sei tu …

 

 

“Uno si recò alla porta dell’amata e bussò. Una voce chiese: «Chi è là! ». Egli rispose: «Sono Io». La voce disse: «Non c’è posto per Me e per Te». La porta restò chiusa. Dopo un anno di solitudine e privazioni egli ritornò e bussò. Una voce da dentro chiese: «Chi è là!». L’uomo disse: «Sei Tu». La porta si aprì per lui”.
[Jalaluddin Rumi,  poeta sufi del XIII secolo]

 

 

Ieri ho letto questa parabola del poeta Rumi, e ci sarebbe poco da aggiungere. E’ meglio che ognuno la interpreti a suo modo.
Di mio posso solo dire che mi sono ricordata che quando suonavo il campanello di casa succedeva più o meno la stessa cosa.
Mia madre chiedeva al citofono – Chi è? – e io rispondevo quasi sempre – Sono io.
E lei qualche volta rideva e mi apriva, oppure mi chiedeva di nuovo – Ma io chi?
Ricordo che mi infastidiva doverle rispondere, e pensavo – Ma come? Non sai chi sono? Non riconosci la mia voce?
Così che un giorno non so per quale ghiribizzo m’è saltato in mente di risponderle – Sei tu.
Esattamente come nella parabola che raccontava Rumi.
Non c’è dubbio che la porta si aprisse sempre in ogni caso, quando a domandare era mia madre.
Però, se suonassi alla porta di qualcun altro, chissà se mi aprirebbe, se rispondessi sempre – io, io, io.
Qualcuno potrebbe pensare che a rispondere – io, io, io – sia un asino.
Chissà.
Ovviamente si deve immaginare che a ognuno di noi possa capitare di trovarsi di qua o di là della porta. Talvolta di qua come a volte di là. I ruoli sono interscambiabili.

 

Ringrazio Aer che ci ha dato in prestito la foto della coppia dei due giovani scattata al museo egizio del Louvre.
La statuina è molto piccola, e come altre meraviglie racconta semplicemente una scena di vita quotidiana con straordinaria intensità emotiva” – così l’ha descritta.
E devo dire che l’immagine di questa statuina mi ha fatto bene al cuore.
Quanta tenerezza in un semplice gesto – quella mano sul suo braccio – rimasto scolpito nella pietra per l’eternità. O quasi per l’eternità.

 

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14 risposte a sei tu …

  1. md ha detto:

    magnifica!

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  2. carla ha detto:

    certo che rispondere sei tu lo trovo un pò presuntuoso…
    ognuno ha il suo nome!
    ciao, buon week end 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      Davvero trovi un po’ presuntuoso rispondere “sei tu”? perchè a me sembra proprio il contrario, visto che prima dell’Io mette davanti il Tu.

      Ne approfitto per scrivere due righe visto che anche Ampy mi ha chiesto cosa vuol dire.
      Credo che Rumi intenda dire che solo anteponendo l’attenzione per l’altro al proprio ego, i due si possono incontrare.
      Ci sarebbe una lettura un tantino più complessa – la vecchia storia delle proiezioni, gli specchi – per cui l’altro/a (in questo caso) potrebbe vedersi riconosciuto per quello che è realmente, e non come l’uno vorrebbe immaginarlo.
      Considera inoltre che per le filosofie orientali (ma non solo) l’io non è che una costruzione illusoria e fittizia.

      Buona domenica, Carla.
      ciao

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  3. aeroporto2 ha detto:

    Io credo che Carla volesse dire che ognuno di noi è nella “comunità” dei sentimenti è vive in se stesso sensazione emozione; i sensi sono induzione ed in questo si rappresenta una singolarità, idealità come direbbero i filosofi (non ha torto quindi a rivendicare questo primato). Ed è opportuno aggiungere ugualmente che Mirella ha perfettamente ragione nell’insistere sull’alterità. Come il “maestro di Borges, Macedonio Fernandez, insegnava “non esiste L’IO…” e mi trovo anch’io concorde in questo -non esiste l’io- e le due questioni non sono in contrasto.

