e se io fossi chaplin?

Non so se conoscete il gibberish, o grammelot in italiano, una pratica che consiste nel buttar fuori tante tante parole in modo del tutto sconclusionato e senza senso, così che alla fine, se prima capivi poco poi capisci ancora meno, ma d’un tratto ti rendi conto che le parole non sono poi così importanti. Almeno non tutte quelle che pensiamo, diciamo e scriviamo.
E allora sì, lo ammetto, il precedente post è stato un bel grammelot, non vi pare? Ma lo sarà anche questo, non fatevi illusioni. Lo faccio di proposito, come se avessi in mente qualcosa, e così io scavo, scavo, buttando all’aria un gran polverone, fra terra, sassi e parole. Tante parole. Ma c’è qualcosa da trovare?

Se volessi, potrei mettere le cose in chiaro fin dall’inizio, semplici e lineari. Ma sarebbe troppo facile, mentre  a volte il semplice arriva dopo aver fatto molta confusione.   Però,  per semplificare posso sempre fare uno schemino riassuntivo in tre punti.
Che il Dio di Spinoza giochi a scacchi, per quanto sia solo una metafora, potrebbe significare che:
1) che il mondo e l’esistenza tutta segue le regole di un gioco a somma zero;
2) infatti, di solito, a vincere è sempre il più forte, a scapito del più debole – che è un modus vivendi che abbiamo interiorizzato, e di cui spesso non ci rendiamo nemmeno conto;
3) anche se, nel mondo degli umani può capitare che talvolta accadano eccezioni,  e al di là di tutte le abitudini e aspettative si mettano in scena giochi a somma diversa da zero. È più raro ma succede.

*

Non so se ricordate che il post precedente iniziava parlando di mio padre, che nacque nel 1929; era solo un accenno, e in seguito non ne parlo più. Ma è da lì che riparto oggi.
Fra le storie che lui e mia madre narravano quand’ero bambina, ce n’era una piuttosto comica che fa parte della nostra storia di famiglia. Le storie sono come le pietre, sapete, e non sempre, ma a volte sono preziose. Era Goethe che diceva “puoi costruire qualcosa anche con le pietre che trovi sul tuo cammino” – vi ricordate? Ed è sicuro che anche quest’anno in un modo o l’altro le pietre non mancheranno.

Questa storia racconta che anni e anni fa, partiti dal loro paesino all’alba, quando furono alla stazione Centrale di Milano mio padre e mia madre trovarono un biglietto da cinquemila lire. Le cinquemila lire di quel tempo non valevano come le cinquemila lire del 2001, l’anno in cui andarono fuori corso. Per mettere insieme le cinquemila lire alla fine degli anni ‘50 un operaio medio avrebbe dovuto lavorare, non so bene, forse per una quindicina o per un mese. Ed erano dei bigliettoni enormi, che bisognava piegare in quattro per farceli stare nel portafogli, non so se qualcuno ancora se li ricorda.

Allora, quando mio padre ebbe  in mano quelle cinquemila lire,  non ci pensò due volte e andò a cercare l’ufficio degli oggetti smarriti. Mia madre racconta che quando l’impiegato degli oggetti smarriti prese in consegna quelle cinquemila lire, li guardò con occhi molto smarriti – in modo che potremmo riassumere con la frase, non udita da nessuno, “ma guarda questi due fessi”. Immagino la scena, come se nell’aria fosse rimasto sospeso un imbarazzo, che però fu dissolto presto da due parole: grazie mille – o cinquemila grazie, ad essere precisi. Infatti non fu nemmeno rilasciata la ricevuta.

Mentre la racconta, mia madre, che è una donna pratica, conclude sempre con un sorriso, dicendo che era chiaro che quelle cinquemila lire, appena voltato l’angolo se l’era già messe in tasca l’impiegato degli oggetti smarriti, anche perchè non c’era nessun indizio che poteva collegare l’oggetto smarrito al suo legittimo possessore. Ma è anche inverosimile che qualcuno perda cinquemila lire e poi vada all’ufficio oggetti smarriti a chiedere – Non è che per caso avete trovato cinquemila lire? Perché se sì, allora sono le mie. – Sonore risate smarrite. Splash!


Ma diamo una chance anche all’impiegato dell’ufficio oggetti smarriti, che potrebbe aver messo le cinquemila lire tra gli oggetti smarriti e atteso il tempo necessario prima dichiarare che non appartenevano a nessuno, dopodichè forse sarebbero state date in beneficenza. Non so esattamente che fine facciano gli oggetti smarriti quando non vengono reclamati da nessuno. Boh.

Ovviamente questa non è che una storiella comica, che starebbe bene in un film di Chaplin. Ed è facile che sentendola raccontare la prima cosa che vien da pensare è, Ma guarda che stupidi. Vi confesso però che m’è rimasta una qualche nostalgia per quel genere di stupidità che si cura poco del proprio interesse, e che riesce a trasformare le piccole sventure quotidiane in poesia. Anche se è chiaro che non sempre si può fare, perché la vita non è un film comico in bianco e nero.

Comunque, la cosa che mi è rimasta impressa è l’onestà di quel gesto ingenuo e forse persino fesso. Ma anche perfetto, io trovo, perché se ci pensiamo bene, quelle cinquemila lire non avrebbero risolto certo i problemi economici di nessuno, mentre se se le fosse messe in tasca, non so, forse mio padre avrebbe avuto la sensazione di perdere  la sua onestà. Questo non è chiaro, perchè quando glielo chiedo lui ride.

Cosa vale di più? cinquemila lire o l’onestà? Barattare l’onestà per cinquemila lire, non sarebbe stato un buon affare. Anche il più accanito mercante avrebbe capito che c’era da perdere molto per guadagnare poco. Ma se al posto delle cinquemila lire,  fossero stati cinquemila milioni, allora sì? A me sembra che tutto dipenda dal valore che noi diamo alle cose, e se siamo portati a dare più valore alla quantità che alla qualità in senso più ampio  delle cose che abbiamo tra le mani.

