etica, relativismo e “cum-scientia” musicale

(oggi ripubblico il post,  poichè mi sono accorta  che non consentiva di inviare commenti – nel caso qualcuno avesse intenzione di farlo 🙂 )

C’è un articolo di Dario Antiseri sul quale non ho meditato abbastanza a lungo la scorsa primavera.
In realtà in un primo tempo l’avevo letto in fretta e in modo superficiale, e forse mi ero un po’ indignata per la sintesi espressa dal titolo «Non esiste un principio etico razionale che valga più di altri» – anche perchè sappiamo come buona parte dei lettori sia abituata a leggere soltanto i titoli, che nella fattispecie mi sembrava trarre in inganno e dare l’impressione che sia possibile giustificare qualsiasi scelta etica.
Ma non è esattamente così: è un testo pregevole e, al di là del titolo e delle considerazioni finali indirizzate ai cristiani che potrebbero risultare poco rilevanti per i non-cristiani, ritengo valga la pena non solo di rileggerlo, ma di considerarlo come lo sfondo comune che può essere condiviso dalle parti che, nei vari campi – vuoi politico, economico, scientifico o religioso – abbiano opinioni diverse e contrastanti.
Lo sfondo: ossia la conditio sine qua non sarebbe possibile alcun dialogo e condivisione di responsabilità nella ricostruzione di un futuro comune accettabile e decente.
Parole altisonanti, lo so. D’altra parte è necessario accordare prima gli strumenti se si desidera che poi gli strumenti diffondano musica intonata e non troppo discordante.

 

Per motivi pratici, ho estrapolato dal testo i punti che ritengo più degni di nota.

Antiseri introduce il discorso osservando come persino l’ideale dell’episteme, della scienza assolutamente certa, dimostrabile, si sia rivelato un idolo; e che “l’esigenza dell’oggettività scientifica rende ineluttabile che ogni asserzione della scienza rimanga necessariamente e per sempre allo stato di tentativo. Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta della verità.” (Karl Popper).

Nel corso di ogni ricerca, è inevitabile percorre la via dell’errore, al fine di “falsificare, dimostrare false le nostre congetture per sostituirle, se ci riusciamo, con teorie migliori, vale a dire più ricche di contenuto esplicativo e previsivo. Ciò nella consapevolezza che, per motivi logici, non ci è possibile dimostrare vera, assolutamente vera, nessuna teoria: anche la teoria meglio consolidata resta sempre sotto assedio”.

Così, “nello sviluppo della ricerca scientifica, non ogni teoria vale l’altra e, di volta in volta, accettiamo quella teoria che ha meglio resistito agli assalti della critica. Il fallibilismo, in breve, è la via aurea che, in ambito scientifico, consente di evitare sia il dogmatismo sia l’arbitrio soggettivistico.”

Sottolineo questo passaggio, ovvero che “non ogni teoria vale un’altra”, eccetera, anche se questo sembra essere in contraddizione col titolo, mentre è chiaro che il titolo si riferisce ai principi etici, e non alle teorie scientifiche.

D’altra parte, e maggior ragione, abbiamo anche ragionevolmente compreso che non può esistere una scienza dell’etica, benchè “la storia delle vicende umane, come anche la realtà dei nostri giorni, ci mostra una Terra inzuppata di sangue versato in nome di concezioni etiche legate a differenti prospettive filosofiche e religiose. (… ) E con ciò siamo nel mezzo delle questioni connesse al relativismo etico.”

Ma nello stesso tempo ammette che “certo, è falso sostenere che tutte le etiche sono uguali.”

 

 

Dunque, tutte le etiche sono diverse, ma ce n’è una migliore delle altre? C’è, insomma, un qualche principio etico che, razionalmente fondato, possa valere “erga omnes” ? Si tratta di un’inevitabile domanda che, tuttavia, non pare possa avere una risposta positiva. Simile risposta positiva non può darsi se vale quella che si chiama «legge di Hume», la quale stabilisce l’impossibilità logica di dedurre asserti prescrittivi da asserti descrittivi. È questa, per usare un’espressione di Norberto Bobbio, una legge di morte per ogni tentativo di giustificazione razionale di qualsiasi sistema etico. La scienza sa, l’etica valuta. Molto può fare la ragione nell’etica, ma la cosa più importante che essa può fare in ambito etico sta nel farci comprendere che l’etica non è scienza. Esistono spiegazioni scientifiche e valutazioni etiche: non esistono spiegazioni etiche. Da tutta la scienza non è estraibile un grammo di morale. I princìpi etici si fondano su scelte di coscienza e non sulla scienza. Pluralismo di valori, dunque scelta; scelta, dunque libertà; libertà dunque responsabilità. Inevitabile la scelta, perché inevitabile il relativismo inteso esattamente quale esito della non fondabilità razionale di qualsiasi principio etico.”

