quella volta che il signor di Sai perse il suo cavallo

 

 

 

 

C’era a Sai un uomo dotto e abile, il cui cavallo, senza motivo, scappò in regioni selvagge. Tutti lo compiansero.
L’uomo disse: “Perché essere troppo impulsivi e non chiamar questo una fortuna?”
Qualche mese dopo il cavallo tornò, trasformato in un buon destriero selvaggio. Tutti se ne felicitarono.
L’uomo disse: “Perché essere troppo impulsivi e non chiamar questo una sfortuna?”
Poiché la famiglia era ricca,  il cavallo buono e  al figlio piaceva cavalcare, cadde e si ruppe il femore. Tutti lo compiansero.
Suo padre disse: “Perché essere troppo impulsivi e non chiamar questo una fortuna?”
Un anno dopo i barbari entrarono a Sai e i giovani in forze lottarono con l’arco. Ci furono diciannove morti tra le persone. Padre e figlio dovettero la loro salvezza all’infermità di quest’ultimo.
Così la fortuna può essere una disgrazia e la disgrazia una fortuna. Tali cambiamenti sono repentini e la loro profondità incommensurabile.

[Huainanzi, capitolo “Renjian Xun]

[da “La saggezza“, Pang Pu & Ysé Tardan-Masquelier, ed. servitium 2002]

 

 

Questa storia, conosciuta con il nome “Il Signor di Sai perde il suo cavallo”, viene spesso citata per illustrare fino a che punto i rovesci della fortuna siano imprevedibili. Ma questo racconto è anche una lezione sulla differenza tra una visione delle cose come limitate a “uno” e una visione che terrebbe in conto della dimensione del “tre”.

Quando il Signor di Sai, avendo perduto il suo cavallo viene compianto da tutti, si vede che ai loro occhi “una disgrazia sia una disgrazia” , ossia “uno sia uno”. Quando il Signor di Sai ritrova il suo cavallo, tutti se ne rallegrano: e anche qui “una fortuna è una fortuna”, ossia “due è due”. Ma questi giudizi si limitano alle apparenze, così come dal punto di vista del senso comune ci si accontenta di spiegazioni grossolane. Quando invece qualunque “uno” attuale è in effetti composto da “tre”, che cela in se stesso il suo opposto e la forza che lo attira verso il suo opposto.

Nello Shiji (capitolo “Lü Shu”), a proposito dei numeri si dice che “i numeri cominciano da uno, finiscono a dieci, si realizzano in tre“. Si può supporre che l’origine del sistema decimale risieda nel fatto che l’uomo possiede dieci dita, e che in questo sistema la cifra dieci rappresenta la fine di ogni ciclo di numerazione. Ma nel brano dello Shiji citato, le nozioni di fine e inizio, e soprattutto di realizzazione, sembrano avere un senso che non si ferma al semplice calcolo.

Prendiamo il seguito delle cifre che cominciano da uno. Se partendo da uno si fa un passo avanti e si raggiunge due, non si avrà la sola e semplice differenza quantitativa, ma di fatto si passa dal dispari al pari, dall’indivisibile al divisibile. Così la cifra uno e la cifra due sono di natura del tutto opposta, ed è proprio perché uno e due esistono che  la natura dei numeri può essere espressa. Non appena, compiendo un passo supplementare,  si raggiunge il tre, il cambiamento è ancor più radicale. A questo punto la cifra uno e la cifra due sono entrambe comprese nella cifre tre, ed è l’unione delle prime due che forma la terza. Così che l’opposizione della cifra uno e della cifra due trova la sua abolizione nella cifra tre.  E se chiamiamo la cifra uno “affermazione”, e la cifra due “negazione”, il tre sarà la negazione della negazione. Ed è appunto per questo che nel brano citato, “i numeri si realizzano in tre”.