Tornando alla teoria dei giochi, si potrebbe azzardare a dire – correggetemi se sbaglio – che se avesse tenuto le cinquemila lire mio padre avrebbe perso l’onestà, il cui valore sarebbe stato di solo cinquemila lire, per cui avrebbe fatto con se stesso un gioco a somma zero. Invece, non tenendosi per sé le cinquemila lire, alla fine ha guadagnato di più, vincendo in senso lato la partita.
Se l’impiegato dell’ufficio smarriti avesse fatto la stessa cosa, il ragionamento sarebbe filato identico, e alla fine avrebbe beneficiato l’ultimo fruitore del biglietto da cinquemila lire. Che poi nessuno è mai ultimo, perché il danaro passa di mano in mano.
Qualcuno di voi dirà, Ma all’inizio c’era qualcuno che le aveva già perse le cinquemila lire.
Sì, è vero, ma ha messo in moto una catena che avrebbe prodotto esiti differenti a seconda di come tutte le persone coinvolte avessero deciso di agire. Non vanno così le cose?

Bisogna ammettere che l’onestà è merce molto rara oggigiorno. Ci sono eserciti di topolini in vestito grigio che rosicchiano rosicchiano, e alla fine restano solo i buchi. Alcuni scienziati hanno scoperto che anche l’onestà avrebbe basi genetiche, il che sarebbe un inghippo genialmente infernale, del genere deterministico e per il quale non ci si potrebbe fare niente. Invece io penso che più dei geni sia l’abitudine, il trovarci incastrati nel meccanismo del così fan tutti. Non so, sarà che mi piace essere  originale, ma a me le cose che fan tutti mi piacciono sempre meno. Capisco che potrebbe sembrare un’ode all’onestà, che non funziona, perchè l’onestà ormai non è più di moda.  Ma se si potesse  fare diversamente, qualche volta …  Se io fossi Dio, farei così. Ma anche se non lo sono, posso sempre tentare di non farmi incastrare nei meccanismi.

E se io fossi Chaplin?

Cosa farei?

Ora, può darsi che abbia ereditato anche un bel tocco dell’ingenuità di mio padre, però so bene che il danaro oggigiorno è il problema per eccellenza al punto da essere a tutti gli effetti la religione imperante,  e che come tutte le religioni sta producendo guerre e sangue – e non aggiungo altro, per non mettere il dito in una piaga che si sta allargando a macchia d’olio – anche se purtroppo sarebbe impensabile poterne fare a meno, del danaro, o tornare al baratto. Ma questo è un problema molto complesso che non ho intenzione di analizzare ora, e forse mai.
Infatti non sto parlando del danaro, ma delle scelte che prendiamo rispetto al valore che diamo alle cose. Anche se obbiettivamente il più delle volte siamo costretti a subire le scelte di qualcuno che ha perso il senso del valore delle cose, della vita e delle persone, e che dà valore soltanto al danaro, allegramente e  senza alcun imbarazzo.

Comunque quella sera mio padre e mia madre tornarono verso casa, al loro paesino, e tanta sarebbe stata la strada che avrebbero ancora dovuto percorrere assieme. Ma al di là di come la possiamo giudicare, per noi quell’episodio della loro storia vale molto più di quelle cinquemila lire. Che se anche avessero maturato interessi a iosa, sarebbero state come rubate.

Oggi concludo con una frase di precariementi  che trovo in sintonia  con questa storia.

“Penso che la verità – quella che possiamo raggiungere – non possa essere rivelata, bensì debba essere scoperta come un cristallo in miniera, scavando con le mani e togliendo la terra, strato dopo strato, per portare alla luce qualcosa che senza di noi non avrebbe avuto alcun valore”.

*

Ecco, dico solo  che uno di quei cristalli di miniera è l’onestà.

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27 risposte a e se io fossi chaplin?

  1. bortocal ha detto:

    effettivamente l’onestà è un comportamento molto originale, geneticamente parlando, ma non solo.

    per la cronaca, attorno al 1950 mio padre guadagnava 5.000 lire al mese, come ufficiale; temo che un operaio avrebbe dovuto lavorare un paio di mesi per raggiungere quel salario.

    comunque le 5.000 lire lenzuolo, verdi, io me le ricordo.

    ciao

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    • rozmilla ha detto:

      Sai cosa mi fanno pensare le cinquemila lire lenzuolo? Che allora erano così belle grandi e molto spesso riuscivano a coprire le magagne. O nascondere la sporcizia come sotto i tappeti.
      Mentre adesso l’euro, così piccolo piccolo, non riesce più a coprire niente, e tutte le magagne (per non dire certe sostanze olezzanti) vengono a galla.
      Ma certo che la cosa più scandalosa della corruzione dilagante e dei privilegi clientelari, è che non ci si scandalizza quasi più. Cose d’altronde già dette e ridette. E siamo sempre qui.
      Ad ogni modo, bentornato Mauro.

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      • bortocal ha detto:

        tornarto, sì: sono stato un poco in ospedale, un poco in Myanmar, e un poco a leccarmi le ferite mentali del ritorno; però qui si leggono sempre cose intelligenti, e che io non avrei mai pensato per conto mio, e vale sempre la pena di tornare.

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  2. roberto ha detto:

    ciao, scusa se non lascio piu’ commenti, ma sai, temo di non essere all’altezza dei tuoi post cmq. interessantissimi!
    bando alla ciance: a riguardo di “grammelot” pensa che io invece ero convinto fosse un’altra cosa.
    mia nonna, classe 1909, dice va : “a l’e’ gramaa” per riferirisi al riso che si era appicciato sul fondo della pentola (che io volevo raschiare). Cosi’ inalzandola a “maetra etimologica” ho sempre pensato che “gramelo”t fosse una “cosa mal riuscita, sbruciacchiata” con unita un po di filo_anglofonia da “camelot”. una roba tipo “aver fatto un arrosto” … vabbe’. ti auguro un bel fine settimana.

