nel reame dell’interpretazione

Non smetto di sorprendermi di come a volte basti una parola per farne seguire una valanga al seguito, dal significato al concetto alle connessioni, con miriadi di parole che si espandono a raggiera. Il trucco sarebbe di riuscire ad afferrarle, perché sono veloci e fuggono via, ma io non sempre ho tempo di farlo, occupata come sono nelle pulizie di primavera; non fosse per questo, in ogni caso la maggior parte delle volte sono pigra o non sono abbastanza brava a fermarle nel momento in cui, così che le lascio scivolar via.

Resta però curioso osservare come una parola passando da me a un altro possa cambiare di significato, colorarsi diversamente, o toccare corde che non avevamo previsto, o come succeda che tra caterve di parole la nostra capacità riflessiva tenda ad annaspare, ne restiamo soggiogati e suggestionati; quando invece una o poche parole assumono la funzione di leva, o appiglio.
Che ad essere precisi, per svariati motivi sono tre le parole che da qualche giorno mi saltano in mano come le palle di un giocoliere: presunzione, fiducia e interpretazione.
La prima, presunzione, è venuta a galla in modo occasionale, ma da quando è venuta fuori, è emerso nel contempo che qualsiasi cosa diciamo deve avere per presupposto un qualche grado di presunzione, visto che non possiamo, quasi mai, avere la certezza che ciò che diciamo sia vero, a meno che non sia già stato provato che sia del tutto falso.
La seconda, fiducia, è un concetto sul quale di solito ci si aspetta di ricevere incoraggiamenti sul genere di “abbiate fiducia in voi stessi”, o “è necessario avere fiducia in se stessi”. Non sarà però questo il caso, perchè sosterrò esattamente il contrario, posto logicamente che i due estremi non si escludono a vicenda.
La terza, interpretazione, deriva dalla famosa frase attribuita a Nietzsche, secondo cui “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” – anche se ad essere pignoli, sarebbe praticamente impossibile avanzare un’interpretazione se prima ancora non ci fosse un fatto, un qualcosa, anche minuscolo o microscopico o illusorio o mendace, da poter interpretare. Qualcosa c’è, si suppone, si presume, anche se non è certo “cosa”, dopo di che la (o lo) interpretiamo.
Benissimo, perché allora anche la frase “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”, è un fatto da interpretare; poiché anche ammettendo il presunto primato dell’interpretazione sui fatti, si potrebbe sempre incorrere nel rischio di far passare per buona qualsiasi interpretazione, anche nel caso sia pessima, cattiva o nociva, anche se frutto di fervida immaginazione.

 

 

E così,  eccoci   gettati all’improvviso nel Reame dell’Interpretazione, o Regno dell’Ermeneutica, se vogliamo.
Si ha  come l’impressione che questo regno si sviluppi da est ad ovest e da sud a nord, e viceversa, ma anche di sotto e di sopra come di dentro e di fuori, e che non se ne conoscano i confini – esattamente come non possono esistere, presumo, confini al Tutto o all’Infinito. Tutto sembra essere soggetto ad interpretazione. Ed ogni interpretazione è soggetta ad ulteriore e successiva interpretazione, e via e via, ad libitum.
Diciamo che di massima ci sono interpretazioni che ricevono il consenso della maggior parte, in un determinato tempo e luogo, e che tendono a dominare sulle percezioni singolari, come uno strato di vario spessore che vela, veste o incrosta cose eventi e sentimenti; e alcune sono talmente spesse e vischiose da essersi infiltrate fino al midollo. A tal punto che quando diciamo “io penso”, allora sì, è molto probabile che ci troviamo all’origine della presunzione.
Qualcuno pensa ancora che il pensiero sia un fatto privato? Scordiamocelo! Anzi no, teniamolo ben presente. Perché in tutta sincerità temo, senza paura, che sarebbe più corretto dire “io annaspo”, oppure “io balbetto”.
Per questo, e per quanto non intenda negare esista un soggetto, due soggetti, diecimila soggetti, sette miliardi di soggetti, sarei più propensa a interpretare l’io come un veicolo, un mezzo di trasporto, concreto e virtuale, senza il quale non si potrebbe andare da nessuna parte. Né si potrebbe comunicare o scambiare alcunché.

