il foglio-mondo

 

 

 

Foglio-mondo è un’espressione di Charles Sanders Peirce – padre del pragmatismo americano e della semiotica, uno dei più grandi geni della filosofia –  che l’ha usata forse una sola volta nei suoi scritti.
The word sheet. Che cos’è il foglio-mondo per Pierce?

 

Per introdurci nella questione possiamo ricordare una frase caratteristica che è alla base non solo della sua visione della logica, ma della sua filosofia complessiva.
Dice una volta Peirce che “anche la più semplice delle inferenze comporta, ha dentro di sé, una filosofia dell’universo”.

È una frase di una portata straordinaria e,  se la si intende propriamente nelle sue ragioni e sviluppi che potrebbe avere nel pensiero,  abbastanza critica nei confronti della logica che si limiti agli aspetti tecnici e diciplinari.
Non c’è in Peirce lo studio della logica e dell’inferenza umana che presenti il ragionamento da una parte e il mondo da un’altra parte, come la maggioranza dei logici ha l’aria di pensare, o di non pensare, o di assumere come un dato di fatto a-problematico. No, ogni elemento interno ai procedimenti logici, ogni parte di questo procedimento è già implicitamente una visione sul mondo, un modo di intendere il mondo, una scrittura di mondo, quindi è già una cosmologia, qualcosa che dà senso, che suppone un senso, presume un senso, invoca un senso del mondo.

Ecco perché in Peirce l’indagine sulla logica – oltre a collegarsi strettamente alla filosofia dell’universo, alla cosmologia, quella che ha sviluppato soprattutto negli ultimi anni della sua vita – sta nelle scienze normative, che è un modo di intendere la logica che va in rotta di collisione con tutte le maniere di intendere la logica nelle nostre università, nelle università americane e inglesi in modo particolare, cioè come una disciplina formale o formale-matematica dell’inferenza, e sostanzialmente come un calcolo,  un calcolo molto raffinato.

No, la logica di Peirce fa parte dell’etica, appartiene alle scienze normative, è un luogo che si collega con l’estetica e con la morale. E quindi è qualche cosa che formalizza, analizza, discrimina le forme del comportamento, ma in quanto esse sono già iscritte dentro una sensibilità, un’estetica originaria, cioè un originario mediare del senso nei confronti del mondo, e quindi qualcosa di estetico in senso profondo – ed estetico nel senso della scienza e dell’arte eccetera.  E poiché precisa i modi della condotta, li offre ad una scelta etica.

Si può fare questo perché abbiamo la capacità di farlo. Ma: è legittimo farlo? ha senso? è il tipo di risposta al senso cosmologico dell’esistenza umana che sia ultimativamente davvero razionale?
Qui la razionalità non è affidata alla pura inferenza o alla pura logica formale, ma la razionalità ultima è affidata alla condotta. Alle conseguenze dell’umana condotta.
Detto in modo banale, ma efficace, se le conseguenze della condotta sono buone, la condotta è razionale; se non sono buone, non c’è nessun ragionamento formalmente corretto che giustificherà conseguenze non buone.

 

 

Ora dobbiamo un po’ allargare la proposizione da cui siamo partiti – “la più semplice delle inferenze comporta, ha dentro di sé, una filosofia dell’universo” – perché anche il più semplice grafo lo comporta, e per grafo s’intende il più semplice gesto, traccia, segno: tutti hanno implicitamente, per lo meno implicitamente, un senso cosmico.

 

 

Perché non c’è incisione, non c’è grafo, non c’è traccia, che non stabilisca subito delle coordinate, che non dica subito qua e là, o come diceva Kant, che non dica subito destra e sinistra, che non stabilisca una mappa, un orientamento, un orizzonte.
E che non abbia dentro di sé un orientamento e un disegno del mondo, un orientamento come ordine possibile del mondo e nel mondo – che sono la stessa cosa perché l’ordine possibile del mondo lo si scopre e lo si esplicita via via  nel mondo. Ovvero: è la mia risposta che razionalizza il mondo, ed è il mondo che accoglie la mia risposta, oppure che la seleziona – come direbbe Darwin, poiché si rende disponibile a quell’orientamento che ne delimita l’errore, che ne matura i limiti e la fine.

 

 

Il lavoro di Peirce riguardava anche il grande tema dei grafi esistenziali. I grafi esistenziali sono quei segni che noi tracciamo su una pagina, proprio letteralmente sulla pagina, in quanto questi segni determinano l’esistenza del mondo che appare in quella pagina. E allora: ogni foglio un mondo.
Se prendo un foglio bianco e faccio un segno, questo segno è già un grafo esistenziale, già dice qualcosa del mondo, o meglio, mostra il mondo nella sua particolarità, nella particolarità della sua scrittura.

 

 

Peirce dedicò una grande fatica ad esplorare i confine dell’inferenza logica umana, che per lui si identificavano con la semiotica. La logica non è altro che semiotica: comprensione di come un segno possa rappresentare un mondo.
Quindi il foglio-mondo di Peirce è il foglio-mondo di tutte le inferenze possibili … che ovviamente non staranno tutte in un foglio, e mai tutte in un’infinità di fogli; ma che indubbiamente implicano lo scorrimento di foglio in foglio.

