élenchos – infinito femminile

élenchos – infinito femminile
sottotitolo: una qualsiasi tranquilla mezza giornata d’allegria.

Blocco numero 1.  Quasi aria di primavera, fare colazione e darsi da fare, arieggiare le camere e i piumoni, piegare i vestiti, togliere lenzuola, federe, traverse e pigiami, sollevare e sbattere i materassi di lana i cuscini e  fouton,  prendere secchio strofinacci scala e detersivi, riempire  d’acqua il secchio, salire sulla scala e staccare le tende, spolverare i vetri e pulire i davanzali, immergere lo straccio, strizzare e strofinare, asciugare con panno asciutto, dentro e fuori, entrambi i lati, una finestra, ripetere, seconda finestra, idem terza e quarta e quinta e sesta e settima, per ora, scendere le scale verso la lavanderia, infilare le tende a poco a poco nella lavatrice, graduare il detersivo, due tacche,  impostare il programma delicato e far partire, risalire, rassettare la cucina, piatti bicchieri e posate nel lavastoviglie, mettere a bagno le lenticchie, lavare il fornello, sbiancare il lavandino, disinfettare strofinacci e tagliere, differenziare i rifiuti, portarli in cantina, risalire, togliere le ragnatele e la cenere dal camino, scopare la veranda  vialetto e marciapiedi, sbattere gli zerbini, sollevare le sedie a gambe all’aria,  sprimacciare le imbottiture dei divani, arrotolare i tappeti e portarli sul balcone, dare da bere  alle piante, staccare le foglie morte e quelle gialle, raccogliere ad una ad una le cose sparse in giro, ricondurre ognuna al suo destino, prendere l’aspirapolvere dal ripostiglio, togliere il sacchetto pieno, sostituirlo con quello vuoto, aspirare tutta la polvere possibile dappertutto, fare la ginnastica con spazzolone straccio acqua e detersivo di buona lena, asciugare il sudore, ricollocare le sedie e i cuscini dei divani, andare sul balcone, sbattere  i tappeti, riarrotolarli e rimetterli a posto, scendere a prendere le tende lavate, salire sulla scala e agganciarle ad una ad una, due tre quattro sette,  spolverare mensole ripiani tavoli tavolini e profili delle porte, guardare in giro e fare un sospiro, tornare dabbasso, infilare le lenzuola in lavatrice con detersivo idem come sopra, smistare il resto della biancheria a mucchietti per colore, risalire, lavare vasca, lavello bidet e water-closed, asciugare con panno pulito, cambiare gli asciugamani e attrezzare di carta igienica, eliminare barattoli e tubetti di dentifricio esausti, riallineare quelli dove ancora ce n’è un po’, svuotare il secchiello dei rifiuti igienici, ripulire pettini e spazzole dai capelli,  lucidare gli specchi, risbattere i piumini traverse cuscini e materassi, rimettere nuove lenzuola nei letti, riscendere in cantina e stendere le lenzuola, fare una lavatrice di calze con ciclo breve, trattare i colli e i polsini delle camicie, tornar su e guardare l’ora, affettare e soffriggere cipolla sedano e carota,  scaldare acqua, aggiungere lenticchie e  sale, lavare il riso cuocerlo in pentola a pressione, abbassare la fiamma, apparecchiare la tavola, svuotare la lavastoviglie, aspettare, per non sprecare il tempo dell’attesa scegliere, a piacere,  tra carezzar via la polvere dalle foglie del ficus beniamino,  preparare una torta di mele, o leggere una pagina del Deserto dei Tartari, quindi impiattare, servire, sparecchiare la tavola, risistemare la cucina, ridiscendere in cantina, stendere le calze, riempire la lavatrice di camicie e magliette ciclo delicato, raccogliere e piegare lenzuola e federe, tornar su, accendere il ferro da stiro, piegare  maglie, fazzoletti, mutande e pigiami, stirare, riporre la biancheria nei cassetti … eccetera eccetera … a sfumare … o in dissolvenza …  fare gli orli ai pantaloni, sostituire elastici,  attaccare bottoni, rammendare i buchi nei calzini. Le camicie? stirare le camicie domani. O prima di sera.