Che poi i mezzi di trasporto non siano tutti uguali, si sa. Ci sono i treni e gli autobus, le biciclette e i tandem, le automobili e gli aeroplani, tir e motocarri, moto e sidecar, pattini e monopattini, tricicli e skateboard. La maggior parte dei mezzi di trasporto sembra viaggiare su gomma, da un po’ di tempo in qua, ma certo non si può negare, senza incorrere in una svista piuttosto che in un’interpretazione fallace, dell’esistenza di imbarcazioni a motore e a vela, navi da crociera e petroliere, brigantini eccetera. Non dimentichiamo però che, seppur ormai desueti come mezzi di trasporto, appena un secolo fa il cavallo era il mezzo che andava ancora per la maggiore. Bei tempi – non è vero? Ma anche gli asini e i cammelli – perché no? – se non li nominassi è quasi certo che se la prenderebbero a male.
Senza dimenticare la pedestre possibilità di poter usare le proprie gambe e camminare. Correre o saltare. Sarebbe un io scarno, ridotto all’osso, questo sì, ma pur  sempre con un suo fascino, ammettiamolo, soprattutto se s’inerpica sulle montagne, passeggia al chiar di luna o è l’amante di Lady Chatterley, piuttosto di un io costretto a trascinarsi sul tratto che separa la cella dalla sedia elettrica, ahimé.  L’antinomia è volutamente scontata in modo che sia chiaro che in casi estremi non avremmo difficoltà interpretative nel scegliere l’una o l’altra cosa, se lo potessimo fare.

Ad ogni modo, sembra che le possibilità dell’essere Io sia pressoché varia e molteplice, quasi altrettanto varia e molteplice delle possibilità di interpretazione. Interpretazioni che sono in un certo senso come gli abiti di cui vestiamo sia le cose che noi stessi, che non potremmo andare in giro nudi, e se anche lo facessimo disporremmo pur sempre di un tegumento. Notare a tal proposito la palandrana che riveste il cavallo nel dipinto di Agnés Boulloche: ecco, secondo me rende bene l’idea di come potremmo rivestire un cavallo che scorrazza allegramente nel regno dell’interpretazione. Ma il cavallo resterà un cavallo anche se vestito, e anche se non potrà dirci se lo gradisce. Il vestito.

Ma torniamo un attimo, molto pedissequamente, all’iniziale enunciato che esistano soltanto interpretazioni, o che comunque sarebbero preminenti.
Difficile supporre che esista ancora qualcuno che presuma che il mondo là fuori, vale a dire le cose e gli accadimenti, si riflettano a specchio nella mente in modo tale da poter conoscere cose ed eventi per quello che sono per davvero; ma se esistesse ancora un simile veterano, presumo possa essere affetto da una tale eccesso di vetero-realismo da rasentare, se non coincidere, con il suo contrario; o  affetto da un eccesso di fiducia verso se stesso da sfumare in ingenuità disarmante, quando non pericolosa, perché equivarrebbe a credere che tutto ciò che appare sullo specchio della propria mente – vale a dire tutti i propri pensieri, compresi i pensieri sulle proprie emozioni e percezioni – sono proprio La Verità. Sarei per lo meno sconcertata di fronte ad una simile posizione, anche se comprendo benissimo che conservare una fiducia assoluta nei confronti di se stessi, e in ciò che si pensa o si crede, metta al riparo da un mondo che non ci può più offrire alcuna certezza – se mai è potuto accadere. Presumo però anche che un simile riparo sarebbe peggiore del male dal quale avremmo voluto proteggerci.

Il mondo là fuori talvolta è duro come pietra, si dice. E può essere. Ma se per far fronte alla pietra si diventasse di pietra, vincerebbe la pietra. Vivremmo così in un mondo pietrificato sia dentro che fuori senza soluzione di continuità; con la consolazione però, veramente strabiliante, di poter dire a ragione e a tutti gli effetti, di conoscere la pietra. Magra consolazione, però.

Rileggendo, vedo che ho tracciato un filo teso fra l’interpretazione e la fiducia che potremmo avere o non avere in noi stessi. A primo acchito sembrerebbe sussistere una proporzionalità diretta fra la fiducia in noi stessi con la fiducia che accordiamo alla credibilità delle nostre (si fa per dire) interpretazioni. Che nel caso di un’esagerata fiducia, allora sì che il “presumere” diverrebbe importante, ossia consisterebbe in una pre-sunzione che si affida più alla fiducia nelle proprie labili e fallaci percezioni soggettive, che all’oggettività dei dati che, per quanto ambigui, sussistono là fuori. O che non riesce a mediare, né restare in attesa dell’evoluzione degli eventi prima di tirare le somme. O che immagina di poter moltiplicare pani e pesci a suo piacimento.

