selvaggio a chi?

 

Qualche sera fa sono letteralmente stata catturata da un gruppo di cinque selvaggi.

Ed eccoli qui!

 

 

L’immagine non è il massimo, e sarebbe bello poter avere dei primi piani .. Ma no, abbiamo solo quel che c’è. Quindi bisognerà accontentarsi, che lamentarsi non conviene …
E in che modo sono riusciti a catturarmi? – vi chiederete …
Mi hanno catturato mentre uscivo appena dopo cena dalla cucina, quasi esausta per la battaglia che ingaggio sui fornelli da mattina a sera.
Riso arlecchino, era il mio nemico in quel frangente, e vi assicuro che per quanto abbia un nome così carino, affrontarlo non è esattamente una passeggiata,  a voler fare le cose puntino a puntino.
Già, perché i tempi d’esecuzione devono essere tempestivi, e la tempesta come un amante focoso non dà tregua – se si vuole che le verdure restino croccanti e al dente.
Così che alla fine, quando anche i piatti sono stati spazzati via dalla fame voraginosa che consuma tutto in un batter di ciglia, torna sì il sereno, ma io sono sfinita e mi trascino sulla battigia.
Scherzo, ovviamente. Semplicemente esco dalla cucina e attraverso il soggiorno, anche se è subito sera.
Bella forza, dirà qualcuno, catturare una tizia ridotta in quello stato di finimondo, senza più difese a quel punto. Se inoltre  quei selvaggi erano giovani e bellocci oltre che tosti, si potrebbe sospettare che non le sia dispiaciuto, anche se forse si sarebbe trovata più a suo agio con quello più maturo, dei cinque, che è poi il capo.
– Capo di che? Siamo punto a capo?
– Capo villaggio dell’isola di Tanna, ecco il punto.
– E dov’è, dove si trova?
– E un isoletta del sud del Pacifico.
– Ah ecco, nel sud dell’oceano Pacifico.
– Allora è pacifico?
– Non proprio. Che ci facevano lì nel tuo soggiorno i selvaggi dell’isola di Tanna?
– Erano lì per catturarmi – che altro?
Va bene, ora lo dico:  è successo che proprio nel momento in cui per sbaglio ho lanciato uno sguardo verso la televisione accesa,  invece di dirigermi come d’abitudine verso la mia postazione computerizzata, mi sono lasciata cadere sul divano come un’allocca, o una patata.
– Ok, adesso s’è compreso l’arcano.

 

 

Ma no, nessun arcano.
Trattasi di un documentario trasmesso su Rai cinque, mercoledì sera alle ore 21:15 circa. Gli Indigeni Siamo Noi: questo il titolo del ciclo di documentari di Rai 5 che propone il provocatorio ribaltamento dei ruoli fra indigeni ed esploratori, che mette insieme due show di grande successo – Selvaggio a chi? (Meet The Natives),  ed Esplorazioni al contrario (Reverse Exploration) – che hanno in comune appunto l’interessante e curiosa scommessa del capovolgimento dei ruoli.
A dimostrazione del fatto che anche attraverso lo schermo della televisione talvolta  passano cose interessanti.

Non l’ho visto dall’inizio, ma solo dal momento in cui i nostri eroi (che di sicuro ci vuol fegato a venir qui da noi) si presentavano alla coppia inglese che li avrebbe ospitati per qualche tempo, nella loro fattoria di maiali nella contea di Norfolk. Ed è in quel momento che sono stata catturata. Letteralmente catturata.
Yapa, Joel, JJ, Posen e Albi sono i loro nomi. Ma avendo visto purtroppo il filmato una sola volta, non riuscirò a specificare chi ha detto questo o quello.

Ad ogni modo, se vi capiterà di visionare il film, li vedrete scambiare affabilmente i primi convenevoli con la coppia inglese, entrare nella loro casa e – dopo che la lady cercherà di rifilare loro ripetutamente  un drink (!) senza ottenere risposta -,  consumare la prima cena all’inglese.  Sembra non amassero particolarmente il fatto di essere seduti a tavola, perché qualcuno chiedeva di poter andar fuori. Al che la  lady – mentre offre loro il tipico pasticcio inglese di bistecca con rognoni e patate al cartoccio – risponderà che fuori fa freddo e che gli inglesi usano le sedie perché sono rigidi.
(O sono rigidi perché usano le sedie?- ho pensato io; ma anche perché fa freddo, è ovvio.)

