tutto il dolore del mondo

Tutti noi, intuitivamente, sappiamo cosa sia il male. Facciamo esperienza del male fisico, innanzitutto, in modo immediato e basilare, e  del male come sensazione di mancanza del bene, o benessere, che desideriamo raggiungere per colmarne l’assenza, la distanza che ci separa.

Ma a voler guardare le cose un po’ più per il sottile, tramite la parola “male” il linguaggio intende cose molto diverse, e ci servirebbero molti più vocaboli per designare un concetto di simile portata. Centinaia.
Ad esempio, la lingua tedesca distingue per lo meno tra Böse e Übel. Böse essendo il male cattivo e Übel il male incidentale, della malattia, ecc.. “Er ist böse” significa “è cattivo”, e Übelkeit “un malessere”. L’uso però non rispetta sempre le definizioni, e si dice per esempio, “übel Nachrede” per “maldicenza”, o “es sieht böse aus”, “ha un brutto aspetto”, alla vista di una ferita infettata. Lo stesso per schlecht e schlimm. Tuttavia la distinzione resterebbe valida tra male fisico e male morale, ed equivarrebbe a dissociare il male dai mali: da un lato la colpa, il peccato, la perversità, l’odio, il crimine, ecc., dall’altro la malattia, la sofferenza, l’incidente, la difformità, la vecchiaia, ecc..  Al punto che alcuni vorrebbero separare completamente la malvagità e la sofferenza, contrapporli in una sorta di economia di compensazione. E non dubito che sarebbe quasi consolante poter fare questa distinzione – netta – se il male subito non apparisse come lo specchio appannato del male agito, o in atto, e non formassero insieme un nesso inestricabile. Il male è soffrire, ed è far soffrire. Il male è invasivo e pervasivo. Hanna Arent lo descrive come un fungo che invade e devasta la superficie del mondo.

I due principi di bene e male, ripresi insieme e all’ingrosso, sembrerebbero formare un tutt’uno, come ogni categoria di opposti – luce e buio, caldo e freddo, amore e odio. I cinesi lo hanno espresso mirabilmente con il concetto di Yin, il principio oscuro, e Yang, il principio luminoso.  Osservando come le cose procedono in natura, avrebbero dedotto che quando cresce l’uno, l’altro cala, in un processo incessante di tensione dialogica, così che quando l’uno è al massimo dell’espansione si dovrebbe capovolgere inevitabilmente nel suo opposto, o l’altro “risalire dal basso” – pulsioni di vita e di morte che si susseguono ininterrottamente, intrecciate in un macabra danza. Per quanto il male non sarebbe il principiò oscuro in senso assoluto, quanto piuttosto l’eccesso di un principio sull’altro, la perdita di equilibrio e armonia fra gli opposti.

In modo non troppo diverso, anche se ancor più da brivido, per san Tommaso ci sarebbe una necessità del male, se non addirittura una utilità del male, che spingerebbe il bene a schiudersi e trionfare.
Il condizionale è d’obbligo, perché purtroppo temo che questa visione delle cose sia persino ottimista, e poco realista, in generale quando osservo che non sempre le cose procedono in tal senso. Quasi mai.
E in particolare quando si considerino situazioni di talora impreviste e intense condizioni di sofferenza fisica o psicologica, di cui non si vede un termine presumibile. Condizioni che suscitano una situazione di malessere e sgomento profondo.

Simon Weil ne ha parlato avvalendosi della parola “malheur” , composta da mal (cattivo, funesto, mortale) e heur (presagio sorte) e traducibile con sventura.
“Il grande enigma della vita umana” scrive la Weil, “non è la sofferenza, è la sventura. Non c’è da stupirsi che degli innocenti siano uccisi, torturati, ridotti in schiavitù, chiusi in campi di concentramento o in carcere, dal momento che esistono i criminali capaci di tali azioni. (…) Ma c’è da stupirsi che Dio abbia dato alla sventura il potere di afferrare l’anima degli innocenti e di appropriarsene da padrona assoluta”.
Un simile potere rende il malheur un dimensione ultimamente enigmatica ed indefinibile sul piano concettuale; di tale forza l’uomo può solo percepire gli effetti, che si verificano indipendentemente dal suo volere. È l’inferno su questa terra, e chiunque abbia provocato una sofferenza così grande, a causa di guerre, crimini, conquiste, porta la responsabilità di un male irrimediabile.

Ma anche per la Weil il malheur, la sventura, può tramutarsi in bonheur, in felicità. Questa trasformazione alchemica può realizzarsi, in casi rari, ma non è affatto detto né scontato che le cose vadano così: fra i motivi della delicata sensibilità con cui la Weil ha trattato il tema della sventura, vi è la partecipe comprensione della sofferenza inutile, che distrugge nello sventurato ogni dignità e ogni stima di sé, e per la quale non vi è alcuna riparazione possibile. Tuttavia, al tempo stesso, rimane aperto uno spiraglio per la speranza: è la possibilità di passaggio dal malheur al bonheur, è il varco che la capacità d’amare, nonostante l’odio e il risentimento che lo sventurato si porta dentro, lascia aperto per il passaggio della “grazia”.
Che questo passaggio sia rischioso, raro e difficile, lo dimostra il fatto che, per lo più, chi subisce il male tende a trasmetterlo, a difendersi dalla sofferenza che patisce facendo a sua volta del male agli altri, come sperasse di liberarsene: ma, in questo modo, il male si propaga e il gioco pendolare della violenza non ha fine.
“Ma non si può parlare di vera sventura se non sussiste una decadenza sociale, sotto una forma qualsiasi, o anche il timore di tale decadenza”, dice ancora la Weil. Il malheur è una condizione che investe tutta la storia umana, senza distinzioni né ideologiche né sociologiche.