 

 

Scrivere un foglio-mondo, come diceva Peirce, è mostrare una filosofia dell’universo, la quale richiede di essere resa esplicita. E ciò vuol dire che la devo trasferire in un altro foglio-mondo; e per farlo devo procedere con una serie, non di et et – che sarebbe la cattiva infinità hegeliana – ma di cioè: id est. Questo è il mondo, cioè è questo, cioè è quello – dove si vede molto bene che l’essere è un continuo precipitare della figura del mondo di foglio in foglio, in un inseguimento che costituisce il tema della semiotica illimitata.
La semiotica è illimitata. Non c’è un’origine fissa e non c’è una fine fissa, perché ogni volta che cerco di scriverla già sono scivolato in un altro universo di senso, in una nuova replica del mondo.

Si deve replicare il mondo in un’infinità di fogli-mondo: questa è l’idea di Peirce, che però è legata in lui all’inferenza logica, all’analisi, che lui dedica strettamente alle tre parti della logica che indichiamo come concetto, giudizio e sillogismo.

 

 

(nota: trattasi della trascrizione più o meno integrale della prima “conversazione”  di Carlo Sini sul “foglio-mondo” di Peirce – che dato il tema mi è parso interessante trascrivere, ma che se volete potete ascoltare direttamente dalla sua voce. A seguire,  le “conversazioni” numero due, e tre.)

 

 

[Considerando che rispetto ai miei più sovrabbondanti post c’è ancora spazio, aggiungerò qualche mia osservazione a latere.
Ci sono due o tre punti, soprattutto, che ho trovato interessanti.
Il primo è che “se le conseguenze della condotta sono buone, la condotta è razionale; se non sono buone, non c’è nessun ragionamento formalmente corretto che giustificherà conseguenze non buone”.
Parrebbe un’ovvietà, molto simile alla nottola di Minerva, per cui la ragione giungerebbe a giudicare le azioni della condotta degli uomini, e della stessa ragione che le ha messe in moto, a posteriori, dalle conseguenze dell’azione nonché della presunta ragione. Se le conseguenze non sono buone, ciò significa che la ragione per cui si è compiuta un’azione, o tenuta una certa condotta, non era buona, o ha ragionato male, o era irragionevole.
D’altra parte temo che sarebbe alquanto irragionevole presupporre che tutti gli accadimenti e le scritture del mondo seguano la logica della sola ragione. Non a caso una delle raccolte degli scritti di Peirce, reca il titolo molto significativo: “Caso, amore e logica” – prossimamente su questi schermi.
Comunque tutti questi aspetti sono in sintonia con un’espressione che Sini ripete di frequente, ossia che “la verità è il cammino dell’errore”. E non c’è dubbio che valutando le nostre condotte del passato, e le filosofie sottese a quelle condotte, non solo potremmo, ma dovremmo rivedere gli errori commessi, dandoci la possibilità di non ripeterli più, o almeno non proprio gli stessi. E quando dico “passato” intendo sia la grande Storia che le piccole storie individuali.

Qui sarebbe il caso di accennare al modo di procedere del ragionamento logico: secondo Peirce l’intelligenza umana ha la sua grandiosa forza e la sua originaria potenza nello stabilire che cosa è plausibile, che cosa è ragionevole, che cosa è probabile. Il vero ragionamento fondamentale e la vera inferenza essenziale non né quella induttiva né quella deduttiva, è quella che Peirce chiama “abduttiva”, cioè la capacità di formulare delle ipotesi plausibili, la capacità di avanzare delle istanze probabili. E l’abduzione procede, come segue: si va non dal presente alle conseguenze, come nella induzione, ma anzi si va dall’antecedente alle conseguenze. L’abduzione, la probabilità del ragionamento probabile, procede supponendo uno stato di cose antecedente non osservabile che spiega uno stato di cose presente osservabile.

D’altra parte, e questo è il secondo punto, per quanto la semiotica del e nel mondo sia illimitata, le possibilità del nostro proprio mondo, di ognuno di noi, non è esattamente illimitata – fatto salvo il principio dell’infinità compresa persino in ogni cosa finita, come ad esempio gli infiniti punti che potrebbero concorrere fin’anche in un solo lato di un quadrato, nel caso fosse un oggetto delimitato e finito.
No, la nostra povera vita, anche se non possiamo sapere quando e come sarà definitivamente finita, conclusa, non è esattamente illimitata. Per cui sarebbe molto logico approfittare del tempo limitato che ognuno di noi ha a disposizione per non ripetere all’infinito la stessa scrittura su ogni foglio che si presenta. Perché sarebbe come un disco rotto, o incantato, che non riesce a trovare il modo di superare se stesso e andare oltre. E non dico trovare una soluzione definitiva, che quella definitiva sarà ben altro, ma quanto meno del tentativo di evolvere la scrittura del e nel foglio-mondo in soluzioni provvisorie susseguenti – come direbbe Popper. Perché c’è anche il rischio di tracciare una lista infinita di et, et, et, come la cattiva infinità hegeliana, che non ha mai termine, e non conclude, per lo meno in termini provvisori.
Cioè : id est. Questo è il mondo, cioè è questo, cioè è quello.
Su questo punto mi sovviene che il mondo potrebbe non essere né questo, né quello, né altro ancora, ma ognuno di questi e quelli,  sia considerati uno ad uno che insieme.]

