palla di pelle di pollo

 

L’amico Francesco tempo fa aveva scritto che “bisogna trattare le persone, non per quello che sono, ma per quello che potrebbero essere” .
Questo significa che benché non possiamo sapere come le persone effettivamente si evolveranno – o nel caso ci rivolgiamo a loro, come ci risponderanno – bisognerebbe trattare ogni persona come un meraviglioso scrigno di tesori e possibilità. Far loro credito, insomma. Credere che possano essere gentili, cortesi, sensibili, intelligenti, benevolenti, modesti, umili, generosi, buoni, eccetera eccetera; che abbiano in sé, come possibilità, tutte le doti e i talenti migliori e che avranno buone probabilità  esprimerli e svilupparli.

 

 

E se ciò vale per ogni persona, ancor più dovrebbe valere per ogni bambino, che è “un principe della luce”, come sosteneva Marcello Bernardi* – che però proseguiva dicendo che “con l’educazione diventa una sorta di cretino”.
Colpisce la nota amara di questo aforisma, che non era nemmeno di Bernardi ma di un pedagogo olandese  di cui purtroppo non ci rende noto il nome. Rileggiamolo per intero.
“Ogni bambino è un principe della luce che con l’educazione diventa una sorta di cretino.”

Purtroppo è una nota amara e leggermente ambigua. E non solo per il fatto che a causa dell’educazione, o per mille altri motivi ognuno di noi potrebbe correre il rischio di trasformarsi in una sorta di cretino, e se non sarà a causa dell’educazione, sarà la dis-educazione o qualcos’altro; ma anche perché quel “principe della luce” – non so voi – ma a me ricorda tanto il diavoletto luciferino. Difatti mi è difficile credere che persino un innocente e tenero bambino sia un candido e incontaminato angioletto. E’ difficile da spiegare, in due parole,  ma ho proprio l’impressione che sarebbe troppo comodo, e poco realistico crederlo.

 Ho sempre avuto delle riserve verso il mito del buon selvaggio, per la qual cosa un uomo non civilizzato sarebbe “buono”, e apprenderebbe ad essere malvagio e a comportarsi di conseguenza, solo perché è stato a stretto contatto della civiltà. Potrebbe essere, ma, a parte il fatto che un tale uomo selvaggio sarebbe alquanto raro e ininfluente la sua esistenza nella società, che è ciò che ci preme; e a parte il fatto che un educatore non si trova quasi mai nella condizione di dover educare un buon selvaggio, molto più spesso di quanto sembri un educatore ha a che fare con dei selvaggi e niente di più. Se non persino con dei selvaggi difesi a spada tratta da famiglie di selvaggi. Se non persino è un selvaggio – o potrebbe esserlo – anche l’educatore. Nel qual caso si ha l’en plein di selvaggina – così che la si può cucinare in salmì, sbranandola poi avidamente con le mani – anziché con le posate – e col sugo che cola fin giù sui piedi nudi. Come si conviene ad ogni abituale abitatore della foresta.

Così, facciamola breve, e ammettiamo che è più probabile che ciò che ognuno di noi potrebbe essere o diventare, potrebbe contemplare  in vari gradi sia il chiaro come l’oscuro, la luce come il buio, il bello come il brutto.
Ma allora, come succede, e come è possibile – se è possibile e se lo si vuole – sviluppare e consolidare maggiormente gli aspetti luminosi rispetto a quelli oscuri?
E quanta parte di responsabilità e possibilità ha un educatore di far emergere gli uni anziché gli opposti aspetti?
Ma anche: quanta parte di responsabilità ha lo stesso selvaggio – che magari non è esattamente e del tutto “buono” – di far emergere da sé questo o quel altro aspetto? Proprio nessuna?

Anche perché a questo punto sorge un altro problema – ontologico – attorno all’essere e al poter essere. Perché se l’effetto superasse la causa, sarebbe presente nella causa un quantum inesistente che acquisterebbe esistenza nell’effetto. Ma come può l’ens provenire dal non-ens? Forse, come la statua, già contenuta nel blocco di pietra, è rivelata dallo scultore, così l’attività causale si limita a generare l’azione grazie alla quale un effetto si manifesta, dando l’illusione che esso esista soltanto nel momento presente, attuale. Mentre forse era pre-esistente. Ma mi rendo conto che è impossibile essere certi dell’una o l’altra cosa. E forse le due cose capitano nello stesso momento – o come diceva Forrest Gump: non so se ognuno abbia il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro a caso come da una brezza… Consideriamo inoltre che nessuno di noi è una statua di marmo,  ma siamo per lo più flessibili e malleabili, condizionabili e de-condizionabili, trasformabili e rimodellabili, almeno finché siamo in vita.