(A questo punto, amici miei, ho provato a continuare il racconto esclusivamente al tempo futuro, ma poichè il futuro ha un effetto vagamente aulico, in una parola inquietante, bisognerà che vi adattiate a un mix tra passato prossimo e  un più comune imperfetto, che è quel che più mi-ci-si addice. Datemi retta, é meglio!)

Perché infatti il mattino seguente,  quando avranno un curioso incontro ravvicinato del terzo tipo con un aspirapolvere nella tipica casa della classe media inglese, ad uno di loro non sarà mancato di notare  che era già tutto pulito (anche prima) – e sarà stato vero.

Quindi, finalmente sono usciti a visitare l’allevamento di maiali, e  si sono molto entusiasmati perché davvero non ne avevano mai visti di così grossi; così uno di loro dirà che anche loro allevano maiali a Tanna, ma – splendida cosa – se fossero  così grossi, basterebbe  averne uno solo,  di quei maiali. E a quale scopo averne così tanti, se ne basta uno soltanto?
L’allevatore inglese a quel punto mostrerà  loro la procedura per l’inseminazione artificiale delle scrofe. E questa faccenda  non sembrerà  giusta, affatto, ai nostri cinque amici, perché anche gli animali devono avere le loro soddisfazioni. Ed inoltre, siccome questo è un fatto privato, non è giusto che sia espletato in pubblico, davanti a tutti gli astanti.

Invece l’allevatore inglese dovrà spiegare  che siccome lui investe del danaro per il cibo eccetera, deve essere sicuro che le scrofe rimangano ingravidate al primo colpo – e splash!

La sera saranno accompagnati in un pub, dove li vedrete berre  birra e giocare  al tiro a segno. E sarà in questo gioco che  ovviamente  uno di loro farà  centro al primo colpo – zak!
“Questo è il luogo dove si riuniscono gli inglesi”, si diranno allora,  paragonando quel luogo alla loro casa delle riunioni del villaggio. Ma tornati nelle loro stanze si chiederanno “com’è possibile parlare e prendere decisioni bevendo birra in un luogo così rumoroso e pieno di fumo”.   Mah!

Il giorno seguente andranno a caccia di conigli con un uomo (Jan) addetto a questa attività, poiché i conigli distruggono le coltivazioni della tenuta, dove la caccia si svolge con l’uso dei furetti che entrano nelle tane a mordere le chiappe dei conigli, che così scappavano fuori – imperfetti –  e il cacciatore ben presente allora gli spara col fucile, e bum, uccisi – participio passato  – ed eccoli trapassati in un battibaleno.

 

Ma lì i nostri cinque amici si sentiranno piuttosto a loro agio, e del cacciatore di conigli diranno che “è davvero uno dei nostri fratelli perduti”, e “visto che sei felice, lo siamo anche noi”. Bello.

Mentre stanno scuoiando  gli animaletti, poi,  ecco che intuiscono che le pellicce dei conigli potrebbero essere usate per proteggersi dal freddo. Ma Jan, il cacciatore,  ammetterà  che nessuno usa più le pelli dei conigli, che la gente non vuole neppure che ci sia qualcuno che vada in giro ad uccidere gli animali, anche se purtroppo c’è chi lo deve fare perché i conigli rovinano le coltivazioni. E forse è  a quel punto che uno di loro dirà  che la loro prima regola è di uccidere gli animali, sì,  ma mai e poi mai gli esseri umani – e dici poco.

Prima di lasciarlo gli fanno dono di alcuni dei loro oggetti più preziosi. Una borsa di paglia intrecciata che “contiene la vita degli esseri umani, insieme al cibo per tutti gli uomini, che li nutrirà in eterno: l’amore e il rispetto”.
E Jan risponde  che l’userà  per andare a caccia, per metterci dentro  il cibo, ossia i cadaveri degli gli animali uccisi.
(qui il povero Jan ha mostrato di essere molto più simile ad una grosso bestione che ad un animale. Povero Jan, se conosce solo il cibo materiale, fatto di carne ed ossa, e non quello – diciamo – spirituale. Però si vedeva che era in imbarazzo, e del tutto non aduso a parlare d’amore e rispetto. Ma è anche vero che non tutti ne sono capaci)
In compenso gli donano anche un bracciale da mettere stretto stretto attorno al braccio, così che  ogni volta che se lo infilerà, per ballare o non so che altro fare vorrà, sarà felice. E qui sì che vedrete Jan gongolare beato nella sua bella ciccia inglese.

