le solite orecchie da mercante

Qualche giorno fa avevo intenzione di riproporre l’articolo di Esposito “La mistica del capitalismo”, apparso su Repubblica il 6 dicembre 2011. Così, dopo essermelo ricopiato per ben due terzi, mi son detta, “Figuriamoci se non lo trovo da qualche parte sul web” – ci arrivo sempre dopo, notare. E infatti c’era, sia nell’archivio di Repubblica, che riproposto da  micromega  e in molti altri Blog.
Quindi ho trovato interessante la presentazione dello stesso articolo nel Blog  quel che resta del mondo  , collegato ad un altro articolo di Agamben che tratta lo stesso tema, in opposizione con un altro di Ernesto Galli Della Loggia pubblicato sul Corriere della sera,  ripreso a sua volta dal  Blog  di Stefano Azzarà col titolo “Italian Theory”: Della Loggia polemizza con Esposito e deplora la natura sovversiva della filosofia italiana.
Un titolo significativo, al quale aggiungerei: e se la filosofia non avesse il coraggio di essere sovversiva, che filosofia sarebbe?

Un programmino degno di attenzione ma abbastanza labirintico – n’est ce pas? Soprattutto perché l’intenzione era di rielaborare il tutto, col rischio, tuttora esistente,  di perdermici nel mezzo. Sapete che sono una brava ragazza e che di solito m’impegno con tutte le mie forze – quelle di cui dispongo, s’intende. Ma è proprio vero che sebbene da alcuni giorni non facessi  che leggere articoli di economia e quant’altro, mi sentivo nella situazione di non saper più a che santo votarmi. (Nota: l’utilizzo del linguaggio d’origine religiosa, dato il caso, è del tutto pertinente.)

Sarà per questo che mi son fatta prendere dalla tentazione di provare a re-bloggare il post in questione? Nemmeno questo: è stata solo curiosità. Ed è stato fin troppo facile, perché è bastato cliccare su una parola, scrivere il nome del mio Blog, e come d’incanto è apparso in questo il post che rimanda al Blog già citato.
Miracoli della tecnica … (Nota: idem come sopra.)
Sono contenta di aver condiviso l’articolo con Fabrice, non fraintendetemi. Mi piace questa cosa di poter condividere e scambiare informazioni,  e può darsi che continueremo a collaborare.   
Però nello stesso tempo è come se avessi avuto l’impressione di aver guadagnato qualcosa senza aver fatto proprio niente, nessuno sforzo, nessuna fatica, senza aver dato o fatto nulla di mio, nemmeno un contributo.

Ma è più probabile che siccome stavo riflettendo sui flussi di denaro, su come si spostano capitali pigiando bottoni, e come si moltiplicano e riproducono dal nulla, mi è sembrato pressoché identico allo stesso semplice gesto meccanico che ho fatto io per re-bloggare un post – che chiaramente non è la stessa cosa, perchè le intenzioni e gli effetti sono differenti. Ma il gesto però è identico – non è vero?

Così  all’improvviso mi è riapparso ancor più chiaro come i gesti, e i dispositivi che sottostanno alla finanza e ai flussi di denaro, siano gesti senz’anima, senza umanità. Che fanno i conti soltanto coi numeri, e non con l’umanità, appunto, e con i reali problemi delle persone che restano intrappolate dalle conseguenze prodotte da flussi e speculazioni. Non c’è da stupirsi poi, di trovarsi davanti a dei fenomeni che, partendo da qualcuno che da una parte del mondo pigia qualche bottone, si giunge  a cataclismi che, ad esempio, sconvolgono il prezzi dei cereali e quant’altro, e affamano intere popolazioni. Si trattasse poi solo di fame e non anche di guerre, purtroppo.

Ma allora quando qualcuno pigia un bottone con un dito, quel dito non è più un dito, ammettiamolo.  Non un dito di un essere umano in relazione con altri esseri umani: i rapporti sono del tutto snaturati. E sproporzionati. A meno che pensiamo davvero  che a metterci lo zampino sia proprio un Dio – in quale Dio si tratti però di credere è altrettanto chiaro.
Su, non scherziamo: in realtà tutto questo lo abbiamo inventato noi con la nostre tecnologie e tecniche finanziarie;  e questo è un fatto che  non  si può negare e di cui  siamo responsabili. Non è come un terremoto o uno tzunami di origine naturale, per difenderci dal quale molto spesso non potremmo oggettivamente  fare quasi nulla, o molto poco. No, non è uguale.

