una carezza

 

“La carezza è gesto-parola che oltrepassa l’orizzonte o la distanza dell’intimità con sè. E’ vero per chi è accarezzato, toccato, per chi è avvicinato nella sfera della sua incarnazione, ma è anche vero per chi accarezza, per chi tocca e accetta di allontanarsi da sé per questo gesto. Allora il gesto di chi accarezza non è cattura, possesso, sottomissione della libertà dell’altro affascinato da me nel suo corpo, ma diviene dono di coscienza, regalo di intenzione, di parola indirizzata alla presenza concreta dell’altro, alle sue particolarità, naturali o storiche.
Accarezzare è stare attenti alle qualità velate nella vita comunitaria, qualità che leggi e vita civile dovrebbero garantire come proprie, sottratte alle violenze di un quotidiano che non si cura di intersoggettività. La carezza è risveglio a te, a me, a noi.”

Luce Irigaray, “Essere due”

 

 

 

Forse qualcuno troverà insolito l’accostamento del brano, che parla in modo così delicato della carezza fra due esseri umani, con le immagini di pietra. Una carezza di pietra sembrerebbe un ossimoro anche a me.
Ma pensavo anche che i nostri sensi sono sempre così iper-stimolati, assuefatti ad essere bombardati da stimoli visivi e sonori, e la nostra mente è sempre così piena di parole – telefoni che squillano, suoni immagini e colori proiettati da schermi, onde magnetiche e sferragliare di macchine in movimento, e persone, che si muovono e parlano tra e con le macchine, o come macchine.
Oh poveri i nostri sensi, che in mezzo al frastuono quotidiano restano storditi, letteralmente costipati. Al punto che ci sembra tutto scipito, incolore, non sufficientemente stimolante, se non aumentiamo le dosi.
Così che a volte, più siamo costipati, più cerchiamo altri stimoli, più forti, per cercare di sentire ancora qualcosa.

Tra due parole c’è sempre uno spazio vuoto, un intervallo, per quanto impercettibile o minuscolo possa essere. Altrimenti le due parole sarebbero unite. Tra due note musicali vi è sempre una pausa, un attimo di silenzio. Due parole e due note non possono essere due se non vi è una pausa tra di loro. Il silenzio c’è sempre, ma bisogna essere attenti per lasciarlo essere, e poi per percepirlo, senza riempirlo ancora di rumore.
Esattamente come c’è spazio fra due persone – o fra me, che sento, e una qualsiasi cosa che accarezzo con le mie mani. Fosse anche una pietra.

 

 

Un piccolo esercizio domenicale, potrebbe essere quello di spegnere i telefonini, e andare a passeggio nella natura, sulla riva di un fiume per esempio. E lì cercare una pietra, sceglierne una, una sola fra le tante, e imparare a percepire sia il tocco delle proprie mani che la pietra.
La pietra sembrerebbe essere la cosa più inanimata, il quasi grado zero in fatto di stimoli percettivi. E infatti l’idea sarebbe non tanto di concentrarsi sulle proprie sensazioni, che forse saranno appunto quasi al grado zero, ma sulla percezione del tocco, fra la pietra e la mano che la sfiora. Sull’intensità della carezza, sullo spazio vuoto che c’è fra la mano e la pietra. E sul silenzio.

Certo neppure le pietre sono tutte uguali, e non so se sarete così fortunati da trovare una pietra che vi piaccia davvero, una pietra davvero speciale – tale da poter essere considerata un_suiseki  ,  anche se non necessariamente  straordinaria o “da collezione”. Ma se vi capiterà di incontrarne una che v’ispira, allora portatevela a casa e tenetela con voi per qualche tempo. Lucidatela, accarezzatela, abbiatene cura, e trovatele il posto più adatto nella vostra casa. Vi ricorderà il silenzio.

 

 

Non è il tempo, ad essere, la condizione più preziosa, ma il silenzio.

 

 

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7 risposte a una carezza

  1. carla ha detto:

    che bella carezza con questi accostamenti, Milena…anche a me viene spontaneo accostare sempre due modi opposti di sentire …è anche un fatto di compensazione credo…il bisogno di equilibrio…
    ti auguro una serata dolce ai profumi di primavera 🙂
    ciao

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    • rozmilla ha detto:

      grazie Carla.
      eh sì, la primavera è proprio arrivata, direi quasi “esplosa” …
      auguro anche a te tanti bellissimi giorni, profumati e colorati…
      ciao

      ps: ho visto le tue splendide foto del lago, ieri. solo che non sono riuscita a inviare un commento. te lo dico qui …

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  2. aeroporto2 ha detto:

    L’università di Vincennes è stato un grande play. nella settima circoscrizione (se ricordo bene) un idea “francese” prende corpo. Deleuze, lacan, foucault, Irygaray.. da noi invece eravamo troppo presi dalla realtà mediterranea: la geo-politica. non si poteva e doveva aprire ad alternative. il mediterraneo non era pedina era la scacchiera e noi.. d’entro… Abbiamo avuto solo alcune fortune, come E. Bernhard, (il suo unico libro Mitobiografia, che non mi stancherò mai abbastanza di consigliare) e sporadiche altre libertà. Poi, per questioni di geopolitica l’eterno dibattito eurocentrico (di manganelliana definizione) il più accademico dei silenzi, ma è altra storia. Poco hanno potuto gli eretici, i Bernhard.. poche carezze e molti “schiaffi”.
    Oggi aer, è in strane vesti geopolitiche e si da un tono da “intellettuale”… ma fortunatamente ha seguito il tuo consiglio, ha passeggiato.
    grazie ho letto con molto piacere.

    ho pietre in abbondanza, persino una da attaccarmela al collo…

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    • rozmilla ha detto:

      dove sei stato domenica a passeggio Aer – sul Tevere, forse? o lì vicino?

      (io invece al Ticino) ciao

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      • aeroporto2 ha detto:

        Bagnoasciuga, (a piedi nudi) nell’immobilità aleatoria del mediterraneo, è stato un tiro di dadi fortunato, il mare era come olio. Ironia, abito a pochi passi da questo ed erano sette mesi che non lo vedevo. ciao.

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  3. Francesco ha detto:

    Si, la dimensione dell’intimità. Purtroppo, come dici tu, siamo troppo bombardati dagli stimoli che ci giungono da ogni dove, e non riusciamo più a percepire veramente con tutto l’essere attraverso i sensi. Questi ultimi infatti si sono come dovuti rattrappire, davanti all’avanzare dell’informazione, la quale ha sferrato, penso si possa dire senza tema di essere smentiti, un attacco massiccio alla nostra natura più profonda, alla nostra sensibilità. Natura e sensibilità che urge ritrovare per saggiare (conoscere), appunto, non solo le qualità di una pietra, ma, nella misura in cui è possibile, anche quelle di tutto ciò con cui entriamo in relazione, nostri simili compresi.
    Mi viene in mente ciò che disse una volta Borges durante una intervista: “Oggi c’è troppa informazione, era meglio nel medioevo”.

    Ciao,
    Francesco

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