Una sera, dulcis in fundo,  si esibiranno in una delle loro danze indigene. Nudi, ad esclusione dei cappucci penici (come li si può vedere nella prima foto in cima) cantando e pestando forte il pavimento con le piante dei piedi – e forza che ci siamo!

 

 

La foto qui sopra non c’entra moltisssimo, ma mi piace ed è significativa.  
Però la cosa  bellissima che io vedevo, a questo punto (tornando al presente imperfetto),  è che non sembravano divisi. Anche lì, nel mezzo degli inglesi che li attorniavano, erano un bel gruppo coeso. E com’erano belli! Sembravano il fuoco in mezzo alla pietra lavica e ormai spenta di un vulcano.

 

 

Qualche inglese di buona volontà si è poi unito alla danza, uno qui e uno là e ognuno per i fatti suoi; qualcuno con movimenti raffazzonati,  alquanto sconclusionati e sconnessi, come se anche il corpo e la mente andassero ognuno per i fatti loro,  mollicci mollicci ai bordi.
(Ma cosa mangiano questi inglesi, mi son chiesta, per esser messi così male? Ma è ovvio che non saranno nemmeno tutti così – lo spero per loro, almeno. Ma insomma, ognuno è quel che è, ed è su quello, se si vuole, che si può iniziare a lavorare. Ma quando?)
Ma consoliamoci, perché sull’isola di Tanna allevano e mangiano anche i cani.

Durante l’ultima cena nella fattoria nella contea di Norfolk, s’è finalmente capito che erano venuti in Inghilterra per incontrare il Principe_Filippo e per chiedergli di tornare a Tanna.
Detto in breve, i seguaci del Principe Filippo, ritengono che egli sia il figlio bianco di uno spirito delle montagne, di cui parlavano le loro antiche leggende.
Non ho ben compreso se sono riusciti o meno ad incontrare il Principe, perché in questo primo video non si vede.
Comunque, c’è un particolare di cui mi sono ricordata ora, che però non saprei in che punto collocare, tra presente futuro imperfetto o trapassato remoto.
E cioè … che gli Inglesi e gli uomini di Tanna sono come la carta e l’inchiostro. Gli inglesi, poiché sono bianchi, sono la carta; e gli uomini di Tanna, che sono neri, sono l’inchiostro.

Noi siamo l’inchiostro e voi la carta. E quando l’inchiostro finirà sulla carta, si scriverà una storia che salverà il mondo”.

E sapete che vi dico? Che sono quasi tentata di abbracciare la religione del Principe Filippo – soprattutto se dentro c’è anche dell’altro di ben più sostanzioso.
Ma sì, ora non mi sembra nemmeno il caso di stare a spiegare per filo e per segno ogni particolare, e chi mi conosce un poco faccia lo sforzo d’immaginare come la vedo.
Che già il titolo – selvaggio a chi? – dice tutto da solo.

 

 

 

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2 risposte a selvaggio a chi?

  1. Gianni ha detto:

    Da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo. “La papaia è matura o no?” AHAHAHAHAH. Strepitosa questione. Con o senza risposta vivono senza angoscia apparente. Un percorso completato e quindi sono sereni, uniti, compatti nelle gioie e nel dolore. Condividono come un unico organismo. Davvero sorprendente come quella famiglia di nobili inglesi e gli amici apparissero come zombie, mobilia… forse tutti siamo inutilmente complessi e ci siamo creati una vita complicata forse per distrarci dalla paura della fine. L’apparenza che il groviglio allunghi il brodo della nostra esistenza…..
    Il documentario più bello che abbia visto negli ultimi anni.

    Torno a nanna con il mio unico pensiero…… ma la papaia????…… 😉

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