insieme o da soli?

Sul New Yorker del 30 gennaio 2012, è stato pubblicato un interessante articolo di Jonah Lehrer  per gli Annals of Ideas, che tratta del lavoro di gruppo e dei metodi che potrebbero favorirlo.
Si sofferma nella prima parte sul brainstorming, una collaudata tecnica di lavoro di gruppo creata alla fine degli anni quaranta,  che ha avuto un enorme successo ed è stata utilizzata in importanti ambiti creativi, in seguito abbandonata perché diversi studi hanno mostrato la sua limitata efficacia.

A tal proposito, sul blog di radiopopolare  potete anche ascoltare la trasmissione (Alaska) andata in onda il 5 marzo 2012, condotta da Marina Petrillo, che da qualche tempo sta esplorando i sentieri digitali, interrogandosi (e interrogandoci) attorno alla domanda: perché aumenta la condivisione in rete?

Condivisione, crowdsourcing, gruppi senza leader e piattaforme social allargano enormemente il bacino potenziale della discussione collettiva: che tra la sensazione di sentirsi sfidati nelle proprie certezze dal continuo confronto orizzontale con le idee degli “altri” e la grande vitalità di questo scambio (anche virtuale o a distanza),  è in grado di produrre nuovi modelli e straordinarie sorprese.
Per questo l’articolo di Lehrer è un’occasione succosa per ripercorrere la storia delle tecniche di gruppo. E vale la pena di rifletterci, perché gli studi sul lavoro di squadra – e non tanto del brainstorming -potrebbero illuminarci su come mai andiamo sempre più verso una maggiore condivisione del sapere e delle idee, come delle emozioni – che potrebbe non essere soltanto un allargamento automatico, quindi meccanico e numerico della possibilità di condivisione. Il pianeta diventa sempre più piccolo e abbiamo sempre più strumenti tecnologici per condividere, e lo facciamo. Ma come esseri umani ci troviamo ad un crocevia della cultura, perché in una cultura sempre più specializzata e polverizzata, si scopre che forse sappiamo troppe cose per trovare grandi soluzioni da soli. E allo stesso tempo più sappiamo, più le soluzioni che non abbiamo ancora trovato diventano sempre più difficili da trovare, e impossibili da trovare da soli.
Per questo motivo sotto molti aspetti condivido la tesi che il nostro bagaglio è utile solo se si ricongiunge a quello degli altri. Ma come? E qual è il modo in cui questo può darsi? o risultare più vantaggioso?
Ho preso in prestito il titolo della puntata – Insieme o da soli?
E cercherò di riportare i punti salienti dell’articolo citato.

Groupthink: Il mito del brainstorming.

Alla fine degli anni ‘40 Alex Osborn decise di scrivere un libro per condividere le sue esperienze creative, e pubblicò “Il tuo potere creativo”- un amalgama di scienza pop e aneddoti del business, che ebbe subito un grande successo.
Osborn prometteva che, seguendo i suoi consigli, il lettore medio sarebbe riuscito a raddoppiare la sua produzione creativa e attivato la sua carriera.
Per mettere il vostro piede nella porta, la vostra immaginazione può essere una sorta di “apriti sesamo”, e prometteva di rendere il lettore una persona molto più felice. Perché diceva, “Più strofini la tua lampada creativa, più ti senti vivo“.
“Il tuo Potere Creativo” era pieno di trucchi e strategie, come quella (banale) di portare sempre con sé un notebook, per essere pronti quando ci avrebbe colpito l’ispirazione.
Ma l’idea più celebre era quella discussa nel capitolo 33, “Come organizzare una squadra per creare idee.” Osborn scriveva che “Quando un gruppo lavora insieme, tutti membri dovrebbero impegnarsi in un “brainstorming”, che significa “usare il cervello per aggredire un problema creativo, e farlo quindi sottoforma di esercito, con ogni soldato che attacca lo stesso obiettivo. ”
E descriveva, ad esempio, come la tecnica aveva ispirato un gruppo di dieci pubblicitari a venirsene fuori con 87 idee per una nuova farmacia in novanta minuti, quasi un’idea al minuto.
Il libro sottolineava le regole essenziali di una sessione di brainstorming di successo.
La più importante, la cosa che distingue il brainstorming da altri tipi di attività di gruppo, è l’assenza di critica e di feedback negativo.
Se la gente si preoccupa che le proprie idee possano essere messe in ridicolo dagli altri, tutto il processo andrebbe fallito.
La creatività, diceva, è un fiore così delicato che la lode tende a farla  fiorire, mentre lo scoraggiamento la taglia quando è ancora in boccio “, scriveva. “Dimenticate la qualità; e mirate, per adesso, ad ottenere una certa quantità di risposte. Quando avrete finito il vostro foglio di carta potrebbe essere pieno di non-sense assolutamente ridicoli, e vi disgusterà, ma non importa. Avrete liberato un’immaginazione senza limiti, consentendo alla vostra mente di consegnare delle idee.”
Il brainstorming in sostanza costruiva una sorta di tempio ad un approccio senza giudizio, soprattutto senza giudizio negativo, su come si tiene un di incontro tra le persone.
L’assunzione fondamentale del brainstorming è che se le persone hanno paura di dire la cosa sbagliata, finiranno per non dire niente.
Il fascino di questa idea è ovvia: è sempre bello essere saturi di feedback positivo.
In genere i partecipanti lasciavano una sessione di brainstorming orgogliosi del loro contributo. La lavagna era piena di libere associazioni. E il brainstorming sembrava una tecnica ideale, un modo per sentirsi bene e per aumentare la creatività.
Ma c’è un problema con il brainstorming. Non funziona.