A livello pratico, la storia del Signor di Sai è anche spesso citata a proposito delle strategie di coping culturalmente determinate in alcune società (qui ad esempio quella cinese)  con effetti che si riflettono sul modus interpretativo di ogni accadimento. Accadimento di per sé neutro, ma al quale la nostra visione filosofica, senza dimenticare i risvolti di segno opposto, può fornire al momento giusto la più – o meno –  idonea coloritura.

 

 

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12 risposte a quella volta che il signor di Sai perse il suo cavallo

  1. bortocal ha detto:

    questo racconto bellissimo lo leggo anche come la realizzazione di una mia richiesta, e ho fatto bene a fartela, perché ho imparato davvero molto.

    è chiaro che sullo sfondo noi europei ci sentiamo la sintesi hegeliana, ma potrebbe essere, invece, che Hegel abbia ricavato qualche suggestione dalla cultura cinese?

    in ogni caso la tua analisi del valore dei numeri uno, due e tre è bellissima: ti suggerisco di integrarla con l’analisi del primo dei numeri e più ingiustamente sacrificato: lo zero.

    ciao, e grazie

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    • rozmilla ha detto:

      grazie a te Mauro …
      Il racconto è carino, e di solito lo uso nei momenti quotidiani un po’ difficili.
      A volte penso che forse la nostra cultura è determinata a interpretare in modo eccessivamente tragico anche i piccoli nonnulla. E, senza fare di ogni erba un fascio, la tendenza a far tragedie sembra un tratto abbastanza diffuso nel carattere, vuoi latino, o greco-cristiano. O almeno è questa la mia esperienza …

      L’analisi dei numeri non è mia, ovviamente. Certo ricorda Hegel, e anche la santissima trinità … ma credo che tutti i popoli e tutte le culture hanno le stesse intuizioni e ripetano spesso le stesse cose, dette in modo un tantino diverso o colorate diversamente.

      Non sono molto esperta in matematica, ma non direi che lo zero è il primo dei numeri. Forse è lo spartiacque fra i numeri positivi e quelli negativi; e nella teoria degli insiemi rappresenta l’insieme vuoto, che comunque è un insieme interessante: che resta vuoto finché non gli si mette dentro qualcosa … (come nelle casse spagnole di ieri)
      O che non è ancora vuoto finché non si toglie tutto …
      Tutto e nulla sono concetti limite, e forse hanno senso solo se delimitati ad un certo insieme, all’interno di una cornice. Ma il tutto assoluto non lo potremo mai conoscere, e il nulla idem.

      Ciao

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      • bortocal ha detto:

        cara rozmilla, rileggendo ancora una volta la storia credo che ci sia un piccolo lapsus all’inizio: non dovrebbe esserci scritto “fortuna” anziché fortuna?

        dunque, non è un periodo troppo fortunato per te; neppure per me, però sto abituandomi a considerare fortunati i periodi privi di gravi sfortune, dev’essere l’età, e quindi constato che la mia vita le sfiora continuamente senza farsene toccare, e questa deve essere considerato dunque un periodo fortunato.

        quanto ai greci, mi sembra ovvia la propensione a fare tragedie ;): la tragedia l’hanno inventata loro e trasferita in tutto il mediterraneo, almeno fino a che non è arrivato il fatalismo islamico come mezzo di contrasto necessario; ma nel mediterraneo settentrionale vige tuttora il dominio del tragico, evidente per contrasto da altri luoghi di osservazione, come la Germania: ogni funerale siculo è un frammento di coro tragico, mentre il negozio di pompe funebri non troppo lontano da casa mia in Germania è uno straordinario monumento all’autocontrollo emotivo di fronte alla morte, con la sua cassetta che distribuisce gratuitamente piccoli volantini con riflessioni e poesie sul tema sempre molto lucide e controllate.

        anche la religione cristiana sarebbe incomprensibile al di fuori della mentalità tragica del mondo greco: la storia di un padre che punisce suo figlio imponendogli la morte per una colpa verso i suoi riguardi di un altro figlio, che cos’altro è se non una storia tragica.

        mi sono associato non troppo tempo fa in un post, sulla base di indizi quasi schiaccianti, all’isolata teoria di chi identifica Shakespeare con un immigrato siciliano clandestino in Inghilterra, che assunse la falsa identità di un suo lontano parente inglese morto da poco; credo che questo spieghi bene anche il dramma shakespeariano in termini culturali, come travaso dell’amore siciliano per la tragedia.