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    • rozmilla ha detto:

      Bé, certo, il riso si dev’essere attaccato al fondo, e cerchiamo di raschiare il poco riso bruciacchiato ch’è rimasto? Riso bruciacchiato, insomma …
      E poi non fare il modesto Roby, che so bene che in altezza mi superi di almeno due spanne.
      Comunque, la pentola va raschiata e ripulita, prima di poterla usare per cuocerci dell’altro riso. A trovarlo, però.
      L’arrosto? Roba di lusso, troppo da ricchi. Lasciamo perdere l’arrosto, forse meglio accontentarsi di riso e lenticchie. 😉
      buon we anche a te.

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  3. aeroporto2 ha detto:

    Ci sono molti modi per comprarsi l’onestà, e agli occhi altrui… (naturalmente è una frase tendenziosa che non tiene conto dei principi e della moralità, e non è indicativa su alcuno. oggi liberati dalle convenzioni moralistiche, affiorano le nevrosi, i comportamenti fintamente onesti, il termine sarebbe: giudizio)
    La semplicità non è niente, altracosa è la segreta complessa semplicità.
    Provare con il gioco del Go.
    Ciao e un buon sabato (l’arte di Chaplin, è la connaturale inclinazione patetica degli ebrei, la Bibbia è libro patetico).

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    • bortocal ha detto:

      trovo alquanrto inquietante questo commento, e mi auguro che sia il frutto di un’espressione frettolosa soltanto: che cosa significa “è la connaturale inclinazione patetica degli ebrei, la Bibbia è libro patetico”.

      prima di tutto la Bibbia ebraica non è affatto un libro patetico, anzi: è semmai un libro fanatico, e dunque anche violento, razzista e crudele.

      ma poi gli ebrei avrebbero una connaturale inclinazione patetica? anche quando massacrano i palestinesi?

      e se fosse? ci sarebbe da augurarselo: non avrebbero sufficienti motivazioni storiche per esserlo?

      – chiedo scusa a rozmilla per l’intrusione…

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      • aeroporto2 ha detto:

        Se ti inquieta è perchè parti da un pregiudizio. Intanto la mia famiglia di origine è per metà ebraica, e la mia compagna è ebrea. Il mio commento va inteso per quello che è, semmai ci si puo chiedere cosa significhi, ed è giusto farlo. La Bibbia è un libro patetico, se magari vuoi dare un risvolto negativo al patetico è una decisione soggettiva.
        Io parlerei più di Israele, più che di ebrei, grazie.
        La tua risposta o punto di domanda questa si che è inquietante, frutto di una frettolosa ed incompleta riflessione. Mi sembra che anche Borges abbia definito la Bibbia patetica, con giusta ed arguta riflessione. Se tu accogli con simpatia quanto da me espresso, forse ne comprenderai il senso.

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        • bortocal ha detto:

          come potrei avere un pregiudizio nei tuoi riguardi, che leggo per la prima volta, e con tutta la spontanea simpatia che si prova per un blogger di nuova conoscenza?

          il problema non è nato dalla definizione di “patetico” data della Bibbia ebraica; a me pare più adatto semmai alla Bibbia cristiana, questa sì davvero patetica, e chissà che Borges non si riferisse alla Bibbia nel suo insieme; però effettivamente quando Esdra lesse il libro al popolo riunito per la prima volta, il popolo pianse; quindi può essere che sia io a non cogliere il patetico; però penso anche che se la Bibbia fosse un libro patetico Abramo non avrebbe potuto obbedire all’ordine di Dio di uccidere suo figlio Isacco.

          il problema è nato invece dall’aggettivo connaturale, che – in un argomento così delicato – ha il suo margine di ambiguiità, se vuoi vederlo.

          lo stato di Israele, secondo me, non è separabile dalla tradizione ebraica, anche se ne rappresenta soltanto una lettura, purtroppo quella ripetutamente vincente nella storia di questo popolo; Allen o Chaplin o Ovadia, per restare in tema, rappresentano un’altra lettura possibile, molto meno angosciante, ma non fanno la storia; e neppure Oz è la storia del popolo ebraico, è solo una storia possibile che non riesce a realizzarsi.

          comunque accolgo le tue precisazioni con simpatia, ma non sono pentito affatto di averti indotto a farle.

          ciao.

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          • rozmilla ha detto:

            Ci stavo pensando anch’io. Probabilmente lo stato d’Israele non è separabile dalla tradizione ebraica, così come (ma forse molto di più Israele) di come lo stato italiano non è separabile dalla tradizione cristiana.
            Però non riesco a capire il motivo per cui, ad esempio, qualcuno che non professa la religione ebraica, debba essere chiamato ebreo, ma soprattutto per quale motivo debba presentarsi come ebreo.
            Anch’io, sempre per esempio, sono di origine bergamasca, ma questa è solo una sfumatura che non so quanto possa incidere ancora sul mio essere. Infatti prima di tutto mi presenterei dicendo che sono donna, e poi italiana – perché, purtroppo lo sono – come diceva Gaber. Che eventualmente uno ci si deve sentire, ebreo, o cristiano, o uomo o donna, o italiano o tedesco.
            Far riferimento alla propria genealogia mi sembra una cosa che non si dovrebbe più fare, e che comunque bisognerebbe superare. La partita che si gioca, in questo caso, è fra essere se stessi oppure “figlio di”.

            Prima mi ero tenuta fuori dalla discussione. Ma se vogliamo approfondire, non vedo per quale motivo dovremmo costituire una categoria di ebrei patetici – ovvero con la caratteristica di essere patetici – posto che bisognerebbe prima intendersi sulla parola “patetico”, che secondo il dizionario sarebbe “qualcuno che assume atteggiamenti svenevoli e sentimentali” .