La prima prova empirica della tecnica del brainstorming di Osborn – eseguita presso la Yale University, nel 1958 – ne dimostrò l’inefficacia, o perlomeno che è meno efficace che lavorare da soli, per poi mettere in condivisione quello che si è scoperto.

Keith Sawyer, psicologo all’Università di Washington, ha sintetizzato: “Decenni di ricerca hanno sempre dimostrato che i gruppi di brainstorming producono meno idee rispetto lo stesso numero di persone che prima  lavorano da sole per poi mettere in comune le loro idee.” Eppure Osborn aveva ragione su una cosa: che piaccia o no, la creatività umana è diventata sempre più un processo di gruppo.

Ben Jones, professore presso la Kellogg School of Management, presso la Northwestern University, ha quantificato questa tendenza, e spiega che i progressi scientifici hanno portato ad una situazione in cui tutti i problemi insoluti sono incredibilmente difficili.
I ricercatori sono costretti a diventare sempre più specializzati, perché una mente umana può gestire solo una certa quantità di informazioni. E sono costretti a collaborare, perché i misteri più interessanti si trovano nelle intersezioni delle discipline.
Cento anni fa, i fratelli Wright potevano costruire un aeroplano tutto da soli. Ora Boeing ha bisogno di centinaia di ingegneri solo per progettare e produrre i motori.”
La lezione più ampia che ricaviamo da uno studio di B. Jones è che la crescente complessità della conoscenza umana, insieme con la difficoltà crescente delle questioni da affrontare, significa che le persone o lavorano assieme o falliscono da sole.
Ma se il brainstorming è inutile, la questione rimane ancora: Qual è il miglior modello per la creatività di gruppo?

Nel 2003, Charlan Nemeth, un professore di psicologia presso l’Università della California a Berkeley, fece un test su diversi gruppi ai quali furono date istruzioni differenti: alcuni di questi dovevano seguire la regola di non criticare (seguendo quindi  la regola del brainstorming); ad altri non fu data nessuna istruzione; altri ancora dovevano seguire la regola di lasciar fluire il dibattito e la critica.
La scoperta fu rivelatrice, perché i gruppi che seguivano le regole del brainstormig hanno prodotto migliori risultati di quelli a cui non erano state date alcune istruzioni; ma i gruppi che avevano seguito la regola della critica e del dibattito, avevano prodotto risultati superiori.
Questi studi suggeriscono che l’inefficacia del brainstorming è causata dalla stessa cosa che Osborn pensava più importante. Infatti , l’istruzione ‘Non criticare’, che è spesso citata come la cosa più importante, sembra essere invece una strategia controproducente.
Secondo Nemeth, il dissenso stimola nuove idee, perché ci incoraggia a impegnarsi maggiormente con il lavoro degli altri e rivalutare i nostri punti di vista.
C’è questa idea favolesca che la cosa più importante da fare quando si lavora insieme è rimanere positivi e andare d’accordo, di non ferire i sentimenti di nessuno“, dice. “Beh, è semplicemente sbagliato. Forse il dibattito sarà meno piacevole, ma sarà sicuramente più produttivo.”
La vera creatività richiede dei momenti di scontro!