 

 

 

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20 risposte a il foglio-mondo

  1. bortocal ha detto:

    “se le conseguenze della condotta sono buone, la condotta è razionale; se non sono buone, non c’è nessun ragionamento formalmente corretto che giustificherà conseguenze non buone”.

    questa frase è stimolante intellettualmente, ma ha qualcosa che non mi convince del tutto.

    dà per scontato che ciò che produce buone conseguenze sia anche razionale, ma questo è tutto da dimostrare; anche azioni assolutamente irrazionali potrebbero produrre conseguenze buone, anzi, la cosa appare perfino più probabile.

    in secondo luogo, manca una precisazione di ciò che si intende esattamente per buono: se buono fosse ciò che è economicamente vantaggioso, per esempio, la frase potrebbe anche essere accettabile; ma se per buono si intende qualcos’altro?

    il concetto di buono a me pare irrimediabilmente soggettivo e quindi relativo; il concetto di razionale invece no; quindi mi pare sbagliato collegare il razionale a ciò che può essere considerato buono da qualcuno…

    che ne dici? 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      Sì, ovviamente è la prima cosa che avevo pensato anch’io.
      Tieni però conto che quella frase di Sini è “banale” (come lui dice) , quindi va presa come una spiegazione spicciola, da senso comune, o di buon senso. Anche se un filosofo esprime un’opinione di “senso comune” diversamente da come la potrebbe esprimere chi non lo è, e sarebbe interessante chiedergli di spiegare questo punto.
      Per una interpretazione altrettanto spicciola, ad esempio direi che dopo essermi rotto una gamba sugli scogli scivolandoci sopra con le scarpe di cuoio, comprenderò che la mia condotta è stata irragionevole, e ci saranno buone probabilità di non ripetere lo stesso errore. A meno di essere recidivo. Ma purtroppo gli uomini lo sono.

      Comunque sul buono, nel mio piccolo sono tentata di dire che l’idea del bene è un concetto universale, che però si relativizza nelle singole determinazioni.
      Sono abbastanza convinta che le idee di bene e male derivino, anche individualmente, dalle sensazioni di piacere e dolore, e questa è la base “fisica” che condividono se non tutti gli uomini, praticamente quasi tutti. Nessuno desidera il proprio male. Mentre capita molto spesso che il proprio bene entri in conflitto con il bene altrui.
      E il vantaggioso o l’utile, credo non siano che dei derivati successivi, o mezzi, per ottenere lo scopo primo.

      Ovviamente, salendo nei gradi, dal cuore (il sentimento) alla testa (la ragione) – ma non perché un livello sia più importante o superiore agli altri, ma soltanto diverso e coesistente, e senza tralasciare l’inconscio, gli istinti e ciò che ci è impossibile controllare – le cose si complicano ancor di più, al punto che non sono affatto convinta che ciò che è razionale possa essere buono perché razionale. E questo non solo per il singolo individuo in se stesso e per se stesso, ma ancor più per tutti gli uomini presi nell’insieme.

      Un concetto di bene che soddisfi in tutti i sensi tutti gli uomini, potrebbe essere un’utopia, a meno di riuscire ad individuare un minimo comune denominatore (o minima moralia) che possa mettere d’accordo tutti, che poi è ciò che si tenta di fare con il dialogo, e la politica.
      Ma non dimentichiamo nemmeno i terribili crimini commessi in nome della fede nella razionalità assoluta: basterebbe questo per metterci in guardia.

      Del resto, sono questi, e non altri gli strumenti che noi possediamo: un corpo, un cuore e un intelletto – presi tutti insieme, ovvio, anche se in gradi diversi sia per ciascuno che in tempi differenti.
      Ma poiché non vedo di buon occhio qualcuno che si faccia dominare dai propri istinti in ogni faccenda della vita, e soprattutto per ciò che riguarda la vita sociale, è pur sempre dalla ragione che possiamo sperare di essere guidati, ma anche da un po’ di cuore, o pietas.
      O, come diceva la Arendt, il rimedio va cercato dove si trova il veleno.

      Pardon se ho scritto troppo. Sarà che qui non fa neppure troppo caldo, per ora 🙂

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      • bortocal ha detto:

        qui si sta preparando un temporale che rende l’atmosfera rinfrescante e adatta finalmente a una replica a questa risposta così impegnata ed impegnativa… 😉

        “l’idea del bene è un concetto universale, che però si relativizza nelle singole determinazioni” è un approccio molto platonico, che mi lascia perplesso; “le idee di bene e male derivano,dalle sensazioni di piacere e dolore” è un approccio materialistico che mi convince di più.
        e tuttavia, materialisticamente, gli uomini non esistono al di fuori delle particolari culture che li plasmano, e queste fanno sì che il concetto di piacevole oppure doloroso non abbiano una base solo biologica, ma anche culturale.
        di qui nasce l’assoluto relativismo dei valori, di fronte alla quale la ragione è principio regolatore alquanto impotente, dato che le culture non sono razionali.
        è quel che dici anche tu qui: “Un concetto di bene che soddisfi in tutti i sensi tutti gli uomini, potrebbe essere un’utopia”; poi continui: “a meno di riuscire ad individuare un minimo comune denominatore (o minima moralia) che possa mettere d’accordo tutti, che poi è ciò che si tenta di fare con il dialogo, e la politica”: però a me pare che l’esperienza storica in questo caso sia negativa, anche per la continua interferenza con i valori dei bisogni e della necessità di spartirsi risorse e poteri..
        “Ma non dimentichiamo nemmeno i terribili crimini commessi in nome della fede nella razionalità assoluta: basterebbe questo per metterci in guardia””: in questi casi infatti l’appello alla ragione ha svolto la stessa esatta funzione sociale dell’appello all’irrazionale,
        ecco, qui divergo dalle tue riflessioni, invece: “è pur sempre dalla ragione che possiamo sperare di essere guidati, ma anche da un po’ di cuore, o pietas”; invertirei il rapporto, decisamente; lascerei la ragione molto più in ombra, la confinerei nella sua funzione di calcolatrice dei vantaggi..
        se “il rimedio va cercato dove si trova il veleno”, quale è il veleno?.