    Naturalmente mi sono permesso molto presuntuosamente di scrivere quanto sopra come domenicale, come mia interpretazione.

    Non ci si stanca mai di guardare i due “giovani” egizzi ritratti in foto. Con un gesto, la ragazza non conforta, il compagno, ma Ci conforta… almeno è questo, quel che ho colto dal Post di rozmilla. Ciò che ho sentito. Una buona settimata carissime.

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    • rozmilla ha detto:

      ma certo, Aer.
      ci sarebbe anche la presunzione di potersi illudere di mettere da parte il proprio io: che era la prima cosa che avevo pensato, anche se non l’avevo scritta.
      e chi può farlo veramente?
      per questo penso che la cosa vada letta con una certa cautela, senza presumere di poterci riuscire, che sarebbe come spendere una moneta che non abbiamo.

      D’altro canto in assenza di presunzione non oseremmo una o l’altra interpretazione cosiddetta “personale”, e un dire su sentimenti e percezioni.
      L’Io stesso è una presunzione, quando balbetta questa o l’altra interpretazione. Ma essere consapevoli della sua pre-sunzione, ci mette al riparo (più o meno) dal considerare sia l’io che l’interpretazione come assoluti.
      Credo che, tra le altre cose, l’io sia “funzionale” al gioco del logos, alla relazione: quando “io” butto lì una parola, do inizio a un processo, ad un andare e venire del logos tra me l’altro, il cui esito è sempre qualcosa di più di ciò che ho semplicemente detto.

      Ma ancora, come posso entrare in relazione se do più importanza all’io che alla relazione? a quello che c’è “tra”? Inoltre non dimentichiamo che qui si sta parlando di “amato e amata”, che è la relazione più difficile; relazione che, secondo me, implicherebbe l’essere capaci di riconoscere il “tu” come irriducibile all’io.

      Detto tutto questo, oggi mi sento “presuntuosissima” 🙂
      Ciao Aer, e ciao Carla.

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  4. aeroporto2 ha detto:

    Scusa Milena, per averti chiamato Mirella. La mia dislessia, porta a pensare velocemente ed a scrivere similitidini storpiando o commettendo errori, che come sai, sono poi di difficile correzione. Leggiamo (e rileggiamo) intuitivamente, altrimenti andremo come tartarughe…

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    • rozmilla ha detto:

      davvero sei dislessico?
      pensa che ho appena saputo che la mia nipotina è dislessica. “ho un difetto”, mi ha detto; e io le ho risposto, “è una caratteristica, non un difetto”.
      mentre io non sono dislessica, ma un po’ tartaruga sì.
      (notare che in un commento di due righe ho scritto per ben tre volte la parola “io” – sento già il canto del gallo :-)))

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  5. aeroporto2 ha detto:

    Si certo, sono dislessico. Naturalmente ci sono molte tipologie, vari stadi di dislessia. Generalmente i dislessici sono dotati di buona intelligenza che gli fanno superare le difficolta obbiettive d’apprendimento scolastico. Fortunatamente oggi ci sono alcuni esoneri scolastici per i dislessici che altrimenti sarebbero impossibili da superare, come la lettura fluente, gli errori grammaticali, o la memorizzazione. Per contro ha visione “tridimensionale” dello spazio (e dei problemi) con capacità di risoluzione complessa. Questo sovente fa sentire il dislessico adulto e socialmente integrato “superiore”. Un errore di sopravalutazione dovuto sia alla velocità di connessione (per compensazione) quindi rapidità di calcolo risolutivo, sia in quanto il problema in se non esiste per il dislessico: egli vede in “presa diretta” (tridimensione) cosa si cela dietro la visione bidimensionale del problema posto, ma sono solo fuochi fatui.