In seguito, nell’articolo di Lehrer viene anche spiegato come mai il mito delle libere associazioni sarebbe soltanto un mito, perchè nella maggior parte dei casi le libere ossociazioni risultano banali.
E riferisce anche di studi eseguiti da Isaac Kohane, un ricercatore presso la Harvard Medical School, su documenti prodotti da una squadra valutandoli in base alla vicinanza fisica delle persone che lavoravano assieme, analizzando il lavoro compiuto da un “piccolo esercito di studenti” nel corso di diciotto mesi, e scoprendo che i migliori lavori sono stati prodotti dalle persone che hanno lavorato insieme a meno di dieci metri di distanza l’uno dall’altro, andando a scalare verso il basso man mano che le persone avevano lavorato più lontano fisicamente.
Se si vuole che la gente lavori insieme in modo efficace, bisogna creare architetture che favoriscano frequenti interazioni fisiche spontanee“, dice Kohane. “Anche nell’era della grande scienza, quando i ricercatori passano così tanto tempo su Internet, è ancora importante creare momenti di condivisione nello (e dello) spazio fisico“.

*

Mi fermo qui, anche se c’è molto altro; ma se volete potete ascoltare la trasmissione direttamente su radio popolare dalla bella voce di Marina Petrillo,  oppure leggere l’articolo.
Sottolineo che sono soltanto suggerimenti di indagine alla domanda – perché aumenta la condivisione di rete?
E alle successive: qual è il miglior modo di lavorare in gruppo? – e se esiste (un miglior modo).
Senza peraltro pretendere che possano ritenersi esaurite, perché la condivisione  può dare sorprese giorno per giorno. Soprattutto attraverso la pratica e la continuità nel processo di attuare (e comprendere) le relazioni intersoggettive e di gruppo.

 

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11 risposte a insieme o da soli?

  1. Francesco ha detto:

    La comunicazione in rete aumenta perché da alla persona la capacità di potersi espandere come forse mai ha potuto fare prima, la possibilità di comunicare, la gioia di poter occupare nuovi spazi, come presumibilmente facevano i nostri antenati quando avevano l’opportunità di potersi riversare in vallate lussureggianti, annunciatrici di prospere risorse alimentari, e quindi, di maggiori opportunità esistenziali. Ecco, forse sono arrivato al punto: la fortuna della comunicazione in rete probabilmente dipende dal fatto di essere vissuta come una maggiore opportunità esistenziale..

    Sul fatto che la vera creatività richieda dei momenti di scontro, io non sono assolutamente d’accordo. Nel senso che pur riconoscendo il fatto che lo scontro può liberare delle energie che possono dar luogo a forme mai concepite prima (ma che comunque portano con sé dolore), io ritengo che ancor più dello scontro, una “macchina delle idee” potrebbe essere l’intervenire sulle idee espresse da un altro, con un gioco di aggiunte, sottrazioni, associazioni, con l’intera gamma di quel che si può fare con una idea, su una idea, mediante una idea, etc… Insomma, giocando. Quindi giocare più che scontrarsi, secondo me, è quel che favorisce maggiormente la creatività. Gioco che può essere anche scontro, o magari una simulazione dello scontro (senza le conseguenze nefaste che uno scontro vero e proprio può comportare per tutti i partecipante al medesimo), oppure incontro, vicinanza, lontananza, etc. fino a ricoprire tutto il ventaglio delle possibilità umane di relazione. Si sa che il gioco è tipico dei bambini, e si sa, altrettanto bene, che dai bambini possono arrivare idee che per un adulto è spesso del tutto impossibile immaginare (i bambini hanno infatti la facoltà di mettere in crisi il mondo degli adulti e quindi di spezzare il gioco che gli adulti giocano tra loro, aprendo in tal modo falle, interstizi, varchi, che offrono sicuramente uno sguardo nuovo sul mondo. Che è poi ciò che serve oggi per affrontare sfide sempre più nuove ed articolate). E allora, se questo è vero, perché non imparare dai bambini? Perché non ritornare un po’ bambini? Gli adulti dovrebbero, secondo me, semplicemente tornare a giocare. Perché solo tramite il gioco è possibile tessere una rete tra le persone che non offenda nessuno, da cui nessuno si senta offeso, e nella quale e attraverso la quale ci si possa sentire sempre più uniti, ed auspicabilmente, sempre più felici..
    (sono consapevole che l’argomento è ben lungi dall’essere esaurito, ma mi son sentito di offrire un ulteriore punto di vista sull’argomento, il mio, che forse può aiutare qualcuno ad elaborare ulteriori riflessioni.)