        Pardon se ho scritto troppo. Sarà che qui non fa neppure troppo caldo, per ora

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        • rozmilla ha detto:

          vediamo: sul concetto di bene scrivevo: “sono tentata”, di dire che sia universale. Non so se i concetti siano platonici, ma secondo me sono come dei contenitori, concettuali e abbastanza universali (proprio perché si formano su base fisica) dove però ognuno, e ogni cultura, mette dentro ciò che ha elaborato rispetto a quel concetto. Come anche: tutti gli uomini hanno l’idea di caldo, ma sia individualmente, che a latitudini differenti, subiranno il caldo il freddo in modo diverso (sensazione fisica).
          O come fai notare, il dolore non è vissuto ugualmente da ogni cultura, e nemmeno ciò che è bene o male, o giusto. Però ognuno ha un proprio concetto di giusto, di bene e di male.
          Ma certo, come facevi notare nel post la morale del ladro, ci si può mettere dentro quel che si vuole.
          Però, però … per quanto mi riguarda, e in questo sono piuttosto kantiana, la volontà non può volere che il bene – purtroppo anche se il bene è il proprio bene a proprio uso e consumo, e che confligge col bene altrui. Ma è proprio qui che entra, o dovrebbe entrare in gioco la possibilità di un corretto uso della ragione. Infatti, che razza di bene sarebbe se una condotta provoca bene a qualcuno provocando male ad altri, o ad altro?

          So bene che è un ragionamento che non regge per tutti gli uomini, e soprattutto che l’esperienza storica è stata negativa, anche perché sono i vincitori, i potenti e le maggioranze, a stabilire cosa sia bene e cosa giusto, anche se non lo è. Ma è proprio perché è stata negativa, che dovremmo insistere maggiormente sulla formazione di un migliore corretto uso della ragione. Che poi è sempre la ragione, inteso come processo intellettuale nel suo insieme, che regola anche i sentimenti, o la pietas. Nel senso che non credo che sentimenti e ragione viaggino a scompartimenti separati, compresa la sfera irrazionale.
          Il veleno di cui parla la Arendt ovviamente è la fede nella razionalità assoluta, che è il punto in cui si capovolge nel suo contrario. Anche perché se si ha una fede assoluta, si crede ciecamente e si smette di interrogarsi, mettere al vaglio, dubitare delle proprie determinazioni (ogni singolo uomo come ogni comunità).

          Tornando al tuo precedente commento, quando dicevi che “azioni assolutamente irrazionali potrebbero produrre conseguenze buone, anzi, la cosa appare perfino più probabile”, anche questo non è detto. Quindi né il razionale né l’irrazionale, ma è pur sempre dalle conseguenze che si comprende se la condotta è stata buona, giusta, o il meglio che si poteva fare.
          Ciò che giudichiamo buono, credo, e spero, che ognuno di noi lo speri a priori, ma in ogni modo è a posteriori che lo giudichiamo. Ma certo è diverso ciò che accade per caso ogni giorno – se piove ci bagniamo! – rispetto a quelle azioni premeditate, o messe in moto e conseguenza di un intero modo di essere, di una filosofia complessiva di vita, di una cultura – in due parole, le costruzioni umane.

          Per questo il mio esempio della gamba rotta era troppo banale, anche se è indicativo del modo di procedere di chi agisce proprio senza pensare alle probabili conseguenze.
          Diversamente, dopo lo tzunami i giapponesi sono stati costretti a constare che le centrali nucleari non sono buone. Non erano buone nemmeno prima dello tsunami, ma certo l’errore è stato ammesso e hanno fatto marcia indietro rispetto al nucleare. Ma bisognava che accadesse lo tzunami? Si poteva prevedere anche prima, ma non è stato applicato il principio di precauzione.

          Ciò che mi preme, è che dietro anche a molte delle nostre azioni che sembrano casuali, o meccaniche o automatiche, in realtà c’è una filosofia di vita, una cultura, che non è proprio detto che sia innocua, e che produca buone conseguenze, se effettivamente abbiamo verificato che non le ha prodotte di molto buone. Perciò, se noto che le conseguenze delle mie azioni non sono buone, probabilmente c’è qualcosa di non molto buono a monte, o nel sottosuolo. Magari non lo vedo, il sottosuolo, non me ne accorgo neanche, perché procediamo spesso per abitudine. E spesso ce ne accorgiamo solo quando i danni sono stati fatti. Ma dovremo sempre aspettare di subire gli tzunami per cominciare a cambiare?

          Ora, cerca di aver pietà di me, perché so bene di aver scritto troppissimo, e non ho nemmeno più la scusa del clima mite 😉
          (ma forse il contrario?)

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          • bortocal ha detto:

            cara rozmilla, parlando del bene rischiamo di cadere nelle tautologie: a che ci serve un concetto universale che poi si riempie delle concretizzazioni più diverse, anche opposte fra loro? il perdono è bene, secondo un cristiano, ma secondo un islamico in certe circostanze è un bene la vendetta; per un cristiano la solidarietà è bene, per un buddista il bene è l”indifferenza.

            però, tu dici, la volontà non può volere che il bene, che è come dire che l’organismo cerca di mantenersi in vita…

            certo!! ma quanto poco c’entri in tutto questo la volontà lo dimostrano le ricerche sul cervello che lasciano pochi dubbi sul fatto che i meccanismi della volontà si attivano nel cervello solo dopo che l’impulso nervoso per l’azione che noi riteniamo volontaria è già partito; ne parlava questa settimana (che bella sorpresa) l’inserto domenicale del Sole 24 Ore, che comincia vagamente a divulgare questa verità tenuta nascosta.