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  6. rozmilla ha detto:

    Sarebbe stata una fortuna per me avere un compagno di banco come te: potevi passarmi tutti i compiti e le soluzioni di matematica, e d’altra parte io potevo correggere gli errori grammaticali – quello che si dice “sinergia” 🙂
    Riguardo alla mia nipotina, mio fratello mi ha raccontato che le è bastato dirle una tabellina (una sola), e dopo riusciva già dare risposta a tutte senza averle imparate a memoria. Un bel vantaggio, su quello, almeno. Inoltre, non so se dipenda dalla dislessia, ma è una bambina molto molto sensibile, forse anche troppo.
    Ti auguro una buona settimana, Aer
    milena

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  7. aeroporto2 ha detto:

    Certo….. Mi permetto d’aggiungere che le bambine hanno minori problemi dislessici, infatti la dislessia è un problema generalmente maschile. Le donne avendo capacità intellettive superiori, adoperano generalmente le due parti d’emisfero celebrale in connessione ambivalente, hanno meno problemi e sono dislessie transitorie e facilmente recuperabili tutte le facoltà, mentre gli uomini che sono più caproni ci devono convivere. una buona settimana anche a te.

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  8. Rispondere “sei Tu” alla domanda alla porta mi spaventa e anche s esono d’accordo quando lo stralcio viene interpretato all’interno del suo contesto storico culturale come una percezione illusoria, quando lo applico a me, al mio vissuto mi spaventa l’arrendevolezza dell’abdicare al proprio soggetivismo pe rl’altro. Intendo dire che quando invece di porsi come “io” ci si pone come “tu” ossia l’altro che ci sta di fronte, ci si identifica totalmente perdendo quell’unicità che da socrate in poi segna e devasta l’occidente (ma non per questo ci appartiene meno o va negata in quanto è fondante). Quello che vorrei dire forse più banalmente (ma io sono banale, l’ho anche scelto in alcuni casi per sopravvivere a me stessa) che nel Tu io vedo l’annientamento dle desiderio che non è libero di esprimersi se non con la cancellazione del soggetto senzient ein favore dell’oggetto desiderato. Ci si trasforma in fruitori senza partecipare della creazione che poi è l’amore, creazione di carne e sanguue e parole che anelano respirano e piangono.
    Secondo avrebbe dovuto rispondere “Sono NOI”. Meraviglioso.

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    • rozmilla ha detto:

      Salve mademoiselleporcupine !
      Non so quale sia l’interpretazione corretta di questa storiella che raccontava Rumi.
      E anche per me non era molto chiaro, sai.
      Visto che mi ci fai ripensare, ora preferisco leggerla in questo modo: dire “sei tu”, è riconoscere, dal mio punto di vista, l’esistenza dell’altro da me, che non va confuso con “io”, o me. Quindi “non” identificarsi con l’altro, ma riconoscere l’altro come “tu”, diverso da “io”.

      Il “riconoscimento” potrebbe essere (attualmente) una chiave di lettura, sempre secondo me. Quindi “non” cancellazione del sé, ma apertura al tu, riconoscimento del “tu”. Che, se questo avviene in entrambe le direzioni, vi è reciproco riconoscimento, che è il luogo dove i due amanti si potrebbero incontrare, nel riconoscimento della diversità. Infatti in alcuni commenti avevo anche scritto che il “tu” è irriducibile all’io.

      E per quanto possa sembrare un po’ astruso, preferirei parlare di due “tu” che s’incontrano, nel senso che si prestano ascolto l’un l’altro, piuttosto che di due “io”, ognuno chiuso in se stesso e non aperto al divenire.
      In questo senso il “tu” sarebbe la porta, che un “io” chiuso in se stesso non potrebbe avere.

      Se a te spaventa il “Tu”, pensa che invece a me spaventa di più il “noi”. Perché anche in una relazione d’amore, per quanto si possa giungere al “noi”, anche questo “noi” non dovrebbe, a mio avviso, annullare le diversità, e l’unicità di ognuno.
      Per questo preferisco parlare di “andare verso l’altro”, ma per tornare a sé.
      Ovviamente questa è la mia interpretazione – oggi 🙂

      Ciao.

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  9. e tra l’altro ho scritto un post pieno di refusi. Tanto per cambiare. E meno male che essendo femmina uso entrambi gli emisferi!

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