Notare che “pre-sumere” starebbe ad indicare un’assunzione preventiva di un giudizio, prima ancora di sapere o aver preso visione di tutti gli indizi segni, indicazioni, apparenze, cenni e circostanze che ci potrebbero consentire un valutazione somigliante al vero, o che ci si discosta di poco, o non troppo – tenendo presente, come già detto, che un minimo grado di presunzione è indispensabile per farci progredire nel balbettamento quotidiano, di pari passo con un minimo grado di coraggio, da non confondere però con la temerarietà.

Dalla geometria abbiamo appreso lo splendido concetto di congruenza. Congruenza non significa che due oggetti che prendiamo in considerazione siano uguali, o identici, o “lo stesso”, ma che hanno la stessa forma, che sono in qualche modo sovrapponibili, restando pur sempre due cose differenti.
Ora, non dico che fra un’interpretazione e un fatto si dovrebbe pretendere una totale corrispondenza di amorosi effetti, ma che per lo meno non si confonda un cerchio con un quadrato, affermando che sono identici in tal guisa, soltanto perché il cerchio nel mio modo di “sentire” mi piace e desidero interpretarlo come un quadrato, se me lo permettete, questo un pochino lo pretendo.

D’altro canto non è vietato interpretare qualsiasi cosa come pare e piace, giusto perché la “sento” in tal modo, ma soltanto finché si resta nel campo della magia, con streghe pesci volanti ed ircocervi, dove ogni cosa è lecita ad ogni immaginifica bizzarria. Anzi, a volte la realtà così come appare è talmente arida e deludente, che può essere un diversivo farsi un giro sull’ottovolante. Poi però si scende.

E a terra cosa troviamo, su questa dura zolla, camminando nel mondo? Diciamo che sarebbe per lo meno il caso di applicare il beneficio del dubbio su qualsiasi questione, se non vogliamo incorrere nel rischio di scambiare una porta vera con un trompe l’oeil di una porta dipinta su un muro – per quanto possa essere molto ben fatto o simile all’originale – e finire per andarci a sbattere il naso contro.
Dopodichè le possibilità restanti  sono ancora almeno due: o s’impara a fare più attenzione, oppure ci verrà un gran nasone. 

 

 

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8 risposte a nel reame dell’interpretazione

  1. aeroporto2 ha detto:

    Ciao, mi piacerebbe chiacchierare in proposito ma ci vorrebbe appunto la possibilità di farlo.

    Darei in questo caso all’oralità una cardinalità che presupporebbe il centro (in Cina il centro pare sia il quinto o il primo cardine e qui da noi?).

    (quindi)
    Nell’oralità “tutto” gira attorno, già questa potrebbe essere una interpretazione del -tutto- una figurazione, ecc, Per associazione: forza di gravità, contrappesi, problematicità e via pensando. Bene, il parlare, il linguaggio, è dare ordini, antropologicamente è così. Il linguaggio (il parlare) è un ordine da eseguire e l’interpretazione è la ridondanza. Quindi eccoti in sintesi minimale la mia definizione: l’interpretazione è la ridondanza dell’ordinato (ecco che ritorna il “tutto”). [curioso far notare che il linguaggio presuppone anch’esso un ordine, una grammatica, una sintassi, ecc, questo per essere certi che l’ordine sia eseguito con ritualità codificata, certa]

    L'”interprete” secondo le categorie Junghiane dovrebbe essere in numero di 14, ossia quattordici tipologie d’interpreti e ridondanze possibil quindi?

    Per ritornare all’immagine dei due giovani egizzi(mi sembra cosa saggia), sappiamo che avevano per esempio 37 nomi diversi per indicare quello che noi semplicemente chiamiamo cielo. Noi in confronto siamo a corto di parole, questo e poco ma sicuro…
    Grazie ho letto come sempre con piacere… due per due non fa quattro….ha ragione l’ingegner Dostoevskij e come compagna di banco prenditela con lui.

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  2. rozmilla ha detto:

    Molto interessante il tuo commento, Aer – e molto bella la troncatura finale …
    Non avevo mai considerato il linguaggio come un dare ordini – forse perché il genere femminile è sempre stato antropologicamente l’altra parte dell’umanità, quella che gli ordini li prendeva, o subiva? – però un modo per cercare mettere ordine, magari sì; ma anche rimodellare, come dice Sini.
    Poi, siccome tutte le cose sono soggette alla legge dell’entropia, pare, non passa molto e vanno di nuovo in con-fusione.
    Ma mi trovi concorde che l’interpretazione sia una ridondanza, perché la cosa in sé è inconoscibile.
    Che ce ne fossero 14, di ridondanze, non lo sapevo. Forse avrei scommesso per un numero maggiore, e se fossero davvero 14, allora avrei perso. D’altro canto, siccome mi piacciono i giochi a somma diversa da zero, non me la sarei presa. Come non me la prenderei né con FD. né, preferibilmente, con nessuno.
    Il tuo cenno ai 37 modi di dire cielo, mi fa pensare che forse, anche se non sembra, stiamo cercando di semplificarci la vita, magari portando le cose al parossismo, agli eccessi, con le poche parole di cui disponiamo. Ma anche, che più interpretazioni riusciamo ad intravedere di una stessa cosa, meno ci attacchiamo ad una in particolare.
    Sai, ieri pensavo che questo fosse il peggior post che avessi scritto. Ma oggi sto pensando, ad esempio – quale miglior modo per parlar della ridondanza di una forma ridondante?
    Forse avrei dovuto ridondarla ancor di più? magari la rielaboro …
    (notare che il qui presente testo è pubblicato nella categoria humor)
    Ciao
    ps: ora non posso, ma dopo passo a leggere la 14° parte

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  3. aeroporto2 ha detto:

    Sarebbero sedici non quattordici. Magari è meglio che specifico attorno ai tipi. Le due famose grandi categore estroversi, introversi che a loro volta si dividono secondo funzione predominante, secondo predisposizione le quattro funzioni: pensiero,sentimento (razionale) intuizione senso (irrazionale) queste due grandi categorie dei tipi generano quindi i sedici nelle combinazioni. Io ad esempio sono introverso (caratterestica dominante ma non considerabile eslusiva) poi come funzione dominante introversa ho la funzione dell’intuizione; come seconda il pensiero che per compensazione diviene funzione estroversa, poi sentimento e senso quest’ultima come funzione inconscia Questo tanto per chiacchierare, una buona serata.
    Penso che non sia una questione maschile femminile, il linguaggio opera distante da queste tipologie.
    per ricapitolare Jung divide gli uomini secondo le quattro grandi categorie, se la principale la più importante è introversa ne determinerà la dominante caratteriale, ma naturalmente non nel senso comune del termine, ecco i sedici modi diversi di “guardare” (interpretare) le cose. La ridondanza è questione filosofica, ma credo renda l’idea… presuntuosamente asserisco questo come pretesto ad una chiecchierata, il mezzo crea molti fraintendimenti e può senza volerlo alterate i toni. una buona serata, mi è piaciuto il post.

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    • aeroporto2 ha detto:

      non ho ben capito cosa volessi dire, rileggendo sopra, sindrome dell’ubriaco mi pare. una buona serata e scusa l’invasione sconclusionata.

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    • rozmilla ha detto:

      avevo letto Jung una ventina d’anni fa, e non ricordo più nulla. Però ora mi sembra che psichiatri e psicanalisti (in generale) siano affetti da una mania catalogatrice che mi piace poco. Se adottassimo il loro punto di vista (in toto) dovremmo interpretare la realtà con il loro schema, modello, filtro, e trovo sia piuttosto limitante tutto questo, come qualsiasi teoria definitiva.
      Ad esempio non ti saprei dire se sono introversa o estroversa, anche perchè molto dipende dalle condizioni ambientali; però è da parecchio che ho perso l’abitudine di chiacchierare. Forse non ce l’ho mai avuta.
      Forse è per questo che le persone che chiacchierano poco scrivono?

      non hai spiegato cosa non capisci… e poi, sai, mica si può capire tutto …
      ma se ti riferisci (azzardo) a quando dico che “possiamo intravedere tante interpretazioni di una stessa cosa”, significa grossomodo che potremmo provare a metterci nei panni degli altri, invece di credere fermamente che il nostro punto di vista sia l’unico possibile.
      E vista l’ora, ti auguro una buona giornata.

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  4. aeroporto2 ha detto:

    credo ci sian argomenti che debbano esser trattati con il diagolo, con le “chiacchiere”.
    la psicologia è una nuova disciplina. Jung è sicuramente stato contro ogni forma di catalogazione. Il mio esempio di catagolazione era riferibile più come paradosso. ci sono infinite “interpretazioni” naturalmente, sono stato sicuramente maldestro nel dilungarmi con semplicità in un argomento così complesso. Naturalmente dicevamo la stessa cosa io ho aggiunto solo un dato, quello che la parola è un ordine. Ho poi aggiunto il termine ridondanza, credo non a torto. Si scrive per la scrittura, la scrittura ha in se il suo divenire è fine a se stessa, è autorevole. A volte, se ne farebbe molto volentieri a meno, autorevolmente.

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