            così che oggi io penso che la volontà è piuttosto la registrazione a posteriori di un fatto che l’elemento determinante dell’azione, che le resta invece estraneo.

            purtroppo sguazzo nel relativismo assoluto, arrivato a queste constatazioni, e tendo a vederci piuttosto come scimmie che amano la fabulazione e raccontarsela su.

            spero tu non senta niente di offensivo in queste parole piuttosto amare, che mi spiacerebbe suonassero polemiche a fronte dei tuoi approfondimenti generosi e rigorosi, ma temo fondati su premesse sbagliate.

            dal mio punto di vista l’unico aspetto interessante della filosofia è quello linguistico, e in questo campo essa ci aiuta a capirci meglio, ma i filosofi compiono periodicamente un tentativo di riconciliazione degli uomini con la loro vita; si deve essere loro grati, anche se il prezzo di questa loro buona azione è l’autoillusione o la menzogna.

            mi affascina piuttosto l’esempio concreto che fai ai giapponesi e alle centrali nucleari, che – non so se sai – sono state riattivate in questi ultimi giorni, “per evitare una crisi energetica”.

            l’anno scorso feci una lunga battaglia di blog su Fukushima, perdendo diversi lettori che mi giudicarono fanatico ed ossessivo; ma tsunami di 70-80 metri di altezza si sono già presentati nella storia; nessuna zona è completamente indenne da rischi sismici; addirittura si hanno tracce geologiche di uno tsunami spaventoso alto 2.000 metri che attraversò metà del continente americano in epoche lontanissime.

            ha senso la nostra cultura? ha senso la scienza che doveva liberarci dalla paura della natura e invece ha reso i suoi danni ancora più temibili?

            e ha senso, rispetto a questi problemi, parlare di razionalità delle scelte e di bene?

            mi potrai dire che queste mie stesse critiche dolorose sono testimonianze di una ricerca del bene, di quello che io ritengo sia il bene nel contesto di una cultura solidale, che però è molto minoritaria nel mondo, e che è talmente fragile che può essere spazzata via dall’emergere di istinti irrazionali e ferocemente aggressivi.

            la cosa più simpatica di questa discussione è che siamo terribilmente d’accordo, e quel che cambia è probabilmente solo la coloritura emotiva del modo in cui lo diciamo.

            (che sia colpa delle differenti temperature locali? eppure in questo momento circola un fresco che è quello che mi ha dato la forza di risponderti).

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  2. md ha detto:

    la lezione di Sini che avevo sentito l’anno scorso su Peirce era stata piuttosto noiosa, diversamente da quella da te così pazientemente trascritta e chiosata;
    circa la faccenda del bene, condivido anch’io i dubbi di bortocal (del resto già Socrate aveva parlato di una improbabile “scienza del bene”) – però il bene fatto per caso, e non a ragion veduta, che razza di bene sarebbe? D’altra parte anche le buone intenzioni paiono problematiche, e l’eterogenesi dei fini è sempre dietro l’angolo…

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    • rozmilla ha detto:

      Grazie Mario. È vero, è stato un lavoretto da un po’ da certosino, anche perché non so stenografare, ma ho cercato di riportare fedelmente le parole di Sini.
      Sul bene, vale la risposta che ho scritto a Mauro, e non credo che ci siano grandi disparità di vedute fra noi, su questo come su molte altre cose. Lo sai, che sono sempre terrorizzata che anche i nazisti da parte loro “pensavano” di far bene.
      Ciao.

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  3. Francesco ha detto:

    Questa storia del foglio-mondo è feconda, ricca di stimoli, e per quanto mi riguarda ispiratrice anche di interrogativi filosofici.

    Ad esempio: quando immagino un foglio (quello che potrebbe diventare mondo con l’aggiunta di segni, scarabocchi, grafemi, etc.), lo immagino bianco. Perché non lo immagino verde o rosso? Perché dire “foglio” equivale a dire “foglio bianco”?

    Altro aspetto: il foglio pieno di segni è un mondo, d’accordo, ma cosa c’è oltre il foglio-mondo? Perché se il foglio-mondo è certamente un mondo, anche ciò che è fuori di esso lo è. Possiamo allora parlare di un mondo che contiene il foglio-mondo, che forse è contenuto da altri mondi?

    E ancora: se provassimo a capovolgere l’espressione foglio-mondo nell’espressione mondo-foglio, cosa ne verrebbe fuori? La prima idea che mi viene in mente mi rimanda all’impressione, che ho sempre più spesso, di vivere in un mondo bidimensionale.
    Credo stiano tentando (ma forse lo tentano da sempre) in tutti i modi di ridurre la nostra esistenza ad un mondo-foglio, forzando la multidimensionalità dell’esistenza entro gli angusti confini di un universo piatto. E penso, purtroppo, che ci siano in gran parte riusciti.

    Beh, forse mi sono lasciato un po’ andare.. chiedo venia..
    È che non scrivo da molto (a parte il commento che ho lasciato stamattina sul tuo post “palla di pelle di pollo”), e così l’inchiostro (virtuale) è venuto giù quasi da sé, liberando idee e concetti chiusi in chissà quale sgabuzzino delle mente, in attesa solo che qualcuno aprisse loro la porta..

    Comunque leggerti è sempre un piacere, e mi aiuta a non perdermi in questo mare di cose che cambiano continuamente, e che continuamente rischiano di farci naufragare..

