del carattere

A proposito di pulizie di primavera – molto in voga da qualche tempo – qualche giorno fa avevo messo mano nella libreria, che anche tra i libri di quando in quanto occorre fare una cernita. Non è facile, faccio fatica a gettare i libri, ma se lo spazio è limitato non ci si può portare appresso tutto, e mi consolo pensando che la carta riciclata può sempre tornar buona.
Così mentre spostavo e spolveravo libri vecchi di trent’anni e più, mi è capitato in mano “Dogmi, gregari e rivoluzionari” (1955) Edizioni di Comunità (1978) di Erich Fromm *. Non ci voleva, perché mi sono seduta sul pavimento e la cernita è stata rimandata a non so quando.

In particolare, seduta sul pavimento ho letto il saggio “Il carattere rivoluzionario” (pagg. 153-172), nel quale Fromm racconta che:

Attorno al 1930 assieme ad altri collaboratori fece una ricerca statistica per cercare di determinare quante possibilità ci fossero che Hitler venisse sconfitto dalla maggioranza della popolazione.
Prima che Hitler andasse al potere, infatti, la maggioranza dei tedeschi, specialmente operai e impiegati, erano contrari al nazismo, quindi dalla parte della democrazia, come avevano dimostrato le precedenti elezioni politiche e sindacali.
Il problema era se questi stessi individui che costituivano la maggioranza, sarebbero stati disposti a battersi per le proprie idee anche nel caso si fosse arrivati ad uno scontro fisico. La premessa, per Fromm, è che avere un’opinione è una cosa, avere una convinzione tutt’altra cosa. Più precisamente, secondo Fromm, chiunque può farsi un’opinione, come può imparare una lingua straniera o un costume straniero, ma solo le opinioni radicate nella struttura caratteriale di una persona – dietro cui c’è l’energia contenuta nel carattere – diventano convinzioni.
Sempre secondo Fromm, la struttura del carattere decide il tipo di idea che un uomo sceglierà, e anche la saldezza dell’idea prescelta.
Il carattere, come diceva Eraclito, e come Freud dimostrò, è il destino dell’uomo. L’importanza del concetto freudiano di carattere, è che esso trascende il concetto tradizionale di comportamento, e parla di un comportamento che ha una carica dinamica, per cui non soltanto si pensa in un determinato modo, ma il pensiero è radicato nelle inclinazioni e nei sentimenti.
La domanda che Fromm e i suoi collaboratori si ponevano, allora era: gli operai e impiegati tedeschi hanno una struttura caratteriale opposta all’idea autoritaria del nazismo? E anche: in un momento critico combatteranno il nazismo?
Dallo studio risultò, grosso modo, che il dieci per cento degli operai e impiegati tedeschi aveva una struttura del tipo autoritario del carattere; il quindici percento una struttura caratteriale democratica; e la stragrande maggioranza era costituita da persone la cui struttura caratteriale era un misto fra i due estremi.
Il presupposto teorico, secondo la teoria del carattere di Fromm, era che gli autoritari sarebbero stati ardenti nazisti; i “democratici” antinazisti militanti; e la grande maggioranza sarebbe stata né l’una né l’altra cosa. Fromm ritiene che i presupposti teorici, nonché i risultati della sua ricerca, corrisposero con gli avvenimenti che si verificarono poi tra il 1933 e il 1945.

Questa a grandi linee, la prima parte del saggio citato.
Lungi da me l’idea di spiegare la storia con le teorie caratterologiche, penso tuttavia che siccome sono gli uomini a fare la storia, che non si fa da sola, forse anche il carattere c’entra qualcosa – anche se trovo difficile credere ciecamente alle statistiche, e non solo quelle realizzate sul criterio del carattere.
Nello stesso tempo, mi ha colpito la distinzione di Fromm fra “carattere autoritario” e “carattere rivoluzionario” intesi come caratteri politico-psicologici che, benché tagliati in due con l’accetta – visto che fra i due estremi ci sarà pure una vasta gamma di sfumature – ci mostra i due estremi in modo chiaro e limpido.
Facciamoci un’idea di che si tratti.

Per Fromm la struttura caratteriale autoritaria è la struttura di una persona il cui senso della forza e dell’identità si basa sulla subordinazione simbiotica degli individui soggetti all’autorità.
Vale a dire che il “carattere autoritario” si sente forte quando può sottomettersi ed essere parte di un’autorità che (in qualche modo sostenuta dalla realtà) viene gonfiata, divinizzata, e quando può nello stesso tempo gonfiare se stesso incorporando gli individui soggetti alla sua autorità. Si tratta di uno stato di simbiosi sado-masochistica che gli dà un senso di forza e identità. Facendo parte del “grosso” (qualunque cosa sia), diventa grosso a sua volta; se fosse solo, si rimpicciolirebbe fino a ridursi a un niente.