    Un caro saluto,
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      ciao Francesco. come ho detto anche a Mauro, risponderò anche a te fra non molto.
      per ora un caro saluto.
      ciao

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    • rozmilla ha detto:

      Un po’ in ritardo, ma val la pena riprendere il discorso sullo “scontro”.
      L’articolo affrontava il problema in modo più ampio, che ho dovuto sintetizzare per ovvi motivi.
      Ma ricordo che qualcuno per esempio diceva – in inglese, quindi ho tradotto a naso – : Se un mio compagno lancia sul tavolo un’idea del tutto assurda, sbagliata, è mio dovere dirglielo, anche se magari questo lo contrarierà un pochino.
      Ecco, credo che questo sia il senso in cui si parlava di “scontro”. D’altra parte, se il gruppo ha l’obiettivo di far emergere l’idea migliore, è chiaro che quelle non-migliori dovranno essere criticate, e abbandonate. Ma può anche capitare che qualcuno sia particolarmente affezionato alla sua idea e non intenda abbandonarla tanto facilmente. Punti di vista o percezioni individuali a parte, l’obiettivo di un gruppo dovrebbe essere quello di far emergere l’idea migliore, anche fra tante abbastanza buone.
      Ovviamente m’immagino un gruppo affiatato su questo tipo di premessa. Primo: individuare un obiettivo che valga la pena di essere raggiunto. Secondo: raggiungere l’obiettivo, indipendentemente dalle percezioni e all’attaccamento ai propri punti di vista personali.
      La tua proposta di tornare a giocare, non credo sia sempre proponibile. Anche se è vero che i nostri governanti danno proprio l’impressione di giocare con le nostre vite (amara considerazione …)
      Ciao, a presto

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      • Francesco ha detto:

        Si, la mia proposta non è sempre proponibile, però un tentativo lo farei, non si sa mai..
        E poi certo, i nostri governanti danno proprio l’impressione che dici tu. L’ultima è di oggi. Altri 5 centesimi in più sulla benzina per supplire all’eventuale esaurimento del “fondo spese impreviste” della Protezione Civile. No comment..

        Buon Week End
        Francesco

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  2. ilsolitomood ha detto:

    E’ un post davvero interessante! 🙂 Secondo me serve un pò di tutto: condivisione, critica, creatività, libertà, giudizio e qualche regola per permettere all’uomo di sviluppare le proprie capacità. Non credo nelle ricette col bilancino, ma nel buon senso e nella capacità di capire “chi” c’è di fianco a noi e “cosa” possiamo fare insieme.

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    • rozmilla ha detto:

      Grazie Laura! (è il tuo nome, giusto?)
      e concordo con quello che dici … perché le ricette di Osborn & Co vanno lette soltanto come spunti di riflessione. Poi in campo pratico, è sempre un’altra cosa …
      Ma sai che molti molti anni fa facevo l’artigiana, lavoravo a mano il cuoio vegetale ?
      Volevo dirtelo perchè sembra che abbiamo più di una passione in comune 🙂
      Ciao

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  3. Bella sintonia. Volevo pubblicare anch’io un post sullo stesso tema e con riferimento all’ottimo programma di Marina Petrillo. Invece riposterò il tuo. Un saluto, Fabrice

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    • rozmilla ha detto:

      Sì, è vero, Fabrice!
      e pensa che ieri sera sono arrivata sul tuo blog mentre cercavo l’articolo di Esposito sulla mistica del capitalismo, che avevo letto a dicembre e avrei intenzione di riproporre.
      Non so come si fa a “rebloggare”, ma non importa …
      E poi mi sono persa (in senso buono) fra i tuoi bellissimi articoli, chiari e impegnati su tematiche che ci stanno a cuore. A presto, allora …
      milena

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      • Dovresti poter rebloggare schiacciando il pulsante reblog che appare in alto e credo anche quello ‘pubblicalo’ sotto ogni post. Credo sia un buon modo di costruire rete intorno a temi che stanno evidentemente a cuore a entrambi Ho sottoscritto il tuo blog Ti leggerò con attenzione! Buone cose, fab

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  4. Reblogged this on quel che resta del mondo and commented:
    Rilancio dal blog fiore blu un interessante post di rozmilla. Raccomando anche l’ascolto della trasmissione di Marina Petrillo.

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