    A presto,
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      ovviamente la nostra è una cultura di lettera, di parola scritta, di fogli, di documenti di ogni genere, tanto che soltanto ciò di cui resta traccia scritta sembra esistere ed essere reale. Comprese però le immagini, e oggetti – abiti, ponti, case, e oggetti di tutti i tipi, con tutto ciò che fa parte delle costruzioni umane.
      Però noi leggiamo, interpretiamo anche i gesti del corpo, le espressioni di un viso, il tono di una voce, ed è vero che noi trasferiamo anche questi dati su pellicola, o nastri, schermi eccetera … quindi direi che sì, abbiamo la tendenza a riprodurre, replicare il mondo, piattificandolo indefinitamente.
      Comunque anch’io non prederei troppo alla lettera il foglio-mondo. Anche perché il mondo non è fatto solo di fogli, ma per fortuna c’è anche il mondo della natura, che esiste indipendentemente da come noi lo interpretiamo e lo “leggiamo”. E ha un bello spessore e non è di certo un foglio. Né può essere ridotto in, o a un foglio.

      Sui colori, si può sempre scrivere col bianco sul nero, o usare tutti i colori che vogliamo.
      Il fascino della pagina bianca, però credo sia indiscutibile (scherzo). Anzi, qualche volta la pagina bianca mi blocca, e mi dico se non sarebbe quasi meglio lasciarla in bianco, così com’è, pulita, perché temo di sciuparla scrivendoci cose non belle. Se poi è la carta costosa che uso (o usavo) per gli acquerelli, non ti dico … Ma come si fa a saperlo prima?
      Quindi non preoccuparti .. lasciale andare …
      Ciao, a presto.

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  4. rozmilla ha detto:

    Ringraziamo questa frescura, allora … qui stava facendo quasi freddo ieri sera.
    Non conoscevo le ultime notizie dal Giappone, ma non mi stupisco: era bello, ma anche prima non sembrava vero. D’altronde anche questa è una scelta “razionale” – nell’attesa di poter far di meglio?
    Su quella cosa che la scienza avrebbe scoperto, non farei troppo affidamento alle notizie scientifiche propagandate dai giornali. Non mi sembra il caso di aver smesso di credere a dio per cominciare a credere ciecamente alla scienza.
    Mi par di capire cosa intende, ma può darsi trattasi di impulsi automatizzati – che però immagino provengano da un substrato un po’ più complesso e strutturato. Mentre volontà intesa come possibilità di scelte consapevoli, mi pare che comunque siano altra cosa, e se pur di poco, possibili. Ed è pur sempre il discorso determinismo vs indeterminismo, dove la pecca dell’uno è l’errore dell’altro.
    Siamo scimmie che se la raccontano? Però non ho mai visto né udito scimmie raccontarsi nulla di tutto questo. Perciò non è vero che siamo scimmie: siamo una specie animale, sì, ma diversa dalle scimmie. Le scimmie forse sono più felici perché non pensano, o non troppo come noi.
    Lo sviluppo esagerato del cervello nella specie umana crea anche problemi di “manutenzione” sofisticata.
    Ma nessuna offesa né amarezza: so riconoscere chi sa e ha più esperienza di me in molte cose, che questo non toglie nulla alla mia, se vogliamo, ricerca … perchè non è detto che la filosofia conduca in ogni caso alla menzogna. Si cerca di fare chiarezza, e magari non sono un genio, ma ci provo, senza fissarmi su niente in particolare, nemmeno sul relativismo assoluto.
    Perché anche se sappiamo entrambi la verità terribile, lavoro ancora a modo mio per quello straccio di cose in cui cerco di credere. Come anche tu, d’altronde …
    Inoltre non capita così spesso di avere percezioni consimili, al di là delle parole che non riescono sempre a dire tutto nonostante la verbosità esagerata (la mia) o poco brillante talora (sempre la mia).
    Vorrei essere più ironica e divertente, ma è un periodo in cui dei pesi (non propriamente miei) mi pesano un pochetto. E come ho scoperto tempo fa, aggrapparsi alla ragione … qualche volta funziona. Mi pare che tutti, chi più chi meno, si aggrappino a qualcosa per non scivolare.
    E ora ti racconto di mia figlia che è andata a fare la ragazza alla pari, per occuparsi di tre bambini, in Corsica, e quando è arrivata ha scoperto che la madre si era suicidata mesi fa, dopo vari tentativi di suicidio, dopo che uno dei figli è morto rimanendo impiccato all’altalena … in giardino.
    Avevo visto le foto dei bimbi di sei, sette e otto anni, del padre, e della figlia maggiore di diciotto anni. Così ci raccontiamo anche cose così …
    perchè te lo dico? non lo so …
    ciao

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    • bortocal ha detto:

      la potenza emotiva e drammatica della storia finale è tale da lasciare improvvisamente in secondo piano tutto il resto! hai proprio fatto bene a dirla, perché mette nella giusta dimensione la nostra discussione.

      che riguarda indubbiamente la ricerca di senso, quel senso che in questo momento noi chiamiamo “bene”, e poi siamo costretti a constatare che altro non è che sopravvivenza.

      in questa storia, dunque il bene si è improvvisamente spezzato: se anche quella donna non poteva che volere il bene, improvvisamente per lei il bene è diventato essere morta, non sentire più: dunque più che la sopravvivenza, cerchiamo il benessere o almeno l’assenza di dolore.