        è della cultura greca. che vive in un tutto pieno tragico al suo interno, allo stesso modo. l’incapacità di riconoscere nel nulla un numero, e di necessità il primo, dato che precede l’essere; la scoperta è degli arabi, ed ha molto a che fare con le radici della loro cultura, credo, dato che sarebbe rivelatore a mio giudizio accorgersi che Allah, nella cultura islamica è proprio la personalizzazione del Nulla.

        il Nulla è il primo numero, cioè l’assenza di un numero, lo Zero.

        ma è nel momento in cui il Nulla è riconosciuto, che da questo riconoscimento nasce l’Uno, il secondo numero, e necessariamente allo stesso momento anche il terzo, che è il due, cioè l’altro che osserva e prende coscienza, e finalmente il tre, che è il processo che unifica i tre numeri precedenti, il nulla che genera l’essere e la coscienza che li osserva entrambi.

        la nascita contemporanea di questi ulteriori tre numeri, che costituiscono una trinità induista, hegeliana o della saggezza cinese, genera istantaneamente il big bang della serie infinita dei numeri, per l’infinita combinabilità fra loro dei primi tre numeri concreti.

        il nulla assoluto non lo possiamo conoscere, perché è soltanto un concetto limite, come il tutto assoluto, che è l’infinito, ed è sorprendente accorgersi che essi sono LO STESSO, uguali ed opposti, incompatibili ed identici.

        ma tutto ciò che diciamo reale, e che è apparenza e possibilità, nient’altro, nasce da un puro concetto limite, è una pura proiezione del pensato.

        questo pare a me, ovviamente, ma in questo campo è bene che mille prospettive diverse fioriscano, non trovi?

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        • rozmilla ha detto:

          Mmm .. moderatamente poco fortunato … visto che potrebbe sempre andar peggio. Quindi trattengo il fiato o incrocio le dita.
          Ieri stavo quasi per scrivere un post umoristico, ma ora la tragedia di Denver mi fa sentire in colpa se lo faccio. E la Siria … eccetera. È triste constatare come fioriscano le tragedie.

          Sul nulla, mi spiace ma non condivido che il nulla preceda l’essere. Poiché, tralasciando pure le definizioni parmenidee, se penso alla sostanza di cui è fatto il mondo, se il nulla precedesse l’essere, sarebbe come dire che il mondo viene dal nulla. Mentre (secondo me) il mondo, l’universo, il cosmo, non viene dal nulla e non va nel nulla, ma è. Semplicemente è.
          L’eternità, non è da confondere con l’immortalità (che è una chimera).
          Siamo noi umani, mortali, che abbiamo l’impressione di venire dal nulla e andare nel nulla. In realtà è più probabile che non veniamo dal nulla, ma da una catena di causa effetto che ci ha fatto apparire e vivere, ed esserne coscienti, per il tratto della nostra esistenza.
          Come non dobbiamo confondere la coscienza che abbiamo di noi stessi come esseri mortali, enti o quasi ni-enti, con l’essere che perdura. Che c’era prima di noi, e continuerà ad essere anche dopo che l’ultimo uomo sarà scomparso dalla faccia della terra.
          Certo, obbietterai che in fin dei conti siamo solo noi a dirlo, a filare questi pensieri, e quando non ci sarà più nessuno … è chiaro che nessuno esprimerà più parola, né numeri, né logos. Ma l’universo è più vasto del logos, e lo contiene, o lo avrà contenuto per quel tanto che basta.