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A latere. ““Gli operai, perlomeno, quando hanno terminato un lavoro ricevono dei soldi, se ne vanno in qualche osteriuccia, e poi magari finiscono al commissariato, – dimodoché hanno da fare per almeno un’altra settimana.” – scrive Fjòdor Michàjlovic Dostojevskij in Memorie del sottosuolo (1864).
– Ma … la donna invece dove mai potrebbe andarsene? – dico io …
– A fare la spesa?
– Ecco, è un’ottima idea … “

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Blocco numero 2. “La parola “élenchos” significa “confutazione” (significa anche “argomento”, ma nel senso di “argomento a confutazione”). E’ una parola che compare raramente nella nostra storia.  Platone nel Sofista usa l’élenchos, la confutazione, per mostrare come non ci si possa liberare dal senso del nulla, poiché ciò che si intende negare – il nulla – è il fondamento di ciò che si afferma.
O là, come in Aristotele nel IV libro della Metafisica, dove si mostra l’impossibilità di negare la bebaiotàte arché, il principio firmissimum, perché è impossibile trovarsi in errore intorno al fondamento della verità, poiché la negazione del principio più saldo di tutti non può esistere – sarebbe la follia estrema.
Ma c’è un altro luogo dove compare l’élenchos: è un passo del Vangelo, dove l’apostolo Paolo (San Paolo, Lettera agli ebrei, 11,1-2), definisce la fede dicendo che la fede è élenchos mé blepoménon (traduzione latina: argumentum non apparentium, ossia l’argomento delle cose che non si vedono), e confuta i negatori della fede affermando che quei non apparentia, gli eué blepòmena, gli invisibili, sono affermati dalla volontà stessa che le cose stiano così e non in altro modo.” (tratto da Emanuele Severino, in Identità della follia – 2007)

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Nota. L’anno scorso nel mese di febbraio dopo aver letto dei vari élenchos, avevo argomentato a confutazione il nome di tutti i fiori che conoscevo (più o meno) … mi sembrava quasi un modo elegante –  affermando i fiori –  di negare il nulla.  Ora, non so se ammettere che mi sto evolvendo sulla strada di un sano e onesto realismo … forse sì – evviva.

 

 

 immagine: the hausewife 1912- 2012 – quando il tempo è un’illusione.

 

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6 risposte a élenchos – infinito femminile

  1. Francesco ha detto:

    Non entro nel merito dell’élenchos, ma dell’elenco sì.

    Il pattern delle frasi, una dopo l’altra, ha la struttura di un’opera d’arte. Un’opera d’arte composta per altro di parole, quindi con un surplus di significato che normalmente le opere d’arte non hanno.
    Si potrebbe dire che è un’opera d’arte per metà visiva e per metà concettuale.

    Ciao,
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      … esagerato, Francesco, ma grazie.
      Ricordi? l’avevo già detto di non avere velleità artistiche. Infatti mi sono solo un po’ divertita (nota che l’ho messo nella categoria Humor, anche se è di un umorismo “strano”)
      Comunque, seguendoti su questa strada, io direi che non dovremmo considerare solo il primo blocco – l’elenco – ma anche il secondo – l’élenchos – in contrapposizione al primo. E sarei quasi tentata di dire che se gli autori del secondo blocco si accollassero la loro parte delle infinite faccende che devono fare gli autori del primo blocco, forse (quelli del secondo) avrebbero un po’ meno tempo per dire (e fare) corbellerie (o peggio): sai la famosa divisione del lavoro…
      solo un po’ di meno, non oso sperare oltre …

      Però ammetto che non è di immediata comprensione, dovrò lavorarci su …
      Ti ringrazio per avermi dato modo di spiegare l’implicito.
      ciao
      milena

      Ps: ho fatto delle modifiche
      (mi sa che nel secondo blocco oggi mi ci metto pure io :-))

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  2. aeroporto2 ha detto:

    Spero di non aver lasciato impronte (aer), che t’abbiano costretta per soprammercato.

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    • rozmilla ha detto:

      no, no, non preoccuparti Aer 🙂
      è una cosa che avevo pensato (è un eufemismo) di scrivere tempo fa …
      quindi, diciamo che è solo un po’ di lavoro arretrato, una mezza giornata intensa. e come avrai notato il problema vero e proprio sono le scale, i piani.
      comunque quando ero più giovane coi bimbi eccetera ci riuscivo, ora invece lo scrivo.
      ciao

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  3. robertomeister ha detto:

    Da te trovo sempre autori a me cari… stavolta Severino, grazie.

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      Severino è stato piuttosto importante per me negli anni scorsi. Qualche volta lo maltratto un pochino, ma certo non è da sottovalutare.
      Grazie a te, Roberto …

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