      i due mesi che ho appena trascorso tormentato da un dolore fisico per me sconosciuto e in fondo persino banale, sono stati di una coloritura emotiva molto dura; e nella prima ipotesi che questo fosse il preannunciato emergere di una vecchia profezia dopo un incidente gravissimo dal quale mi salvai per un soffio 15 anni fa (da vecchio Lei avrà dolori tremendi”) avevo già preavvisato i figli della mia intenzione di accettare una vita così degradata; poi per fortuna la diagnosi ha corretto e anzi cancellato quella profezia e i dolori sono via diventati tollerabili e quasi in via di sparizione, anche se questo ha comportato esercizi, cure costose, esami, e quant’altro.

      perché ti racconto questo? perché la nostra discussione non è staccata dalle nostre vite: giustamente scrivi che entrambi cerchiamo nel pensiero una strada per diminuire la sofferenza, più o meno preoccupati dei limiti del pensiero e del rischio che, con tutta la sua buona volontà, la filosofia possa diventare una fonte di appesantimento del dolore anziché un effettivo rimedio.

      il resto è davvero poco essenziale, e se ci si scambia opinioni a riguardo p perché si desidera probabilmente mettere a confronto sistemi di pensiero differenti che ci hanno consentito di fare fronte a vite travagliate e di arrivare, invecchiando, ad una serenità sconosciuta negli anni giovanili…

      un caro saluto.

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      • bortocal ha detto:

        scusa: della mia intenzione di NON accettare una vita così degradata;

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        • rozmilla ha detto:

          Sono lieta che hai superato la fase critica e il dolore è diventato tollerabile, e che quasi sta sparendo. La terapia del dolore è molto importante: la mia amica medico mi diceva che il dolore va fermato, perché anche negli stati infiammatori (anche solo un semplice mal di testa) si crea un circolo vizioso, e il dolore non fa che provocare altro dolore proprio perchè noi “resistiamo” al male, e ciò provoca altro male in escalation.
          La soglia del dolore non è uguale per tutti, e non medesimo è il fine per cui si soffre e si riesce a sopportarlo. Ma credo che anche in natura siano previsti vari rimedi, al dolore. L’oblio è uno dei rimedi. Ricordo che durante le doglie interminabili del mio primo parto ero riuscita persino ad addormentarmi, come in uno stato di sogno. Il male era da una parte e io dall’altra (nota che avevo 17 anni). Abbandonarsi al male, non resistergli, allora.
          Ma certo ci si deve trovare nella condizione del dolore, estremo, insopportabile, per poter dire se riusciremo a sopportarlo nel momento in cui ci saremo. Può darsi di sì – o no – ma non lo possiamo sapere prima. Può darsi che nel momento del bisogno qualcuno riesca a recuperare delle energie che non sapeva di avere, e un desiderio di vivere tutto comunque e sino in fondo.

          Se guardo alla trafila di acciacchi e dolori fisici e cure e operazioni chirurgiche che stanno affrontando i miei genitori da un bel pezzo, ormai, non so proprio dove trovano la forza di attraversare questo calvario. Però guardando loro, il loro esempio, la loro tenacia e il modo in cui affrontano la vita pur se degradata (mio padre è anche in dialisi da quasi quindici anni), questo mi dà anche il coraggio di dare molto meno peso ai miei piccoli problemi. Così mi dico che forse la sua sopportazione non è solo fine a se stessa, ma va anche a mio beneficio. Mio padre continua anche adesso ad insegnarmi qualcosa col suo esempio (e non solo a me, ma anche ai miei figli).

          All’inizio di quest’anno Dud mi aveva regalato una citazione di Dostoevskij, a lui molto cara, e che ti giro …
          “Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi, – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità –, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!… Quale verità! Dio, che verità!” (Raskòl’nikov; II, VI; 1993, p. 192)”

          Inoltre è vero che invecchiando si può arrivare ad una serenità sconosciuta negli anni giovanili, perché finalmente ci siamo attrezzati, e le passioni sono meno virulente, se così si può dire, o viviamo le cose con un po’ più di distacco.
          La cosa più stupida che si fa quando si è giovani e belli e in buona salute, è di lamentarsi e ingigantire qualsiasi nonnulla, in modo da riuscire a peggiorare e rovinare ogni cosa, proprio perché non conosciamo ancora cosa sia il peggio della condizione umana.
          Per questo, il poco bene che si riesce a mantenere quando si è un po’ più avanti negli anni diventa ancora più prezioso, e più consapevole.

          Buona domenica, Mauro

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          • bortocal ha detto:

            cara Milena,

            grazie del tuo augurio, dopo una scarica di post di di prima mattina mi sto godendo una domenica pigra ed oziosa, di tutto relax, ogni tanto dedico una mezzora al prossimo montaggio video sullo Sri Lanka; poi devo riassettare casa; da ultimo capire perché nella nuova camera non funzionano i video.

            la fonte principale dei miei dolori erano una contrattura muscolare conseguente ad uno schiacciamento vertebrale: piena conferma che soffriamo perché resistiamo al dolore; poi purtroppo non bastano parole né volontà per impedirlo, ma ad esempio la manipolazione sapiente di un osteopata che sa come parlare ai muscoli, mentre la nostra mente non è capace di farlo…

            almeno non la nostra mente occidentale: in India ho visto scene pressoché incredibili di sopportazione del dolore, alle quali credo si possa arrivare solo sviluppando specifiche tecniche di allenamento mentale, qualcosa di simile al linguaggio dell’osteopata, di cui dicevo.

            l’esperienza dei genitori anziani mi manca, ne sento sempre parlare attorno a me, ma entrambi i miei genitori sono morti più giovani di me oggi; forse sarà per questo che non riesco a immaginare bene la vecchiaia? che ho conosciuto solo da giovane attraverso la figura delle due nonne, che avevano entrambe attorno ai settant’anni quando io sono nato…, mentre non ho avuto nonni.

            già, nella mia famiglia paterna sono il primo nonno da tre generazioni!

            come vedi, abbiamo abbandonato il discorso sul bene e ora ci stiamo serenamente parlando di noi.

            cosa che ci avvicina al Bene in un altro modo molto più semplice e piano e forse efficace.

            buon pomeriggio a te.