          Non sapevo che Allah fosse la personificazione del nulla. D’altra parte anche i cristiani hanno bisogno di Dio che crea il mondo dal nulla. Ma non è vero. È un pensiero primitivo, arcaico – sempre secondo me.
          I buddhisti invece meditano sul concetto di vacuità, ma ha tutt’altro significato e soprattutto utilità. Non ne so molto, veramente, ma l’intuito in molti casi precede la conoscenza.

          Però sul significato simbolico dei numeri, le varie trinità e compagnia bella, a me sembra siano solo storielle che ci raccontiamo. E siccome sono carine, o belle, è proprio per questo che poi ci crediamo e ce le beviamo. Talvolta sono consolanti.

          Sulla proiezione del pensato, però, riesco a vedere la differenza fra il mio pensato e le “cose” che esistono realmente – una montagna, un fiume, ecc.. per intenderci, un animale, un altro essere umano, un piatto, una ciabatta, un fiore ecc..
          E infatti noi non potremmo avere alcun pensato se non ci fosse anche un mondo reale da pensare, e che ci dà modo di pensare, e col quale dobbiamo fare i conti. Sai come si dice … scontrarsi con la realtà. La realtà è il limite, è ciò che pone i limiti al nostro pensare, o immaginare, o fare congetture, ipotesi, interpretazioni.

          Ps: ho letto da te che sei in Germania. Sei tu quel signore coi baffi seduto a sinistra? Buona fortuna anche da parte mia … ciao

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  2. bortocal ha detto:

    accidenti ai miei, di lapsus, nel commento precedente: “sfortuna” invece di “fortuna”, ovviamente.

    chiunque sia il signore a sinistra con i baffi, e non lo ho capito, non sono io perché ho una barba intera (sono comunque visibile nel mio ultimo montaggio video già citato nel blog); ne ho visti solo due di possibili candidati nelle foto, ma entrambi decisamente più belli di me :).

    per il resto abbiamo aperto una discussione immensa, forse troppo ambiziosa.

    correggo l’impressione di avere detto come dato di fatto che Allah è la personificazione del nulla, è solo una interpretazione mia, che cerca anche di spiegare il carattere più impersonale di Allah rispetto al dio cristiano.

    ho ignorato la tragedia di Denver, quando ne successe una simile a 20 km da qui (Stuttgart) non mi fu possibile farlo, andai sul luogo della strage, mi commossi; poi c’è un ritualismo delle commozioni inutili da cui occorre staccarsi per motivi diversi, non ultimo quello che serve ad impedirci di pensare.

    quindi non ritengo doveroso commuovermi per questi episodi, dico di peggio, tendo piuttosto a considerare doveroso e morale NON commuoversi; quindi mi spiace che tu provi dei sensi di colpa, e soprattutto che tu non scriva un post umoristico che avrebbe risollevato un poco il morale di entrambi.

    lascerei cadere la discussione filosofica: sarà per semplice ottimismo ma, mentre riesco a concepire facilmente un nulla che si sviluppa ammettendo e quasi generando l’apparenza dell’essere, mi risulta del tutto incomprensibile l’essere che produce da se stesso il nulla.

    del resto il neoplatonismo che faceva derivare le cose dall’essere finiva col descrivere un processo di degenerazione…

    secondo te noi non siamo immortali, ma addirittura eterni; una derivazione diretta dalla teoria dell’anima cristiana, direi, ma non mi sembra utile a gestire la nostra vita imperfetta, se non per immettervi qualche rigidità in più, spesso decisamente molesta.

    ma non prenderla come una critica: semplicemente condivido con te che queste discussioni non portano da nessuna parte, nonostante le cose belle che hai detto di loro, e io considero la filosofia una branca dell’arte, quindi si discute solo se è piacevole oppure se la lettura dell’altro appare per qualche verso stimolante; altrimenti a che pro?

    e aggiungo che questo è per te un momento in cui avresti bisogno più di conforto e appoggio che di problemi irrisolvibili; ti faccio tanti auguri, cara amica.