            Sulla bibbia non mi pronuncio, tranne che preferisco considerarlo un reperto storico che un libro di fede – anche se per qualcuno lo è. Che poi ormai, rispetto al danaro, è un oggetto di fede piuttosto modesto. Ecco, forse allora in questo senso “patetico” potrebbe starci.
            Questo non toglie che potremmo essere anche intellettualmente onesti e sentire il desiderio di rivalutare l’onestà – magari discutendo anche un po’.

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            • aeroporto2 ha detto:

              1 Che suscita compassione e commozione o tristezza SIN commovente, toccante…

              in prima navigazione….

              una buona settimana.

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            • bortocal ha detto:

              cara rozmilla,
              qui la discussione si allargherebbe non poco.
              non direi che lo stato italiano non è separabile dalla tradizione cristiana, se non nel senso molro particolare col quale si richiama al cristianesimo il cattolicesimo, e quindi userei piuttosto questo aggettivo, che sintetizza benissimo come lo stato italiano non sia neppure separabile dalla tradizione romana antica: ma siccome il cattolicesimo è appunto la sintesi fra impero romano e cristianesimo, cattolico dice bene tutte e due le cose assieme.

              la seconda seconda acuta osservazione che fai riguarda se personaggi di ascendenza eebraica (Chaplin, ma anche Freud, Einstein, Marx – e perfino, ma non è sicuro, bortocal ;)) debbano essere identificati in quanto tali: bene, nessuno di questi si è mai sentito “ebreo” e tutti risultano non credenti nell’ebraismo; quindi certamente hai ragione tu, è arbitrario definirli ebrei.

              definire ebreo Chaplin perhé ha la connaturale inclinazione al patetico degli ebrei (mentre Allen è pure di origine ebraica e non ce l’ha, come nessuno degli altri personaggi ricordati) suscita effettivamente un dubbio di razzismo inconsapevole.

              e tuttavia, per scagionare da questa accusa il nostro terzo interlocutore, che non si riconosce come tale, occorre pur dire che l’ebraismo è una cultura molto forte (come l’italismo, se mi passi la parola): e come un italiano anche internazionalizzato porta sempre dentro di sè,qualcosa della sua cultura di origine, così sarà anche per un ebreo, ciascuno peraltro in modo personale e originale, per niente standardizzato.

              così possiamo riconoscere in Marx echi del messianismo ebraico, in Freud l’importanza del senso di colpa ebraico, in Einstein l’eredità di una fede nell’assoluta verità del mondo, anche di fronte alle prime dissestanti scoperte della scienza contemporanea (in Bortocal la tendenza a farsi minoranza isolata e guardata male da tutti… ;)).

              ma il bello poi è che nessuno di questi tratti è esclusivamente ebraico, appartiene anche ad altre culture, e quindi potrebbe lasciare il tempo che trova.

              e tuttavia rimane la forza immane dell’identità ebraica, plsmatasi attraverso millenni di isolamento e persecuzioni, nata dalla identificazione con un testo sacro che è il libro più letto del mondo; per cui non siamo solo noi che guardiamo agli ebrei come ad un popolo particolare; sono loro per primi che si pongono nel mondo come tali e che attirano l’attenzione su di sè, unici fra i popoli a proclamarsi unici e a considerarsi eletti da Dio su base etnica.

              eh sì: il paradosso finale è che fra i grandi della storia di ascendenza ebraica occorre mettere anche Hitler, che effettivamente aveva un’ascendenza ebraica tenuta accuratamente nascosta http://www.ilgiornale.it/cultura/studio_shock_hitler__aveva_origini_ebraiche__e_prova_e_suo_dna/26-08-2010/articolo-id=469247-page=0-comments=1, e il suo razzismo antiebraico è da vedere anche purtroppo come il rovesciamento tragico del protagonismo ebraico, dato che i primi ad attendere un messia che li avrebbe portati a dominare il mondo sono stati gli ebrei.

              essendomi già così dilungato su questi temi che c’entrano poco col tuo post, lascio cadere per un poco il discorso dell’onestà, ci sarà tempo di riprenderlo.

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              • rozmilla ha detto:

                Grazie per il commento Mauro!
                Condivido la precisazione sulla religione “cattolica” (e non “cristiana”), e ammetto di aver sbagliato aggettivo. Che poi non sarebbe la religione di per sé, il problema per lo stato italiano, quanto piuttosto il fun club fondamentalista che non riesce a distinguere fra norme religiose (che nessuno evita loro di osservare ma che vorrebbero imporre anche a chi non è cattolico o professa altre religioni o nessuna) e le leggi di uno stato che anche grazie a loro stenta assai a diventare democratico.

                Sulla connaturale inclinazione al patetico degli ebrei, effettivamente non saprei dire … anche perché non ne conosco molti (in senso biblico). Si potrebbe sempre fare un’analisi comparata, ma sprecheremmo un mucchio di tempo per sapere ciò che in proposito è già del tutto certo: ossia che non se ne può sapere nulla con certezza assoluta, esattamente come sulla natura umana.
                Però, però, sull’inclinazione degli italioti a mostrarsi permalosi, qualche notizia più di prima mano mi sovviene. Ma lo dico soltanto perché conosco più italioti (sempre in senso biblico, s’intende) che il resto della molteplice umanità multicolore – e solo per questo, suppongo.

                Scherzi a parte, trovo puntuali le tue osservazioni sul popolo ebraico, e non è un caso se il sionismo sia stato visto come una forma di razzismo.
                Questo mi fa sta facendo riflettere su tutto il più ampio discorso dell’appartenenza, della identità fondata su forti basi di appartenenza, che come tutte le cose “forti” diventano presto il punto debole e fonte di conflitti a non finire. Per questo sto considerando un post su questo argomento – se riuscirò a metterlo insieme, perché è argomento delicato e difficile.
                Sull’onestà, no te preocupes. Non dire, ma praticare …
                Hola!