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            • rozmilla ha detto:

              Oggi sono felice. Mi sono alzata presto presto questa mattina … in attesa dell’idraulico (he he :-))
              Ho aperto tutte le stanze per cambiar l’aria prima che faccia caldo. Ho potato i miei alberelli faggi simil-bonsai che più taglio più crescono lanciando rami lunghi come braccia di giganti mentre io mi ostino a tenerli piccini. Ho cambiato i fiori nei vasi spargendo qua e là petali delle rose rosse sostituendole con tre gladioli gialli appena sbocciati. Ripulito il papiro e bagnato un po’ in giro.
              Una bell’arietta entra dalle finestre insieme al canto degli uccellini – uccellini per modo di dire, che ci sono scorbat e gazze ladre grosse come galline, e tortore che tubano qualche volta da far quasi impazzire. Ma quando tutto il resto tace io sono quasi felice, che è non sentire dolore né provocarlo neanche senza volerlo. Una sorta di passività attiva.
              Poi è arrivato l’idraulico e ha cambiato un tubicino che si era bucato e gli ho chiesto di farmi un preventivo per rifare il bagno che ormai ha più di trent’anni ed è decisamente malandato. Se non che l’idea di aver per casa gli operai, e polvere dappertutto e rumore per settimane, mi farà rimandare ancora una volta la decisione a non so quando. Potrei morire prima io, del bagno. Che quasi ci tengo. In questo da mio padre non ho imparato, che lui è un tipo decisamente decisivo, mentre io sono più il genere let it be, senza molti ripensamenti in materia. Ma sarà vero?
              Ma sì, se gli altri non mi rompono troppo le scatole sono un tipo abbastanza accomodante.
              È una forma di pragmatismo – che non è una malattia, o un difetto come lo strabismo. Una strategia di sopravvivenza. Quando i cani abbaiano io me ne accorgo un bel pezzo dopo, o quando gli altri lo dicono e sono già bell’e che incavolati. E io, “Ah sì? non c’ho fatto caso”.
              Il mio insegnante di yoga mi diceva … “sì … tu … ” con un sorrisino, come a dire … e chi ti muove. Mi venivano le vescicole ma mantenevo la posizione … quasi 😉
              sempre …
              Buona giornata anche te, Bortocal

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              • bortocal ha detto:

                giornate stracolme, ma l’età lentamente rende più facile riempire le giornate fino a farle quasi insostenibili: oggi è il primo pomeriggio libero dal lavoro dall’inizio della settimana.

                lavoro pieno di gratificazioni e di sconfitte, lavoro che ti prende e non ti lascia respirare: lavoro dipendenza, come il blog.

                da tempo ho organizzato la mia vita fra diverse dipendenza, molto spesso provo l’impulso di dare una svolta netta, ma mai ci riesco: dovessi vivere di me stesso e della piena gratificante quotidianità come te, forse mi troverei di fronte ad un vuoto.

                del resto, e proprio per questo stesso motivo, suppongo, mi pare di essere giusto il tuo contrario: tutt’altro che accomodante, anzi decisamente pronto a mobilitarmi contro ogni ingiustizia e per ogni causa persa…

                confessione per confessione, autobiografia per autobiografia, ecco la mia…

                buona serata, milena

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  5. rozmilla ha detto:

    Mobilitarsi in che senso, Bortocal?

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    • bortocal ha detto:

      cara rozmilla minimalista ;),

      il commento che vedo pubblicato qui, sul tuo blog, consiste in una sola domanda, ma la notifica arrivata via mail è ben più ricca, direi che è quasi un piccolo post.

      che devo fare? rispondere qui a questa nuda domanda?

      oppure rispondere anche a quello che poi, evidentemente, hai deciso di cancellare, col rischio di rendere pubblico qualcosa che non volevi più fosse tale?

      oppure, invece, è stato soltanto un problema tecnico? e il commento è uscito mutilato casualmente e non per tua scelta?.

      rispondo intanto all’unica riga sopravvissuta.

      credo che il verbo mobilitarsi sia soltanto una cattiva eredità sessantottina, e fai bene a pizzicarlo; dovrei abituarmi a dire “sensibilizzarsi”, dato che chi sensibilizza se stesso è probabile che indirettamente sensibilizzi anche altri, e niente altro va fatto che esprimere se stessi e contare sull’eventuale effetto contagio.

      però mobilitarsi potrebbe andare bene solo se venisse inteso nel senso di “non censurarsi”, non trattenere questa espressione, avere il coraggio di dirsi e di sfidarsi.

      però mi piacerebbe impostare un post di discussione col tuo commento originario, perché secondo me è una sintesi importante delle problematiche che abbiamo aperte tutti noi che usiamo questo strumento per comunicare, e non sappiamo neppure bene con chi…

      ciao.

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      • rozmilla ha detto:

        Eh già, non avevo tenuto conto che ti arrivano le notifiche dei commenti, e non solo a te, sob!
        Ma mi era sembrato più simpatica, divertente e in linea col minimalismo, lasciare solo quella domanda. Come a dire: boccaccia mia statti zitta 🙂

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