Per “carattere rivoluzionario” Fromm ribadisce di non riferirsi ad un concetto comportamentistico, ma ad un concetto dinamico. Quindi inizia col dire cosa esso non sia.
Non si è rivoluzionari, in questo senso caratterologico, soltanto perché si pronunciano frasi rivoluzionarie, o perché si partecipa ad una rivoluzione. Il rivoluzionario, in questo senso, è l’uomo che si è emancipato dai vincoli del sangue e della terra, dalla madre e dal padre, dalle particolari devozioni allo stato, alla classe, alla razza, al partito o alla religione.
Non bisogna nemmeno confondere il carattere rivoluzionario col carattere ribelle. Perché secondo Fromm un ribelle è una persona che risente dell’autorità; per cui potrebbe darsi che voglia rovesciare l’autorità a causa del suo risentimento ecc., e di conseguenza, rendersi autorità al posto di quella rovesciata. Infatti molto spesso, nel momento in cui raggiunge il suo scopo, fa amicizia con la stessa autorità che ha aspramente combattuto (qui sono tentata di portare un esempio di attualità, che sembrerebbe coincidere, ma vi lascio il piacere di indovinare, cosa per altro facilissima)

Inoltre, il carattere rivoluzionario, non è un fanatico. Fromm definisce clinicamente un fanatico come un individuo troppo narcisista che ha trovato una soluzione per salvarsi dalla psicosi manifesta: ha scelto una causa, quale che sia – religiosa, politica o altro – e l’ha divinizzata. Ne ha fatto un idolo. E dall’assoluta sottomissione al suo idolo deriva un senso appassionato della vita: si identifica col suo idolo che ha gonfiato e trasformato in assoluto.

In-vece, il tratto più importante di un carattere rivoluzionario è che egli è indipendente: ossia che è libero. Precisa che l’indipendenza è anzitutto il contrario dell’attaccamento simbiotico ai potenti che dominano e agli inermi che sono dominati. E chiarisce che indipendenza e libertà sono da intendersi come realizzazione dell’individualità, e non soltanto come emancipazione dalla coercizione o libertà nelle materie commerciali.

O, come direbbe Marx, “L’uomo è indipendente solo se afferma la propria individualità di uomo totale in ciascuna delle sue relazioni con il mondo, la vista, l’udito, l’odorato, il gusto, il tatto, il pensiero, la volontà, gli affetti: in breve se afferma ed esprime tutti gli organi della propria individualità. ” (Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1970, pag 123)

Il carattere rivoluzionario è quello che si identifica con l’umanità, e che perciò trascende gli angusti limiti della propria società, e che è capace per questo di criticare la propria o l’altrui società dal punto di vista della ragione e dell’umanità. Non è prigioniero del culto campanilistico della cultura nella quale gli è capitato di nascere, semplice accidente del tempo e della geografia.

Il carattere rivoluzionario ha un profondo rispetto e affinità con la vita, e un profondo amore per essa.
Il carattere rivoluzionario pensa e sente in quello che si potrebbe chiamare “stato d’animo critico” – “si deve dubitare di tutto” è una parte importantissima del suo modo di rispondere al mondo (da non confondere con il cinismo).
E se il carattere non rivoluzionario sarà particolarmente portato a credere ciò che è proclamato dalla maggioranza, la persona d’umor critico reagirà nella maniera opposta. Sarà particolarmente critica quando sente il giudizio della maggioranza, il giudizio del mercato e dei detentori del potere.
L’“umor critico” è quello per cui una persona è vigile ai clichè, o al cosiddetto “buon senso”, quel buon senso che ripete continuamente le stesse insensatezze, e che acquistano senso solo perché tutti le ripetono.
Oltre ad aver umor critico, il carattere rivoluzionario si trova in rapporto particolare col potere. Non è un sognatore che ignori che il potere può uccidere, costringere, persino pervertire. Ma per lui il potere non acquista mai un carattere sacro, non assume mai la funzione della verità, della morale, del bene.
Uno dei più gravi problemi d’oggi è il rapporto dell’individuo con il potere, perché chi ne è moralmente impressionato, non avrà mai umor critico e non sarà mai un carattere rivoluzionario.
Il carattere rivoluzionario è capace di dire di No. O, in altri termini, il carattere rivoluzionario è un individuo capace di disobbedienza. È qualcuno per il quale la disobbedienza può essere una virtù.
E può dire No e disobbedire perché è capace di dire Sì, e di obbedire a principi che sono genuinamente suoi.