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                • bortocal ha detto:

                  🙂

                  sì l’onestà preferisco praticarla che parlarne, anche se poi in questo sono un po’ cattolico e non nascondo cadute occasionali e divagazioni varie… (:))

                  aspetto di leggere con curiosità il tuo post sull’appartenenza: sarà certamente illuminante; io invece penso – se non hai niente in contrario, ma metterò anche il link al tuo blog – di pubblicare sul mio proprio questo stralcio di discussione nei commenti, perché la trovo alquanto uilluminante, non per quello che ho detto io o tu in particolare, ma proprio per la dialettica delle posizioni.

                  che ne dici?

                  aggiungo solo una nota su quel che dici del cattolicesimo: katholikòs in greco antico ha a che fare con concetti come totale (totalitario?), universale (cioè senza alternative), integrale (cioè integralistico); per il cattolico originario l’esistenza stessa di pensieri alternativi era un crimine, come mostra la millenaria lotta sanguinaria contro le eresie; nell’epoca moderna hanno dovuto adattarsi alla democrazia pluralista.

                  ma continuano a chiamarla relativismo: loro sono per i valori assoluti, cioè per l’assolutismo, per le certezze indiscutibili o dogmi, cioè per il dogmatismo.

                  anche i cattolici hanno gli stigmi delle proprie origini culturali, esattamente come gli ebrei e qualunque altro: anche se nessun individuo si esaurisce mai negli stereotipi del gruppo a cui appartiene.

                  non c’è da dubitare che, dopo il fallimento storico del tentativo di Givanni XXIII di rinnovare il cattolicesimo, anche nel dialogo con altre forme di cristianesimo, e di concliarlo con i valori della modernità e della democrazia, la chiesa cattolicesimo attraversa una crisi di identità che la riduce progressivamente a minoranza e gruppo marginale, cioè la pone in una situazione isostenibile per lei, che si è strutturata dal quarto secolo in poi come apparato di sostegno al potere.

                  le dittature del primo Novecento le avevano ridato fiato e assieme la speranza di ridiventare il secondo pilatro del dittico trono e altare, ma il nazismo e il comunismo le hanno tagliato anche queste possibilità e la democrazia la accetta, ma salvo casi marginali comne quello italiano, non le riconosce alcun ruolo dirigente.

                  come finirà la chiesa cattolica?

                  ciao, come sempre mi dilungo su temi sempre meno pertinenti…

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  4. rozmilla ha detto:

    Non ho capito bene il tuo commento, Aer.
    Sui comportamenti fintamente onesti però capisco cosa intendi. Che quando qualcuno si comporta in modo “onesto” in realtà è perché ambisce a un compenso maggiore di quello che gli avrebbe procurato un comportamento disonesto. Per cui alla fine anche un comportamento onesto, a guardar bene, sarebbe un comportamento interessato. Ma mi sembra che molto dipende dalla scala di valori con la quale facciamo i conti; e anche se ognuno di noi si trova sempre in bilico tra egoismo e altruismo, è stato ampiamente dimostrato che i comportamenti egoistici alla fin fine si ritorcono anche su colui che si è comportato in modo egoista, e su tutti, in definitiva. (Spinoza docet)
    Perciò, in un mondo in cui è andato tutto a catafascio a causa dell’interesse privato, non ho molti dubbi sulla scala dei valori socialmente utili, rispetto a quelli nocivi.

    Cos’è il gioco del Go? Non lo conosco.

    Sì, forse è vero, chaplin è patetico. Però quell’immagine di chaplin negli ingranaggi, a me dà sempre da pensare … d’altronde forse anche i nostri giudizi non sono che ingranaggi, meccanicismi indotti. Così che, se possibile, non sarebbe male tirarsi fuori da lì, o almeno mettere almeno un po’ d’olio per smuoverli un po’. Andare oltre? Che in ogni caso, ci andremo, oltre, e anche al di là.
    Ma forse tu preferisci Stanlio e Ollio? 😉 Non so, ma per comicità la nostra classe politica non la batte nessuno, e fra tutte è quella che mi piace di meno.
    ciao, buon we anche a te, e a presto.

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  5. aeroporto2 ha detto:

    Non vorrei semplificare la vita in sessantaquattro possibilità (gli spazzi della scacchiera) un detto sul gioco del Go dice, che “non è possibile ripetere la stessa partita”, credo per le innumerevoli possibilità di movimento. Ciao.

    P.S Stanlio e Ollio..(dici) io sono quello magro però.

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    • rozmilla ha detto:

      sì certo, le possibilità di mutamento della partita, anche soltanto su una scacchiera di 64 caselle, non saprei dire quante sono, ma forse pressochè infinite.
      questo fatto delle 64 caselle mi ha fatto pensare all’analogia con I King, che come sai ha 64 esagrammi, ma che poi mutando le linee, anchè lì non saprei dire quanti mutamenti potrebbero apparire …

      eh eh, tutti preferiscono Stanlio, quello magro … fa sempre molta tenerezza, e sinceramente a me sembra anche un po’ patetico 🙂
      ciao

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  6. rozmilla ha detto:

    (ciao Mauro: scrivo qui in risposta al tuo commento del 2 aprile, perchè la “striscia” là sopra si fa sempre più stretta :-))