Ma torniamo agli articoli, che vedono schierarsi da una parte Esposito e Agamben, e dall’altra Galli Della Loggia  (che non conosco affatto, ma che immagino sia una bravissima e onesta persona di buona volontà.) 
Non so se avrete voglia e tempo di leggerli, ma se lo farete forse vi capiterà di osservare, come è saltato all’occhio a me, che anche qui il mondo si divide come spesso accade, fra qualcuno (Esposito e Agamben) che punta il dito sull’irrazionalità – in questo caso di sistema capitalistico e finanziario distruttivo – e qualcun altro (Della Loggia) che risponde ridicolizzando la loro tesi, sostenendo che la realtà non si può cambiare, e che in fondo i filosofi fanno soltanto operazioni totalmente astratte. (A parte il fatto che le operazioni finanziarie sono anch’esse ormai totalmente astratte e avulse dal mondo reale, e anche questo non si può negare.)
Perché non è possibile, continua, dissociarsi dall’esistente, né immaginare un mondo nuovo e diverso da quello che c’è. Ma questo non significa  che la fede nel mondo quale è, non è mai messa in discussione?

Anche se  sarebbe più esatto ammettere, come direbbe Esposito, che i fedeli del sistema finanziario e capitalistico non riescono mai a “sporgersi” al di fuori, nemmeno con l’immaginazione. Quando invece è solo immaginando un nuovo mondo e un nuovo sistema di regole, che si può sperare almeno di iniziare a cambiare un mondo che, così com’è, ci tiranneggia e non ci sta bene. Non c’è mai stato bene, beninteso, non soltanto adesso che la crisi sta imperversando gravemente, e che ci tocca da vicino. Non c’è mai andato bene: sia chiaro.

La cosa che più di tutto mi sconcerta, è che qualcuno creda che il mondo così com’è proceda ineluttabilmente seguendo modalità e leggi sue proprie, come fossero altrettante leggi naturali, e non invece leggi e modalità create dagli uomini. Perché se fossero create dagli uomini si potrebbero cambiare. Vi pare? E invece No. Esattamente come non si possono cambiare le leggi divine, non  si possono cambiare le leggi del dio denaro. Ma questo è spudoratamente falso! Non si “vogliono” cambiare, questo sarebbe il dire esatto.

Ma la “condizione” preliminare, a detta di Galli Della Loggia, per poter criticare il sistema, sarebbe quella di attenersi ai fatti.
Eppure è ormai un fatto ampiamente accertato  che chi detiene il potere e sta nei luoghi decisionali, è schiavo, se non è lo stesso soggetto  che difende  e crede nello stesso sistema senza volerlo mai mettere in discussione.
In seguito Della Loggia tira fuori la baggianata della democrazia, che non è altro che uno specchietto per le allodole, perché sappiamo bene, e non da ieri, che della democrazia non è rimasto che il guscio vuoto, dato che le oligarchie al potere vanno allegramente a braccetto con il sistema finanziario e il capitale.
Il vuoto di valori, viene poi espresso esemplarmente con l’affermazione che “governare significa spendere”. Ebbene, su questo mi cascano davvero le braccia e non ho più parole.

Dico solo che la verità –  l’ultima carta che alla fine Galli Della Loggia osa sfoderare – dico solo che quella verità con quelle premesse è soltanto una bugia.
Dobbiamo fare attenzione a non scambiare la realtà dei fatti, che esistono, nudi e crudi, e che resistono al trasformazione, con la verità.
Perché la verità potrebbe essere non solo quello che si potrebbe fare – per cambiare – ma persino quello che si deve fare,  per un mondo più giusto di quello che al momento c’è, o che c’è sempre stato.
Che se poi il capitalismo al tempo di Benjamin, come fa osservare Della Loggia,  non è esattamente il capitalismo che c’è ora,  su questo siamo tutti perfettamente d’accordo: è senza alcun dubbio molto più raffinato e subdolo, e come ogni seria malattia non curata è a dir poco peggiorato.  Più simile a un incubo che al sogno del paese del Bengodi.  
Anche di questo forse Della Loggia non si rende conto? e non è un caso che “si sappia” (e se lo sa lui allora dev’essere vero? grazie per averci informato) che l’idealismo sia stato abbandonato da tempo. E che se non fosse per Marx, non  ci sarebbe nel mondo l’impiccio della lotta politico-ideologica. Nel qual caso allora sì che il mondo sarebbe una bella favola, o un sogno meraviglioso?
Ma non c’è come fare un’affermazione di questo tipo per constatare come questa non sia che una faccia della stessa medaglia, e come conduca seco il suo contrario. Ossia che: se non possiamo credere nelle possibilità di cambiamento, e lottare e lavorare perché si avveri e manifesti un mondo più giusto, per cosa viviamo a fare? Che senso avrebbe tutto questo vivacchiare senza coraggio?
Conclude con il consiglio di non montarci la testa.
Va bene, consiglio accolto, purché d’altro canto si accolga il consiglio di non mettere sempre la testa nella sabbia come gli struzzi, prima ancora che il mondo si disertifichi per intero. E che non si ascoltino le parole degli altri sempre e soltanto con le solite orecchie da mercante. Forse anche un po’ pelose.