Ma come si collocano nell’uomo – come portatore, sperimentatore e conoscitore – il bene e male?
Nel “La religione nei limiti della semplice ragione” nel primo libro  “Della coesistenza del principio cattivo col buono o del male radicale nella natura umana”, senza grandi giustificazioni, quasi fosse un dato dell’esperienza, Kant sostiene la tesi che l’uomo è cattivo per natura. E il cattivo, l’Hang zum Bösen, non può non fare il male, anche se teoricamente non è necessitato – poiché se é nella natura del lupo di di divorare l’agnello, non é nella natura del killer di ammazzare il suo simile.  Ovvero Kant afferma il male come qualcosa di universale e radicato nella libertà di ogni uomo, ma esclude che l’uomo possa essere indifferente, né che possa essere sia buono che cattivo, o per certi versi buono e per certi versi cattivo.
Non può essere “né buono né cattivo” perché, o si determina conformemente all’originaria disposizione al bene che è in lui e allora è buono, o resiste e si determina secondo gli impulsi sensibili ed allora è cattivo. Non può essere buono e cattivo, perché ciò implicherebbe l’esistenza di massime contraddittorie.
Quindi, a differenza di Sant’Agostino, per il quale il male sarebbe semplice negatività e assenza di bene, con Kant fa capolino una tesi nuova nella storia della filosofia, quella della realtà positiva del male pur nella sua negatività.
Dire che l’uomo è cattivo per natura significa affermare che esiste nell’uomo una tendenza al male, una sorta di perversità, che riguarda il modo dell’agire umano, e che risulta incomprensibile riguardo l’origine.

È evidente che soltanto in una società umana si formano e si danno i concetti di bene e male. Al grado zero di consapevolezza e socialità non ci sarebbero i relativi concetti e giudizi di bene e male, e tutto sarebbe indifferentemente buono e cattivo nello stesso tempo, necessario alla natura come la vita e la morte. La natura non si cura della moralità, procede per il suo corso, indifferentemente, incurante dei destini individuali.

Forse quello che per Kant poteva risultare incomprensibile riguardo alla sua origine – l’origine del male – potrebbe essere spiegato purtroppo molto facilmente, osservando che essendo anche l’uomo costitutivamente parte della natura,  il suo modo di essere non esula né può staccarsi spontaneamente dal modo di essere e operare della natura.

Una fiera non può scegliere di non andare a caccia e sbranare la gazzella, nella prateria, per soddisfare il suo bisogno e la sua fame, per mantenersi in vita: la morte di un essere vivente in natura permette ad altri due di sopravvivere. La vita si nutre della morte, nelle prateria come nelle profondità del mare. Eppure non diremmo mai che la fiera è cattiva o crudele perché sbrana la gazzella. Esattamente come non diremmo di noi stessi di essere cattivi e crudeli quando compriamo una bistecca al supermercato. Ma a ben guardare non vedo come l’azione compiuta nella prateria possa essere affatto diversa da quella compiuta al supermercato – così come molteplici modalità dell’agire umano che non ci sogneremmo di bollare come crudeli e cattive, benché si muovano pur sempre sullo sfondo della necessità di sopravvivere, e di sopravvivere meglio, nel soddisfare i propri bisogni e colmare la distanza far la mancanza e il raggiungimento dello scopo. Di uno scopo, quale che sia.

La differenza fra l’uomo e la fiera, però, è che l’uomo, se volesse, o almeno fino ad un certo punto e per gradi successivi, potrebbe scegliere, e scegliere di darsi altri scopi. Nel senso che potrebbe essere determinato non soltanto dalla necessità, ma dalla libertà di scegliere di fare o non fare, o fare altrimenti, nonostante quello che Kant chiamava “male radicale”, che certamente è radicato in ogni uomo in forza della sua biologia. Forza biologica che non può essere elusa spontaneamente, ma che l’uomo potrebbe per lo meno mitigare, scegliendo di farlo.
La somma enorme, atroce, crescente dei mali sarebbe fortemente alleggerita se si togliesse la quantità dovuta al Böse Herz, alla cattiveria – il martirio che il simile infligge al simile, nonché le devastazioni causate dall’uomo all’ambiente naturale. Se si potesse eliminare l’homo homini lupus, lo scandalo sarebbe ammorbidito, la parola “male” potrebbe quasi sparire, se non come sinonimo di incidente e malattia.

La più grande sventura dell’essere umano, a parer mio, è sapere di fare il male, e di non volere o non riuscire a fare altrimenti. Sapere di essere incatenati dalla necessità biologica, e sociale, da quel malheur invasivo e pervasivo, a perpetuare il malessere diffuso e generale, il cui denominatore comune è la morte.
Forse è per questo motivo che, diversamente da Kant, per Hanna Arendt “il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo”, e non possiede “né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale.”

Il male è l’ovvietà, è il già dato, il facile, il necessario, il non pensato, il superficiale, l’incoscienza, l’ignoranza, l’inconsapevole, l’inevitabile, l’ingiustificabile. Il male si dà da sé, arriva e va, viene e torna, imperversa e c’è, semplicemente ovunque.  Solo il bene può essere scelto e cercato. Faticosamente  amato.

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2 risposte a tutto il dolore del mondo

  1. complimenti… davvero…

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  2. LexMat ha detto:

    Mi sono permesso di ripostarlo sul mio Blog:
    http://lexmat.blogspot.it/2014/01/tutto-il-dolore-del-mondo.html

    Molto bello, ti ringrazio.
    LexMat

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