    Non saprei dire che fine farà la chiesa cattolica. È chiaro che sono lieta di constatare che in Europa venga esclusa dalla politica. In Italia temo che in molti ambienti e da più parti stia cercando di riprendere il potere che ha perduto. Ad esempio facendo dei corsi per formare nuove leve di giovani cattolici da inserire nelle amministrazioni pubbliche.
    D’altra parte, come negare che anche costoro si muovano “onestamente” verso quello che secondo i loro principi, quello in cui credono, è più giusto?
    Non sono così ingenua da non comprendere l’ambiguità del concetto di onestà, che si modella secondo i principi di ognuno, o del gruppo di appartenenza. A voler essere onesti, dobbiamo ammettere che forse anche la lega presume di perseguire onestamente (dal suo punto di vista) i propri principi. Ma quali principi? A questo punto non può che entrare in campo il concetto di cultura, ossia di quale cultura si tratti. Una cultura critica, o una cultura che bivacca su beceri luoghi comuni e pulsioni viscerali, o dogmi preconfezionati, o interessi privati?
    Qualsiasi “scelta” (o presunzione di scelta) di qualsiasi parte o colore, significa discriminare una possibilità dall’altra, sceglierne una in-vece di un’altra. Anche se a mio avviso non tutte le scelte sono scelte etiche, soprattutto se provengono da pulsioni viscerali, eccetera.
    Per questo non ho molti dubbi, ad esempio, nel procedere distinguendo un atteggiamento moraleggiante, che ricalca ciecamente le tradizioni del passato, da una scelta etica. Cosa d’altronde non sempre facile, perché siamo tutti noi cresciuti nell’humus delle tradizioni religiose e quant’altro, come hai giustamente osservato.
    Il relativismo, termine fin troppo abusato, ha comunque dalla sua (ma come vedi sono sempre io che decido e che lo trovo “migliore”) il fatto di non avere una risposta assoluta e certa su alcuna cosa, per cui può procedere modificando le priorità a seconda delle condizioni che si presentano. La tensione in atto è una costante ricerca di una visione critica, e attuale, nel presente. Si spera.
    Questo non significa che non si erri, anzi, è propriamente il cammino dell’errare.
    C’è una bella metafora di Nietzsche, che paragona la verità alle pietre su cui appoggiamo il piede per attraversare il fiume, così che mentre proseguiamo, quelle dietro di noi sprofondano.
    Che poi è un modo di dire, che in realtà temo che ognuno di noi abbia già deciso da molto molto tempo da che parte stare, nel senso proprio di “parteggiare” – certo con sfumature un tantino diverse di colore, e con gradi di chiarezza e senso critico differenti, e possibilmente da perfezionare.

    (Ti ringrazio per l’aggettivo “illuminante”. Ma in tutta onestà però devo dire che più passa il tempo, più mi risulta difficile. Vorrei trovare le parole più giuste, più precise da dire e scrivere, e invece mi sembra di fare una gran confusione. E poi sono diventata lentissima, ho perso quella spontaneità giovanile per cui le cose appaiono nella loro semplice chiarezza. Vedo le cose in modo sempre più complesso, e così le scrivo. Ma che utilità può esserci in questo? Vorrei avere le idee molto più chiare di quelle che purtroppo cerco di afferrare, e che poi mi sfuggono. Posso dire in tutta onestà che rimpiango di non aver avuto possibilità, negli anni giovanili, di farmi una cultura più solida e chiara. Ci sono cose che poi, per quanto ci si provi, non si riescono più a recuperare. O forse è solo un momento così, e anche questo mezzo d’informazione e comunicazione, che sotto sotto inaridisce e paralizza l’energia vitale. Cosa stiamo facendo? Nell’ultimo post di Mario c’era una frase che mi aveva molto colpito: passiamo la vita con “occhi e cervello ficcati in una macchina luminosa, da mattina a sera!”. Che vita è questa? E l’alternativa quale?)

    La dialettica, sì, questa è una bella cosa. Ma è un’attività per cui bisognerebbe aver tempo da dedicare, e vista la mia lentezza la cosa come vedi va per le lunghe.
    Ovviamente puoi pubblicare sul Blog tutto quello che vuoi. Non c’era nemmeno bisogno di chiederlo.
    Ecco come ho divagato oggi, nell’ultimo stralcio … ciao.

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    • bortocal ha detto:

      ciao, Milena, la prima parte della nostra discussione l’ho pubblicata, e ha suscitato un piccolo scontro, cosa nella quale io riesco sempre molto bene; ora questo tuo commento sposta il discorso ed è molto impegnativo; apre molte porte, provo a socchiuderne solo qualcuna, lasciando da parte il tema centrale, quello dell’etica e dei suoi fondamenti.

      anche io credo che si debba grande rispetto alle idee e all’impegno dei cattolici; la loro visione politica è rispettabile, gli anni in cui esercitavano una sorta di monopolio del potere sono lontani, e quelli che sono seguiti sono ancor più squallidi; non credo che la critica ai cattolici in politica vada quindi interpretata come un tentativo di limitare il loro diritto ad agire politicamente, è invece solo un normale aspetto della comune dialettica politica; quello che non è accettabile, invece, a mio modo di vedere, è invece che la Chiesa faccia politica, dopo essersi assicurata le sovvenzioni dello Stato come istituzione religiosa: il Concordato implica che la Chiesa NON faccia politica.

      mi si può obiettare che è una limitazione e perfino una ipocrisia, e sono d’accordo; ma allora non è accettabile che i vescovi ricevano uno stipendio statale e poi non facciano altro nelle loro riunioni che emettere comunicati degni di un partito politico.

      e così, come sono contrario al finanziamento pubblico dei partiti politici, così sono a maggior ragione contrario anche al finanziamento pubblico delle fedi religiose, che devono restare una libera espressione individuale.

      il secondo punto sul quale vorrei dire qualcosa può sembrare marginale, ma invece a mio parere non lo è, e riguarda come gli anni cambiano il nostro modo di pensare.

      tu dici di avere “perso quella spontaneità giovanile per cui le cose appaiono nella loro semplice chiarezza”; io mi vedo invece tenacemente abbarbicato ancora a questo modo così netto di vedere il mondo; certo, sono cambiati i suoi contenuti, oggi mi sento molto di più portatore di una ia visione del mondo e delle cose meno schematica, di una specie di “metodo” per affrontare i problemi e so che non è più così facile imporsi su di me con l’autorevolezza e l’esperienza, oggi che l’esperienza ce l’ho anche io.

      anzi, vorrei proprio vedere anche io come te “le cose in modo sempre più complesso”, e in questo vedo l’evidente vantaggio di uno sguardo più approfondito sul mondo.

      credo quindi che più che un fatto generazionale, dato che a quanto intendo sei anche più giovane di me, questo sia un risultato del momento, che ha distrutto tutte le ideologie, anche se questo poi a me sembra un fatto molto positivo.