Questa descrizione, farebbe pensare che Fromm abbia parlato di sanità e benessere mentale, e non di carattere rivoluzionario. E in effetti, la descrizione di una persona sana, viva, mentalmente integra, e perfettamente “sveglia” in un mondo mezzo addormentato, è quella di un carattere rivoluzionario.

(Sono contenta di aver riletto questo saggio, che non ricordavo nemmeno più di aver letto, se poi l’avevo letto, visto che non ci sono frasi sottolineate fra le pagine 153-172. Dev’essermi sfuggito qualcosa, forse la cosa più importante. Se potessi tornare indietro, oggi direi al mio papi: ora sì che so … cosa voglio essere da grande…)

 

*

[Nota: Erich Fromm , considerato un post-freudiano, è stato uno dei maggiori esponenti della Scuola di Francoforte. Uno dei punti fondamentale dell’analisi di Fromm (“Fuga dalla libertà“) è quello relativo al tema dell’autorità , dove viene operata una distinzione molto chiara tra autorità e autoritarismo, indicati con i termini di “autorità razionale” e “autorità inibitoria”. L’autorità non è una qualità ma si riferisce a un rapporto interpersonale, in cui una persona considera un’altra superiore a se stessa. Nel caso dell’autorità razionale, assistiamo a un processo in cui un rapporto si basa su una differenza gerarchica (come avviene per esempio tra insegnante e alunno): la parte inferiore riconosce all’altra una superiorità effettiva che non opera però nei suoi confronti in termini di sfruttamento. E’ un rapporto in cui la parte superiore offre all’altra una serie di strumenti che le consentono di avvicinarsi al suo livello e in questo senso si tratta di un rapporto di scambio reciproco su una base affettiva positiva. Si parla invece di autorità inibitoria quando il rapporto di sudditanza viene mantenuto e consolidato da chi ha potere.
Dal punto di vista strettamente psicanalitico, Fromm è noto per aver approntato una teoria della personalità . Formatosi innanzitutto come sociologo, Fromm ha saputo coniugare il pensiero di Freud con molti altri grandi filoni culturali, da Marx alla tradizione ebraica. All’interno di questa vasta sintesi dottrinale, si trova anche una teoria della personalità ed una caratterologia, nata come tipologia causale, studiata empiricamente con indagini sul campo e con uso di test proiettivi. La tipologia di Fromm è centrata sul concetto di produttività. Il carattere “produttivo” è quello pienamente sviluppato, non alienato, maturo e ricco di amore per la vita; questo è il punto di riferimento, cui tendono gli altri tre tipi principali, che sono il “ricettivo”, l’ “appropriativo” e il “mercantile”. I tre tipi non costituiscono categorie fisse, ma piuttosto, come in tutti i sistemi caratterologici moderni, delle tendenze presenti in una certa proporzione in ogni carattere.
In “Analisi della distruttività umana“, Fromm ha descritto anche un altro tipo interamente negativo, il “necrofilo”, amante della morte e nemico della vita; questo rappresenta un caso limite, patologicamente lontano dai valori del carattere produttivo. E’ raro, fortunatamente, che il necrofilo possa incontrarsi allo stato puro, ma può presentarsi allo stato di tendenza nelle persone troppo affascinate dalla tecnica e dall’ordine.]

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5 risposte a del carattere

  1. Francesco ha detto:

    Adoro Fromm, ed anche a me capita spesso, quando decido di mettere un certo ordine nella mia libreria, di soffermarmi a leggere qualche stralcio dai libri che intendo mettere a posto e di perdere tanto di quel tempo (ed anche la sensazione del tempo..) che poi anch’io devo rimandare ad un secondo momento le buone intenzioni da cui sono partito..

    Detto questo, cos’altro dirti?
    Beh, potrei dirti che il carattere forse non è solo quel corredo che ci portiamo dalla nascita, determinato dai geni (come sembra suggerire l’analisi di Fromm), su cui non abbiamo alcun potere di modifica, perché il carattere potrebbe anche essere una corazza (come asserisce ad esempio la Bioenergetica di Lowen) che abbiamo dovuto tessere attorno a noi per poterci meglio difenderci dalle durezze dalla vita, o se preferisci dagli assalti del contesto, alle quali/ai quali ciascuno di noi ha dovuto in qualche modo far fronte per non perire, cioè per continuare a nuotare nel migliore dei modi nel mare della vita. Per cui il carattere è il desino, certamente, ma solo fino a un certo punto. Compito dell’uomo che non vuole soggiacere al destino che potrebbe essersi costruito per difesa, è tentare di rimuovere pezzo a pezzo tale corazza, con molta pazienza, per poter restituire nuovo respiro, mobilità e gusto per la vita a quella individualità che ha dovuto in qualche caso mutilarsi pur di continuare a stare in questo mondo..