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3 risposte a le solite orecchie da mercante

  1. Anch’io ho rebloggato per la prima volta con il tuo di articolo – quello su ‘insieme o da soli’, che in fondo introduce a suo modo le considerazioni del tuo post. Perché avevo pensato per diversi giorni, dopo aver ascoltato Alaska, che avrei voluto parlarne come hai fatto tu. Qualche volta ho ripreso qualche articolo senza troppi commenti perché mi sembrava comunque di far circolare qualcosa che sollecitava. E poi la cosa rode e ti lavora dentro fino a quando un mezzo pensiero ce lo fai e scrivi qualcosa di tuo. Come hai fatto tu con questo post che mi vien voglia di rebloggare di nuovo. Credo che Graeber abbia ragione quando dice che l’idea che la moneta (l’astrazione del sistema finanziario) nasca dal baratto è una bufala. E il suo libro ‘Debt’ sembra essere stato largamente accreditato dagli antropologi. di regola, ci dicono, nella comunità c’era il dono, ovvero la circolazione e ridistribuzione dei beni e quindi un’idea sì di ‘debito’ ma ben diversa da quella che va poi affermandosi con la quantificazione economica e la nascita del denaro in Egitto e in Mesopotamia. Anche Benveniste sostiene che il baratto fosse un eccezione, al massimo la forma ritualizzata dell’incontro con l’hostis, con lo straniero. La moneta (e quindi un’idea quantificata di debito ) l’avrebbero invece inventata i primi Stati. Graeber, da antropologo, cerca di ricostruire questo passaggio. «Se si dà a qualcuno un maiale e in cambio si riceve soltanto qualche gallina, si potrebbe dire di aver a che fare con uno spilorcio, e schernirlo per questo; ma è improbabile che si riesca ad elaborare una formula matematica per misurare questa semplice percezione soggettiva. Ma se qualcuno colpisce il vostro occhio in un combattimento, o uccide vostro fratello, è in casi come questi che si comincia a dire “l’usanza prevede una compensazione di ventisette cavalle sane della migliore razza, e se non sono sane e della migliore razza, questo significa guerra!”.(…) Il denaro, nel senso di un esatto equivalente, sembra emergere da situazioni come queste, ma anche dalla guerra e dal saccheggio, dalla distribuzione del bottino, dalla schiavitù.(…)Ma una volta compreso che tasse e denaro cominciarono a diffondersi con la guerra, diventa più semplice capire cosa accadde realmente. Si tratta di una regola ben nota ai mafiosi. Se si vuole instaurare un rapporto di estorsione violenta, di potere assoluto, e quindi trasformarlo in qualcosa di “morale” – facendo addirittura sembrare che siano le vittime a doversi vergognare – quello che si deve fare è trasformare questo rapporto in uno fondato sul debito: “mi devi parecchio, ma per ora ti concedo ancora un po’ di tempo…”. Molti esseri umani nella storia devono aver sentito parole del genere dai loro creditori. Il punto cruciale è: che altra risposta potresti dare se non “aspetta un attimo, chi deve cosa a chi”? E naturalmente per migliaia di anni è precisamente questo che hanno detto le vittime; ma nel momento stesso in cui lo facevano, utilizzavano il linguaggio dei loro governanti, ed ammettevano quindi che debito e moralità erano davvero la stessa cosa. Era questa la situazione che teneva in scacco i pensatori religiosi, e fu per questo che, prendendo le mosse dal linguaggio del debito, essi cercarono di rigirarlo e di traformarlo in qualcos’altro.» Questo passaggio è tratto da un’intervista a Graeber che trovate qui: e che merita la lettura.
    Forse è la volta buona e mi metterò a studiare ‘Debt’.

    Intanto, che dici, rebloggo? Faccio circolare? E poi (con calma) lascio che la cosa lavori e ci penso su…?

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    • rozmilla ha detto:

      ma certo, Fabrice, lo puoi fare (a tuo rischio e pericolo 😉 ) non c’era bisogno di chiederlo …
      Debt non lo conosco. Ma già la Weil aveva osservato come le grandi ricchezze sono state accumulate per mezzo della rapina. E che il diritto romano è stato creato appunto per legittimare i frutti della rapina.
      In fondo al commento, scrivi di “un’intervista a Graeber che trovate qui: e che merita la lettura” : ma forse ti sei dimenticato di mettere il link.
      Mi piacerebbe leggerla.
      Ciao

      ps: ho appena visto che l’hai pubblicata ieri. bene, la leggerò con attenzione.
      http://quelcherestadelmondo.wordpress.com/2012/04/19/intervista-sul-debito-a-david-graeber/

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  2. Reblogged this on quel che resta del mondo and commented:
    In dialogo con Rozmilla…

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