      è Amleto che dice che ci sono più cose al mondo di quante la filosofia possa capirne, vero? ecco, questo disorientamento che logora le false certezze e ci lascia dubbiosi davanti al presente e più ancora al futuro, io lo vedo come un passo avanti, non come un elemento di crisi, o se crisi è, è salutare e di sviluppo.

      tu dici alla fine che ha un ruolo in questo anche “questo mezzo d’informazione e comunicazione, che sotto sotto inaridisce e paralizza l’energia vitale”.

      continuando ostinatamente a lavorare e dedicando a qeste conversazioni e riflessioni solo uno spazio circoscritto della mia vita reale, non mi ritrovo in questa sensazione, anzi di questo strumento apprezzo le capacità prodigiose di mettermi in contatto con un mondo e con alcune menti che non avrei saputo come raggiungere.

      certo le voci si moltiplicano e possiamo vedere più facilmente che sono dissonanti, ma da questa immedesimazione straordinariamente profonda, mai possibile in questo modo prima, io penso che stia nascendo qualcosa di nuovo, una specie di intelligenza in rete che non ha più un fondamento solo individuale, ma che supera la nostra dimensione personale e crea una specie di macchina transpersonale capace di pensare aldilà di quel che possiamo pensare noi.

      che ne dici?

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      • rozmilla ha detto:

        ciao Mauro. ho letto solo ora il tuo commento – sono stata via qualche giorno
        concordo con la maggior parte delle cose che dici.
        lasciami un po’ di tempo per pensarci …
        per ora, un caro saluto.
        ciao

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        • rozmilla ha detto:

          L’impegno dei cattolici? Sì certo, ci sono stati anche partigiani cattolici (per intenderci) ma sono “rispettabili” solo se si staccano dai dettami della chiesa ed esercitano la politica da laici. Quando vogliono imporre i precetti della chiesa cattolica, invece, li trovo rispettabili soltanto come nemici della democrazia.
          Sulla rete, penso anch’io che ci siano degli aspetti positivi, nel senso che favorisce il confronto delle idee. Però, ho anche pensato che nello stesso tempo è un bel marchingegno tecnologico che si è sostituito al “fare” delle cose concrete. Sì, siamo diventati dei grandi pensatori, e opinionisti, e ci crogioliamo nell’illusione che il pensiero da solo possa cambiare le cose. E intanto il “grosso” dei truffatori continua a imperversare e a far man bassa.
          Quello che voglio dire, è che c’è del buono in tutto questo, se c’è davvero questo nuovo “soggetto” transpersonale, bisogna che ad un certo punto esca da qui e agisca anche nel mondo reale. Che dall’invisibile diventi visibile, intendo dire, e produca effetti nel mondo reale.

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          • bortocal ha detto:

            diventa difficile replicare quando si condivide tutto.

            trovo importante soprattutto la riflessione che fai a proposito della rete.

            ma poi anche le identificazioni di pensiero sono così rare, che quasi non si ha il tempo di accorgwrsi delle controindicazioni di un consenso eccessivo…

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  8. rozmilla ha detto:

    controindicazioni di un consenso eccessivo…: sarei d’accordo ma …

    ad esempio… quando vengo a leggere i tuoi articoli, di politica e sulla situazione economica, più che di consenso cerco di farmi un’idea su cose che non conosco, e sulle quali non ho alcuna idea chiara. Ho letto in particolare il dibattito fra te e Mauro Poggi, sul suo sito. L’ho letto nel primo pomeriggio (lettura veloce e discreto terrore) e per esempio non riesco nemmeno a capire le divergenze fra lui e te. O meglio, mi sembrano più importanti i punti sui quali siete in accordo.
    Noto spesso negli intellettuali di sinistra, quelli che conoscono come stanno le cose molto più di me, una tendenza a sottilizzare sui cavilli, quando l’obbiettivo, a mio parere, dovrebbe essere quello di individuare il denominatore comune – il nemico da combattere, insomma – per coalizzarsi in qualcosa che abbia un senso comune e unitario. Invece di disperdere le energie in mille rivoli.
    Infatti il problema non è del consenso eccessivo tra di noi, fra me e te, o fra te e un altro che vede le cose in modo leggermente diverso, ma di opporsi a ciò che è davvero fuorviante e disumanizzante.
    Far fronte comune, creare una resistenza … ma come, e dove? E quale obiettivo comune?
    A meno che sappiamo già con “assoluta” certezza, che tutti gli sforzi che potremmo fare, non serviranno comunque a niente. E che tutto questo non è che un esercizio ozioso di “sudditi” impotenti, che però dispongono di un giocattolo che il potere stesso ha messo loro in mano perché così se ne stanno buoni buoni, concedendo loro giusto l’impressione di poter esprimere le loro idee, opinioni. Ma per fare cosa?