    A presto,
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      Non credo, o almeno spero che nemmeno Fromm pensasse al carattere come ad una struttura rigida e immodificabile. Ma se è così, ti rassicuro che non io non lo credo affatto. Che se per carattere s’intende il modo di essere, come negare che questo sia anche determinato dalle circostanze? Comunque sai che non sono molto esperta (nemmeno) nelle teorie psicologiche, ma qualche volta le trovo interessanti come serbatoio concettuale. E in questo caso mi avvalgo della distinzione concettuale di Fromm, fra “autoritario” e “rivoluzionario”. Giusto per rinfrescare la memoria su questi concetti.
      Fra le tante teorie psicologiche, però avevo trovato molto interessante quella della congregazione degli “io”, per la quale, nel momento in cui avvengono dei cambiamenti nell’ambiente circostante, può capitare che un nuovo “io” prenda il sopravvento. Ricordo di averla letta la prima volta in Sostiene Pereira di Tabucchi. E questa è sicuramente più stimolante, perchè permette aperture verso più possibilità. Sperem.

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  2. Francesco ha detto:

    Errata corrige:
    sostituire la parola “carattere” alla parola “destino” nella frase “Compito dell’uomo che non vuole soggiacere al destino che potrebbe essersi costruito per difesa..”

    Pardon..

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  3. bortocal ha detto:

    merito tuo, merito di Fromm, o più probabilmente di entrambi questo bel saggio scorre con naturalezza suscitando interesse e riflessione.

    però ci metto una battuta in fondo, come spesso mi piace fare anche nei miei post: nessuno aveva mai descritto meglio il mio carattere… (sono il rivoluzionario di Fromm, naturalmente); sembrerebbe un carattere bellissimo, ma come mai attorno tutti si lamentano? 😉

    Fromm si è dimenticato di aggiungere, forse, quanto sia pesante reggere un carattere rivoluzionario per tutti coloro che sono autoritari o semplicemente gregari.

    e il bello è che per tutti costoro il rivoluzionario è un autoritario.

    in ogni caso il rivoluzionario riuscirà di solito ad avere contro l’85% del mondo, dato che – altra integrazione necessaria – i gregari si aggregano molto più facilmente attorno agli autoritari, che in realtà hanno bisogno di loro, che ai democratici, che vivono bene anche senza il supporto di una massa plaudente.

    e anche qui i riferimenti all’attualità, gli stessi che hai pensato tu, vengono facilissimi.

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    • rozmilla ha detto:

      Ci pensavo proprio ieri … dura la vita per un rivoluzionario!
      Il senso di libertà e d’indipendenza può essere una caratteristica a doppio taglio, soprattutto in un mondo che libero non è, e che difficilmente permette di esserlo.

      Anche perché, più che di indipendenza, a ben vedere le relazioni con gli altri sono spesso relazioni di interdipendenza. E ancor più per un carattere “rivoluzionario”, potrebbe risultare difficile sopportare lacci e laccioli.
      Ma per fortuna la maggior parte di noi può far leva anche sullo spirito d’adattamento, che in genere ci induce a mediare, e a tener conto dei reciproci limiti.
      Però, non confonderei la descrizione di Fromm di un ipotetico carattere rivoluzionario, con il tipo “individualista” ad oltranza, o un libertario con un libertino 😉

      Secondo me il carattere rivoluzionario sarebbe più il tipo che desidera e ricerca la libertà non solo per sé, ma anche e soprattutto per chi gli sta vicino, e attorno. E che, insomma, fin che può cerca di favorirla. Anche perchè, più sono liberi anche gli altri, più lo sono anch’io – che a ben vedere nessuno può essere veramente libero da solo.

      Poi è anche vero che non tutti desiderano essere liberi. Ma c’è anche chi desidera essere libero di limitare la libertà altrui, come nel tipico caso di autoritarismo.
      Non so quale sia il tuo caso, ma forse anche un carattere rivoluzionario può trovarsi ad assumere un ruolo autoritario – padre o insegnante, ad esempio; e qui Fromm farebbe la distinzione fra “autorità razionale”, e “autorità inibitoria” (vedi nota), per cui tutto dipende dal “modo” in cui eventualmente si usa l’autorità, e le motivazioni che ci stanno dietro.

      Poi c’è tutto il discorso del “potere”, dato che ogni individuo ha, poco o tanto che sia, un suo potere. Per questo si dice che un individuo esercita un potere autoritario quando non riconosce il potere di ogni altro individuo.
      Riconoscere se stessi come individui può essere facile, ma l’importante è riconoscere che sono individui anche gli altri.
      Ciao

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