perchè Marx non ha dedicato la vita a risolvere questo sfruttamento? – si chiede. Ha scorto la radice del male ma non l’ha trattata come tale: perché?
La risposta si trova in parte negli scritti di Hegel, soprattutto nei capitoli che trattano dell’amore. Hegel, infatti è stato l’unico filosofo occidentale che ha affrontato la questione dell’amore come lavoro.
Hegel lo dice chiaro: il lavoro della donna è legato all’immediatezza naturale, per cui la sua funzione, e quindi il suo lavoro sta nel dover essere madre e sposa, che perciò è un compito “universale” che esegue rinunciando ai suoi desideri singolari.
In realtà l’amore non è nemmeno possibile, da parte della donna, perchè ancora prima  è un dovere universale, che lei ha in sé come destino, per il fatto “naturale” di essere nata donna. Per cui non può né sottrarsi, ma nemmeno scegliere di amare il figlio e lo sposo. Lo deve fare, è inutile girarci attorno. Se poi riesce e lo vuole anche fare, tanto meglio. Ma è un lusso.  L’amore-lavoro della donna è il suo dovere civile. La donna non ha diritto né all’amore per la sua singolarità, né all’amore per se stessa.
Di conseguenza l’amore per la donna corrisponde a un dovere – e non a un diritto – che stabilisce il suo ruolo nel genere umano, in cui lei figura come la serva dell’uomo.
Per l’uomo, invece, l’amore di una donna rappresenta il riposo del cittadino nella singolarità di una casa. (Non so se vi ricordate quel  famoso “riposo del guerriero”, rivendicato come un diritto “naturale” non molto tempo fa da parte dei difensori del diavolo, nella fattispecie di un discutibile primo ministro – innominabile!).

Perciò per l’uomo l’amore è la regressione alla immediatezza naturale. L’amore della donna nella sua casa è per l’uomo il suo riposo complementare al suo lavoro di cittadino. L’uomo come cittadino adempie al suo compito universale, rinunciando alla sua dimensione sessuata; dopo che ha terminato il suo lavoro ha il diritto di regredire alla dimensione sessuata. E sua moglie, o un’altra donna, ha l’obbligo di accordargli questa regressione.

Non facciamoci ingannare per il fatto che Hegel scriveva queste cose secoli fa. Si capisce benissimo  che, seppure (sembra) sia trascorso un notevole lasso di tempo, e si dica e si affermi che ormai le donne (in occidente) hanno “voluto e ottenuto la parità”, certi modi di vivere e pensare, in particolare cosa noi pensiamo e ci aspettiamo dalle donne, in fondo in fondo, e per la gran parte, non siano molto cambiati. Persino per le donne stesse.
La maggior parte delle donne sa bene che anche quando e se riesce ad avere e a  tenersi un lavoro fuori casa, il primo lavoro a cui deve far fronte, soprattutto se sposate e con figli, è il lavoro dell’amore. E lo sanno anche i datori di lavoro.  Certo, se qualcuna di loro ha un compagno illuminato, che ha compreso che il lavoro in casa, della cura e l’educazione dei figli, è una cosa che ha da essere condivisa, allora sono fortunate. Ma non credo di sbagliarmi di molto se dico, senza fare indagini doxa,  che questa è una fortuna che capita di rado.

Tutto questo viene espresso perfettamente da mia madre quando ripete la litania, e la solfa, “la famiglia si fonda sulla donna” – intendendo proprio: sul suo spirito di abnegazione e sacrificio, rinunciando ad ogni desiderio per amore dei figli e del marito. Rinunciando ad essere per sé, per essere sempre a disposizione di tutti. Figli, marito, chiunque. Ad accettare qualsiasi cosa per tenere assieme la famiglia. A qualsiasi costo. Darsi, darsi indefinitamente. Svuotandosi, svenandosi, fino a non essere proprio più. Che alla fine rimane solo un guscio vuoto.

Ma no, non deve nemmeno lamentarsi, sempre allegra deve stare – ha persino l’obbligo di esserne felice, di sacrificarsi – esattamente come nel dipinto di Chagall là sopra,  che trovo descriva perfettamente la situazione. E come se non bastasse, deve anche essere bella. E  depilarsi.

 

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2 risposte a il lavoro dell’amore

  1. aeroporto2 ha detto:

    Pare che sia proprio così (da un punto di vista ideale). E anche bella naturalmente, seguendo il ragionamento. Ma vi è anche una vertà molecolare, fortunatamente. (e poi si può esser felici anche senza sposarsi e figliare). Post letto con piacere, grazie.

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