Si sa, nel senso che è stato abbondantemente provato, che al di là del substrato fisico e materico, in sostanza tutto ciò che ognuno di noi ha avuto in sorte per nascita tramite il bagaglio genetico,  oltre al contesto  familiare e sociale in cui ci troviamo a vivere, i primi anni di vita incidono sulla formazione del carattere e sul temperamento di ogni individuo.
E si sa anche che a volte, e purtroppo, non incidono molto bene. 
Ma come accade questo? Com’è possibile che il capitale più importante, quello umano, possa venire trascurato, o molto spesso non adeguatamente curato? E che poi,  nemmeno nei vari cicli e anni scolastici si riesca sempre a rimediare? O correggere? Al punto che spesso gli unici errori che si riescono a correggere sono quelli grammaticali? O le tabelline? O le declinazioni latine?

Siamo tutti abbastanza convinti, o desidereremmo, credo, che lo scopo dell’educazione non sia, come direbbe Marcuse (criticandola ovviamente), di fare in modo che l’individuo viva liberamente la propria mancanza di libertà, ma sia quello di far evolvere un individuo verso la propria realizzazione, in modo di essere una persona felice, e in grado di rendere felice la propria e l’altrui esistenza.
Bernardi ha naturalmente individuato nell’infanzia il momento adatto per intervenire, in quanto in una società adulta ormai i giochi sono fatti e le opportunità di cambiamento sarebbero impossibili, secondo lui, se non in casi isolati.
D’altro canto – dico io –  se ogni uomo è un’isola, ogni uomo lo potrebbe fare, se appena lo volesse.

Però per Bernardi “bisogna fare in modo che ogni persona, anche in età infantile, sia libera di essere ciò che è, e non subisca quel processo di smantellamento della libertà a cui tutti continuiamo ad essere sottoposti”.
Essere ciò che si è – dice.
La libertà di essere ciò che si è, come ho già accennato, è un concetto che non mi pare ancora abbastanza chiaro. Perché potrebbe darsi benissimo che qualcuno sia un perfetto ignorante che rivendichi la libertà di essere un perfetto ignorante. Ma che genere di libertà sarebbe, mi chiedo, quella di perseverare nell’essere un perfetto ignorante? Risposta: la libertà di essere un perfetto ignorante, ovvio, che è come il serpente che si morde la coda. E chissà se il serpente è davvero felice mentre si morde la coda.

No, ogni educazione,  e soprattutto l’educazione che intende Bernardi – non ci son dubbi – si pone l’obbiettivo che un individuo possa sviluppare il meglio di sé, delle sue potenzialità, delle sue possibilità. Ma si suppone che anche l’educando debba fare qualche sforzo per svilupparle ed evolversi.
Così anche un educatore agisce, fa i suoi sforzi in linea con delle più o meno variabili scelte pedagogiche e metodologiche, giuste o sbagliate e supportate dall’esperienza, e si assume le sue responsabilità. Nessun educatore però, per quanto bravo, foss’anche un genio, raggiunge al 100% il suo scopo. Con tutta la buona volontà, c’è sempre qualcosa, o anche più,  che sfugge, qualcosa che va storto, qualcosa che non va a buon fine. L’imponderabile?

 

 

Quando avevo i bimbi piccoli, fin dalla scuola elementare ho assistito al rimpallo delle responsabilità fra genitori e insegnanti. Ma era anche molto di moda gettare la responsabilità in toto sulla “società”. Una fantasmatica società, visto che era sempre “altro” da sé, ed ognuno accusandola, se ne tirava fuori. Come non ne facesse parte.
Però, in questo gioco del rimpallo delle responsabilità, i bambini erano per lo più esclusi. Se non facevano i compiti la colpa era dei genitori che non si erano impegnati a farglieli eseguire. Se non riuscivano a fare i compiti, la colpa era della maestra che li aveva dati troppo difficili o era incompetente.  E così via. Notare che ai tempi si parlava persino di “colpa”, invece che di responsabilità. Ma in ogni caso molto spesso i bambini erano esenti. Restavano in un beato limbo, o divina bambagia,  a guardar genitori e insegnanti rimpallarsi fra loro la palla di pelle di pollo fatta d’Apelle figlio d’Apollo, della colpa-responsabilità. E mentre gli antagonisti si contendevano la palla – appiccicosa,  e che passata di mano in mano finiva per puzzare – i pesciolini venivano  a galla e stavano a guardare 🙂