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    • rozmilla ha detto:

      Mi ero dimenticata di dirti di aver aggiunto “non”: quindi niente lapsus, era un mio errore.
      E purtroppo non ho potuto vedere il video fino in fondo: a metà mese avevo già consumato la connessione alta velocità.
      Commuovermi per i fatti di Dever e simili? No, non è commozione, ci soffro proprio.

      Sulla discussione ontologica, sì è un po’ complicata … ci avevamo già provato se ben ricordo, e non si approda. E d’altronde dubito ci si possa riuscire facilmente. Credo sia una coloritura che diamo al concetto di essere, che dal nostro punto di vista mortale alla fin fine è una sfumatura. L’eternità, ad esempio, è un’intuizione ontologica che si potrebbe riassumere accettando il fatto che qualsiasi cosa accade non può più non essere stata. L’eternità è “solo” questo: non si può tornare indietro e cancellare ciò che è stato, nessuno lo può fare (anche se ovviamente, in teoria, si potrebbe sempre rimediare). Idem la nostra vita, anche quando non ci saremo più, sarà stata. Ogni singolo attimo, ogni respiro. Messa in questi termini (sai che sono una donna pratica) ognuno di noi darebbe ad ogni attimo della sua e altrui vita un valore diverso – diverso dal nulla, intendo.

      È curiosa questa cosa che dici, che avrei bisogno di conforto e appoggio, ma certo averne in surplus non guasta, quindi ti ringrazio e farò del mio meglio per ricambiare 🙂
      Tuttavia per il momento ho ancora braccia e gambe, vista udito e odorato e tatto … (e magari anche un po’ di sesto senso? – scherzo)
      Ma sì, non vedrei l’ora che le cose cominciassero ad andare meno peggio, e non tanto per me, che alla mia piccola vita do minore importanza, e in ogni caso è in relazione a ciò che succede nel mondo – ma il guaio è che ancora proprio non la vedo (quell’ora).
      Hasta la vista, caro Mauro …

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      • bortocal ha detto:

        io credo che la “discussione ontologica” sia un po’ lo sviluppo delle proprie costellazioni caratteriali: io ho ricevuto una educazione rigida alla quale mi sono ribellato per una vita intera (non dico con grandi risultati…), e quindi vivo con disagio ogni toeria che irrigidisce o responsabilizza troppo sul piano individuali; il nichilismo è stata la via della mia liberazione; per te probabilmente non è così, avverti il bisogno opposto di dare una maggiore stabilità alla tua vita.

        sono due bisogni altrettanto positivi e rispettabili, credo (riferendomi al mio per quel che riguarda la forma attenuativa), e una volta che ce li siamo spiegati, credo che possiamo tranquillamente prendere atto che remiamo in direzioni opposte, in questo come in altri campi, senza far venire meno la stima e q

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        • bortocal ha detto:

          il commento è partito da solo, finisco almeno la frase

          e quel tanto di amicizia che si costruisce a distanza.

          per il resto prendo il fatto che la piattaforma abbia interrotto autonomamente il mio sproloquio 😉 come un segno del destino… 🙂 🙂 🙂

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  3. rozmilla ha detto:

    ma certo, Mauro …
    ma non credo nemmeno che remiano in direzioni opposte, quanto piuttosto non sappiamo di andare nella stessa direzione … o c’illudiamo che sia diversa.

    aggiungo un particolare curioso: avevo pubblicato questo post alle ore 12:21 e il tuo primo commento a questo post è stato inviato alle ore 21:21 🙂
    non è buffo?
    ciao

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  5. lamanna12 ha detto:

    Questa storia è ripresa ed adattata dal grande Edoardo De Filippo nel film “A che servono questi quattrini”?
    Un gilm godibile che, ridendo e sorridendo fa riflettere quasi senza accorgersene…

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