    Mi sono divertita per un po’ a scrivere stupidaggini, qualche volta anche haiku e poesiole, amenità e filosofeggiamenti, e a mettere la testa nella sabbia per non sentire niente.
    Ma quando mi guardo attorno ora avrei quasi paura. Ma a che serve aver paura? non serve.
    ciao

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    • bortocal ha detto:

      dopo avere cliccato invio sul mio ultimo commento mi è venuta in mente ancora una cosa, ma mi sentivo ridicolo ad intervenire subito con un secondo commento, e dunque ho rinviato; siccome mi hai risposto subito ce l’ho ancora in mente.
      quando tu hai scritto che “se c’è davvero questo nuovo “soggetto” transpersonale, bisogna che ad un certo punto esca da qui e agisca anche nel mondo reale. Che dall’invisibile diventi visibile, intendo dire, e produca effetti nel mondo reale”, io ho anche pensato che quel soggetto, prima ancora di diventare transpersonale, è esistito ed esiste nel mondo reale, e si è rifugiato nel blog con le sue idee politiche o di altro genere, perché nel mondo reale non riusciva ad essere concreto e ad agire.
      certo, riesce ad agire nel suo campo professionale, ed il modo in cui agisce (e produce effetti) ha molto a che fare col mondo delle idee in cui crede; sa agire come “tecnico”, visto che la parola è di moda, ma non riesce ad agire come cittadino.
      credo che questo sia però non una responsabilità sua, ma del modo in cui è organizzata la politica in Italia.
      in Germania negli anni scorsi ho visto migliaia di cittadini coalizzarsi pacificamente per ottenere dei risultati (imoedire una specie di TAV locale): riuscivano a dialogare, sia pure polemicamente, con la politica, la loro presenza in piazza non era vana, ci mettevano anche una fermezza ed una testardaggine, oppure un senso del dovere, che in Italia mancano.
      per cui, ecco la mia strana sensazione di fare di più col mio blog, dove almeno 300 persone al giorno mi leggono, si direbbe, o almeno ci finiscono, forse per sbaglio, che se facessi qualunque altra cosa di concreta nel mondo reale.
      prima di partire per la Germania andavo alle riunioni della Circoscrizione dove abito, Centro Storico: beh, ricordo una difesa appassionata della pedonalizzazione di Corso Garibaldi, con alcuni suggerienti molto concreti su come deviare le linee degli autobus e collocare le fermate.
      passò, non credo proprio per me, ma per altri oscuri motivi; oggi è quasi il salotto della città; ma oggi dove potrei andare a fare battaglie del genere? non ci sono nemmeno più proposte da discutere.
      parcheggio sotto la collina cel Castello: un progetto folle da cui dissuadere: ma dove?
      * * *
      ma vengo alle tue ultime costruttive osservazioni.
      anche io penso che quello che unisce Mauro Poggi e me è infinitamente più ampio di quel che ci divide; però quel che ci divide è il che fare oggi e quel che ci unisce è un insieme di valori generali, che non riescono a spingerci a volere le stesse cose subito.
      in particolare avrai visto che ci dividiamo sul governo Monti, a cui io sono ben più favorevole di lui.
      tu dici “Noto spesso negli intellettuali di sinistra, quelli che conoscono come stanno le cose molto più di me, una tendenza a sottilizzare sui cavilli”, ma purtroppo decidere se dobbiamo cercare di far cadere questo governo oppure sostenerlo è tutt’altro che un cavillo, anche se magari ciascuno di noi due lo fa in nome di valori abbastanza comuni.
      tu dici che il problema è di opporsi a ciò che è davvero fuorviante e disumanizzante, e su questo hai ragione; ma il problema attuale è oggi ancor di più se riusciamo a salvare questo paese da un crollo di tipo argentino, e a salvaretutta la nostra cultura da un avversario che è ben peggiore di quel che possiamo combattere nell’immediato.
      l’obiettivo dovrebbe essere questo?
      Mauro (Poggi) ritiene che si debbano rilanciare politiche espansive, per evitare il crollo della produzione; ma io vedo che se non riusciamo a farci finanziare dai mercati rischiamo piuttosto di non riuscire a pagare pensioni e stipendi pubblici il mese prossimo.
      forse c’è una differenza di giudizio sulla gravità della crisi, non ti saprei dire.
      il fatto è che il nostro dialogo si è interrotto, ed è un peccato, ma ciascuno di noi ha l’impressione di non riuscire a ricavare al momento più niente di positivo.
      o forse mancano il tempo e l’energia per approfondire la discussione e ritrovarsi d’accordo a un livello più elevato.
      certamente dovrebbe essere pissbile fare fronte comune contro la corruzione, l’ingiustizia, il razzismo; non dico che non si debba e non si possa.
      però la sensazione generale è che niente più basti e che tutto stia sfuggendoci di mano.
      paura, tu dici; è un sentimento che trovo anche io; giro per le strade, guardo i visi tesi e cupi dei iei concittadini, e ho paura.
      la paura mi èpassata poco fa: ho sentito da casa mia un clamore di canti e tamburi e sono sceso a vedere, pensavo fosse una manifestazione dei centri sociali.
      erano una decina di africani vestiti in modo molto colorato che facevano uncasino incredibile ballando per la strada: non era una manifestazione politica, stavano chiedendo l’elemosina in gruppo.
      ma la gente si divertiva, quasi tutti sorridevano attorno a loro, il cestino si riempiva in fretta di monete, molti fotrografavano come me.
      e io ho pensato per un momento: il leghismo è davvero finito.
      questo mi fatto bene amche se non so fare le torte… 🙂
      ciao.

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      • rozmilla ha detto:

        Rispondo (un po’ in ritardo -pardon – per forze di causa maggiore)
        sulla sensazione che le cose stiano sfuggendo di mano e che niente più basti.
        Perché purtroppo si sta profilando l’impressione che questo governo tecnico, e i sacrifici gettati sulla popolazione più debole, non serviranno a niente; che se in un primo tempo abbiamo avuto la sensazione che le misure di austerità erano valse a calmierare il grande Moloch finanziario capitalistico, forse era stata giusto un’illusione; così come serviranno a poco i sacrifici che probabilmente seguiranno a breve, e non sarà mai finita, e dubito ci sarà via d’uscita da questa situazione, e certo non sarà il governo Monti a portarci in salvo.
        Naturalmente l’Italia ha delle “colpe” endogene sue proprie, ma all’interno di una “colpa” esogena che la sovrasta.
        Ciao

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