Eh sì, perché loro – poverini – erano (sono) piccoli, e non avevano (hanno) alcuna responsabilità. Al limite solo piccole, piccolissime, microscopiche responsabilità. Ad esempio quella di schiacciare i tasti del telecomando così da starsene ore e ore a guardarsi la televisione, e a bersi le imbecillità propinate da redattori, editori, e pubblicitari imbecilli, mentre mamma e papà sono al lavoro e la nonna fa troppa fatica a vietarglielo, o a trovargli di meglio da fare, che così stanno buoni buoni e inebetiti, e lei può continuare le sue inebetite faccende indisturbata.
Dopo i tasti della televisione, ovviamente un po’ più in là è cominciata la responsabilità di schiacciare i tasti del telefono e poi quelli dei cellulari. E anche lì, chi glielo poteva vietare, dal momento che la loro non-responsabilità, scambiata per libertà, era ormai diventata un granitico, monolitico must?
Anche se a quel punto erano già grandicelli. Ma pur se grandicelli, si sa che son ragazzi – come si dice. E la responsabilità veniva di volta in volta procrastinata a tempo indeterminato. Ma fino a quando?

Fino a quando cominciano ad accorgersi – arriva il punto in cui anche i malcapitati si accorgono che c’è qualcosa che non va – che hanno sprecato un mare di tempo della loro vita in cose apparentemente divertenti, ma sostanzialmente superflue e poco utili al fine della propria e altrui felicità. E che non sono cresciuti. O che sono cresciuti male. Il loro carattere declina fra l’incostanza, arrendevolezza e la commiserazione; e la loro dis-educazione, formatasi col prezioso supporto di mamma televisione, li ha resi potenzialmente passivi, ma pronti alla bisogna a far uso dell’invettiva e dell’accusa, come hanno imparato dai talk-show, dove si può dire qualsiasi cosa. Non si sono impegnati abbastanza nello studio, perché magari è più divertente andare in discoteca, o cose così. Le relazioni, compreso quelle affettive – con amici, compagni, parenti – sono pessime, sempre a causa del brutto carattere e della difficoltà di adattamento, affetti come sono da un’impazienza appresa dagli scaffali dei supermercati, dove basta allungare la mano e si ottiene tutto e subito. E dove si può dire tutto, ed essere scortesi e volgari. In compenso sono molto attenti alla cura dell’abbigliamento più à la page, non hanno un capello fuori posto, ma per lo più agghindato e colorato nelle più luminose nuance, ed emanano preziosi nonché costosi effluvi profumati – o fetidi, a seconda di chi è costretto a subirli. Ma quest’ultime non sono che bazzecole, poiché, condizionati dalle pubblicità hanno ingurgitato montagne di cibi spazzatura e la loro salute non è buona. In realtà cominciano persino a sviluppare malattie psicosomatiche a causa del loro sentirsi inadeguati e incapaci a vivere nel mondo.

Il mondo non è facile. Non come una passeggiata sul lungomare – come diceva un altro mio amico tempo fa. Nascendo veniamo “gettati” in questo mondo, che somiglia più a una giungla che a un paradiso.
E può darsi che per qualcuno le condizioni fin dall’inizio non fossero né ideali né idilliache, e che le cose non siano andate tutte nel migliore dei modi. Qualcuno ha avuto genitori distratti, altri insegnanti odiosi che non hanno creduto né avuto fiducia in loro, e nessuno di quegli adulti è riuscito ad influire favorevolmente sulla loro crescita. Praticamente: un disastro.

Trovandosi allora in tale situazione disastrosa, la cosa più facile da fare, la più istintiva, è fare il gioco del rimpallo delle responsabilità, se non delle colpe, come han sempre visto fare fra genitori ed insegnanti quand’erano bambini – cosa che hanno imparato bene per la nota proprietà imitativa – e rigettare sul mondo intero la responsabilità di questa catastrofe.
Ma sapete il mondo cosa fa? Il mondo non è scemo e gliela rilancia indietro.
– Ora la palla è tua, amico mio – gli dice.

Così, qualsiasi siano i modi in cui sono andate le cose, nel mezzo del cammin di nostra vita ci ritroviamo in una selva oscura; e cammina cammina si arriva al punto che guardandosi finalmente allo specchio, di fronte ad un tale disastro – come sopra – si hanno ancora tre possibilità di scelta:
1. assistere;
2. fuggire;
3. assumersi la propria responsabilità, ovvero la responsabilità della propria educazione e trasformazione. E questo significa diventare ed essere adulti.

Perché non ci sarà nessuno che potrà farlo al nostro proprio posto. Perché se vogliamo essere gentili, cortesi, sensibili, intelligenti, benevolenti, modesti, umili, eccetera eccetera, e in una parola, felici,  dipende solo e soltanto da noi stessi. Cosa e chi vogliamo essere – per quel che resta del mondo.

