attesa

 

 

“Ciò che non mi aspetta – quando torno – non sarebbe buono per me. E viceversa, ciò che non so aspettare varrebbe meno di niente per la mia (tua, nostra) vita.”

 

(opera  di Toyomi Nara, “Aspettando la primavera”,  pigmenti naturali e foglia d’oro su carta di riso  –  toyominara )
 
 
 
 

Avete visto com’è bella l’opera di Toyomi Nara, l’artista giapponese? trovo sia riuscita ad esprimere benissimo la dolcezza dell’attesa,  che è insieme abbandono e accettazione di ciò che dovrà accadere. Nell’abbandono dell’attesa,  invece della volontà intransigente di dover fare qualcosa, si comprende come su molti aspetti della vita – dalla nascita alla morte –  non possiamo avere il controllo. E quando lo si capisce, si smette di lottare forsennatamente contro i mulini a vento, almeno finché  non è ancora giunto il momento.  
L’opera di Toyomi Nara mi ha fatto ricordare quando aspettavo mia figlia Maria Sole, così ne approfitto per raccontarle come è andata.  I  ricordi non sono molto freschi, che ora lei ha già quasi trentun anni.

Ad ogni modo, quel periodo  è stato uno dei più belli e sereni della mia vita – e dico “mia” soltanto perché parlo dei “miei” ricordi. Inoltre mi sentivo benissimo, ero molto attiva e non mi stancavo mai. Mi sentivo forte come un leone.
Avevo un po’ di timore per il parto, questo è vero, perché quello precedente per me era stato un po’ uno shock; allora ho cercato di trovare un luogo dove favorissero un parto più naturale, meno traumatico, e il più vicino lo trovai vicino a Piacenza, a Ponte dell’Olio, in un piccolo ospedale di campagna gestito dal professor Braibanti. Lo chiamavano melody party, perché tra le altre cose il metodo comprendeva un aspetto sonoro. Infatti ogni coppia sceglieva una musica di proprio gradimento che, ascoltata sia durante la gravidanza che durante il parto, e anche in seguito, ad esempio durante l’allattamento e la nanna, sarebbe stata la colonna sonora della vicenda, una sorta di continuum di sottofondo che avrebbe aiutato il neonato a sentirsi a proprio agio, “a casa”.
Avevo anche un libro che descriveva il metodo, un libro che poi ho regalato a non ricordo quale giovane mamma in attesa.
Gli ultimi giorni della gravidanza si è sempre un pochino più ansiosi, si sa, tutto è pronto ma non sai quando dovrà succedere. Sai che accadrà da un momento all’altro – ma quando? Esclusi i giorni che non esistono, come ad esempio il 32 di marzo, da un certo punto in poi il momento è sempre più prossimo.
Era una bella primavera, calda, con le finestre già aperte anche di sera; e la sera del 14 di aprile intorno alle nove e trenta ho avuto la prima contrazione alla quale non ho dato peso, perché da qualche giorno avevo di quando in quando contrazioni preparatorie, come si dice. Ero seduta in cucina a chiacchierare con Stefania, e quando è arrivata la seconda contrazione, e poi la terza a distanza regolare, Stefania ha detto, Vai Milena.
Eh sì, era ora. Stefania avrebbe portato Riccardo da mia madre; e noi, il tempo di prendere la valigia e chiudere casa, eravamo già sull’autostrada. Circa un’ora e mezza dopo, mi pare, siamo arrivati all’ospedale di Ponte dell’Olio. A differenza del mio primo parto che durò sedici ore, questo secondo fu piuttosto veloce. Mi visitarono e ci diedero una stanzetta tutta per noi; ma  non ci fu tempo di rilassarsi nemmeno un pochino perché quasi subito si ruppero le acque, e da lì a poco eravamo già in sala parto. C’era l’ostretica Alba, che era un donnone, e anche il Braibanti, un ometto gentile. E c’era anche Sergio, ovviamente. Non ricordo bene chi altro ci fosse, ma mi pare fosse una stanza piuttosto affollata. La musica? Se girava il nastro, può darsi, ma io non la sentivo. Quando è nata, alle 2:14 del 15 di aprile, qui il racconto si fa difficile perché è una cosa praticamente indescrivibile. E ho una specie di timore ad esprimere in parole quel momento straordinario. Perciò dico solo che appena è venuta al mondo me l’hanno appoggiata sulla pancia, e l’ho toccata con entrambe le mani. Sia io che Sergio ridevamo e piangevamo nello stesso tempo, insieme, all’unisono. Tutto il resto, attorno, per qualche attimo era come scomparso. Fu la voce di Braibanti a interrompere quel momento davvero magico. Mi sembra che disse, Fate piano. Forse stavamo gridando dalla gioia? Sì, credo di sì, l’emozione era davvero forte. Ci dissero che era una femmina. (Non lo sapevamo ancora, perché durante l’ultima visita la macchina per l’ecografia non funzionava, per questo avevamo potuto ascoltare solo il battito del suo cuore. Alba aveva detto, Ha il cuore di uno scalatore. Io però sapevo già che era femmina, ne ero già convinta.)  Passato quel primo momento, subito la attaccai al seno per farla succhiare, e dopo qualche minuto Sergio tagliò il cordone ombelicale. E poi le solite cose, la lavarono, la pesarono (pesava tre chili e duecento o trecento cinquanta grammi, mi pare),  la vestirono eccetera. Mentre io urlavo, urlavo davvero questa volta, mentre mi davano dei punti senza anestesia per una piccola lacerazione.
Nonostante la lacerazione, quando smisero di ricucirmi scesi dalla sedia parto e ci incamminammo verso la nostra stanza, spingendo la culla a rotelle in dotazione negli ospedali, con lei dentro che se ne stava buona buona, che forse non aveva nemmeno ancora pianto.
Il seguito della nottata fu un po’ dura. Io ero stanca e avrei voluto riposarmi. Ma Maria Sole piangeva, e Sergio dormiva, che di certo anche lui era stanco. Così la prendevo e la tenevo vicina, ma poi crollavo, e avevo paura di schiacciarla o che cadesse. Allora la rimettevo nel suo lettino, ma lei piangeva di nuovo, come stizzita. Allora la riprendevo, e così via, ma non riuscivo proprio a consolarla. Sergio, ahimé, non fu molto “utile” in quel momento.
Al sorgere del sole però andò tutto molto meglio, e riuscimmo a dormire tutti e tre per qualche ora. Dopo colazione, la prima cosa che feci fu di andare a telefonare a mia madre. È nata, le dissi, è una bambina.

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2 risposte a attesa

  1. aeroporto2 ha detto:

    Naturalmente la maggior parte degli esseri umani è nata in capanne o ricoveri occasionali. Solo da un battito di ciglia ci siamo “ospedalizzati”, come è giusto che sia. Bello ancora il cercare il luogo che diventi quindi musicale o acquatico poco importa, rimane intatta l’idea d’una naturalità cercata nella natura, un desiderio, una bugia che ci diciamo.
    Nelle usanze latine, prima della fondazione di Roma, si usava fare un rito propiziatorio per il luogo preposto al parto, che non sto qui a raccontare perchè complesso di significati e rimandi, il curioso è, che tale rito di buon auspicio vive ancor oggi dopo migliaia di anni nelle odierne popolazioni mongole, dotate di cellulari e jeep, e tende…. Il nome Maria Sole, mi sembra significativo, oltre che bellissimo. Ho condiviso con piacere questo racconto, grazie. (ho aperto questa parentesi mongola, per associazione, forse. I Ching, chissà…)

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