 

 

 

Quale scegli? La busta numero uno, la due o la tre?
Nonostante tutto,  potrebbe andar male ancora, perché anche questa volta qualcuno potrebbe scegliere la busta uno o la due. Ma non sarebbe che una ricaduta, e ricomincerebbe tutto daccapo come sempre. Come il famoso serpente che si morde la coda.

– Ma qualcuno ha mai chiesto al serpente che si morde la coda se è felice? E se sì,  cosa ha risposto?
– Non può rispondere perché ha la coda in bocca 🙂
– Non starà  riflettendo?
– Speriamo bene …

 

 

*nota: Marcello Bernardi , pediatra di professione ma pedagogista per passione, è stato per decenni il referente italiano di quella pedagogia radicale rappresentata negli USA da Ivan Illich e da Paulo Freire – mentre, storicamente, lo è stata da Godwin in Inghilterra, Leone Tolstoj in Russia e da Francisco Ferrer in Spagna.

Immagini: “Niña con Paloma”,  “Acrobata sul pallone” e “Paloma”,  di Pablo Picasso.
La foto, del fior di loto, è di
B&WBEARS

 

 

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2 risposte a palla di pelle di pollo

  1. Francesco ha detto:

    Prendere in carico la propria educazione, tu dici.
    Sono d’accordo, ma non è così facile. Nel senso che farsi carico della propria educazione, da adulti, comporta il fatto di ricoprire al contempo due ruoli: quello dell’insegnante e quello del discepolo. Ruoli che il nostro immaginario ci suggerisce essere separati. Ora, possiamo ipotizzare che la separazione dei ruoli è una cosa inevitabile nell’età infantile, mentre è una opportunità che rientra nelle potenzialità dell’adulto?
    Penso di si. Ma ho l’impressione, comunque, che l’autoeducazione, una volta grandi, sia purtroppo solo una forma di compensazione che mai potrà colmare le lacune che si sono formate nell’infanzia a causa di tutto quello che tu così chiaramente hai elencato.
    Non ci sono alternative però. Per cui, anche se non riusciremo mai a recuperare totalmente ciò che è andato perduto, bisogna fare di tutto per salvare il salvabile.
    Facile a dirsi, più difficile a realizzarsi. Ma tant’è..

    Un abbraccio,
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      No, non è così facile. E anche se sarei figlia del “non è mai troppo tardi”, o figlia dell’educazione permanente, ammetto che “non è ancora troppo tardi” è più realistico.
      Entro certi limiti, e per certi aspetti, si potrebbe sempre, in teoria, o ancora far qualcosa, ma l’imprimatur avviene in tenera età, e la “formazione” negli anni seguenti. In seguito, come dici, si possono fare aggiustamenti, o innesti (trovo molto interessante anche la tecnica dell’innesto di rami nuovi su rami vecchi).
      Ho notato però che alcuni ragazzi, quando cerchiamo di far aprire le loro menti nei tempi regolamentari, sono ancora troppo acerbi (e questo può essere dovuto a una metodologia che pretende che tutti imparino nelle stesso modo e negli stessi tempi), e che a volte magari hanno un “risveglio” un po’ più in là negli anni. Quando però, come dici, per certi versi può essere tardi: perché a quel punto non tutti hanno abbastanza tempo da dedicarsi, e magari hanno già dei minori di cui occuparsi a loro volta.

      C’è poi l’aspetto del ruolo che si è disposti ad assumere – di discepolo o di maestro.
      Per la mia esperienza, potrei dire che dal momento in cui si apprende il modo di essere discepoli, ossia si riconosce di aver bisogno di imparare e ci si dispone ad accogliere l’insegnamento, che in soldoni significa dare fiducia ad altro da sé, che è il primo passo, e che recide alla radice la selvatichezza (questo è un modo di dire cinese), credo che si possa sempre disporsi in tal modo, in qualsiasi età. E forse si può essere maestri rispetto a qualcuno e discepoli rispetto a qualcun altro.
      Senza contare che è la vita stessa a dare le sue lezioni, purché si sia disposti ad impararle, a rispondere nel modo più opportuno. Ma non solo: il mio insegnante di yoga ci diceva sempre che il dolore è il più grande maestro, come s’impara quasi soltanto dagli errori fatti.
      Nel post sottolineavo soprattutto che sarebbe un buon punto di ripartenza, smetterla di rigettare la responsabilità di qualsiasi cosa sul mondo esterno, sulla famiglia o la società (anche se di certo ne ha), e accettare il fatto di essere in gran parte gli artefici di se stessi, della propria vita.
      grazie Francesco,
      un saluto e un abbraccio
      ciao

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