Il punto, in cui parla della legge di Hume che “stabilisce l’impossibilità logica di dedurre asserti prescrittivi da asserti descrittivi”, a me pare oggettivamente alquanto oscuro, anche se è probabile che la legge di Hume sia del tutto logica e valida, e in una parola sia un’ovvietà talmente ovvia che fatico a darle l’appellativo di “legge”.
Nella mia mega-ignoranza provo ad applicare la suddetta legge a un caso particolare, anche perché ritengo sia del tutto supefluo parlare di etica, senza applicarla ai casi particolari e senza tradurla in pratica.  Difatti mi pare “anche” logico, che se osservo una situazione, poniamo di un malato che suda e ha la febbre a 40°, nel caso io fossi il suo medico curante, dopo aver osservato e descritto i sintomi gli prescriverei dei rimedi che in precedenza si sono rivelati utili in simili casi. Vale a dire che per prima cosa metterei in atto tutte le mie risorse e conoscenze per fargli abbassare la febbre e per non farlo morire, e comunque solo nel caso lui accetti i rimedi che gli prescrivo. Ma certo qui parliamo di una condotta medico-scientifica che applicata nel caso particolare assume anche una valenza etica, perché chiaramente impegna la responsabilità e gli sforzi del medico a non lasciar morire il malato, nel limiti del rispetto della volontà dello stesso.
L’evidenza, d’altronde, è che un medico ha abbracciato un’etica deontologica per la quale ha l’obbligo morale di fare il possibile per salvare ogni malato e prestare aiuto e soccorso ad ogni uomo in difficoltà sotto l’aspetto psico-fisico.
Detto così sembrerebbe però che tutti gli altri, che non sono medici e non hanno giurato su un’etica deontologica, trovandosi nella situazione descritta sopra, o similari, potrebbero tranquillamente fregarsene e lasciar morire di febbre il malato o chiunque altro. O che comunque non avendo alcun obbligo morale, la sopravvivenza di ogni malato o bisognoso, o simili, saranno in balia e dipenderanno dalla scelta di coscienza, magari istintiva e nemmeno razionale, di ognuno che vi si imbatte per caso. Messa in questo modo, e considerate le conseguenze alquanto irrazionali che potrebbero derivare, soprattutto a livello collettivo invece che soltanto casuale e personale, non riesco a farmi piacere le conseguenze indirette di questa legge di Hume. Che, ripeto, non mi pare possa vantare l’appellativo di “legge”.
Perché sì, lo ammetto, preferisco sempre e di gran lunga la legge della Weil (ne avevo parlato qui )
“Un uomo, considerato di per se stesso, ha solo doveri, fra i quali si trovano certi doveri verso se stesso. Gli altri, considerati dal suo punto di vista, hanno solo dei diritti. A sua volta egli ha dei diritti quando è considerato dal punto di vista degli altri, che si riconoscono degli obblighi verso di lui. Un uomo, che fosse solo nell’universo, non avrebbe nessun diritto ma avrebbe degli obblighi.” [Simone Weil – La prima radice]

 

 

Ma andiamo avanti.

In un simile orizzonte la «legge di Hume» si configura come la base logica della libertà di coscienza, mentre la presunzione di essere in possesso di “fundamenta” inconcusse del proprio sistema etico genera facilmente fondamentalisti inquisitori, i quali si sentiranno divorati dallo zelo di imporre agli altri il «Vero» e il «Bene», magari a costo di lacrime e sangue.”

Ora, non so se sia un caso, ma questo punto – dell’imposizione del vero e del bene, magari a costo di lacrime e sangue – appare piuttosto stringente su molte delle attuali circostanze, dal momento che la locuzione “lacrime e sangue” ha cominciato ad aggirarsi anche per l’Europa, e non come un fantasma. E ovviamente non credo che nessuno possa imporre lacrime e sangue a chi ne farebbe volentieri a meno, appena gli fosse possibile evitarlo. Come purtroppo non credo che qualcuno possa imporre a chi non lo desidera di essere obbligato nei suoi confronti, come liberamente sceglierebbe di fare la Weil, o un medico che ha giurato su un’etica deontologica.

Ma andiamo oltre.

È davvero difficile dar torto a Hans Kelsen quando scrive che «il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone». E non va dimenticato che la società aperta è aperta al maggior numero di idee e ideali diversi e magari contrastanti, ma che è, appunto, aperta e non spalancata; essa, pena il suo autodissolvimento, è chiusa a tutti gli intolleranti e ai violenti – animata, come è, da quel decreto umanitario che stabilisce che «non c’è nessun uomo che sia più importante di un altro uomo»”.

Bene, nonostante sembri in contraddizione col titolo, un principio che vale più di un altro alla fin fine Antiseri l’ha trovato, e di sicuro non è nemmeno l’unico che potremmo senza tema condividere e al quale non vorremmo rinunciare. E ciò significa che siccome nessun uomo è più importante di un altro, ognuno dovrebbe avere il diritto di mantenere, se non l’obbligo reciproco, che benché lodevole resta pur sempre una libera scelta, per lo meno sia gli stessi diritti che gli stessi doveri – a meno che non valga in maggior misura la più ben nota legge di Hume, quella dell’Homo Homini Lupus.
Ma nello stesso tempo dubito che una comunità si possa reggere ed esistere se non adottando anche il principio dell’obbligo reciproco, ovviamente sempre come libera scelta e non come imposizione. Così come un gruppo musicale non potrebbe pretendere di suonare assieme se non accordando gli strumenti sulla stessa nota musicale: ne risulterebbe una cacofonia assordante in cui ognuno non suonerebbe mai una musica che si accordi a quella degli altri. E a quel punto tanto varrebbe suonare degli assoli.

 

 

Ovviamente non posso però condividere le affermazioni di Antiseri, quando verso la fine s’interroga su “che cosa sarebbe questa nostra « cum-scientia » umanitaria, che cosa sarebbe in altri termini l’Occidente senza il messaggio cristiano?” E conclude dicendo che “La fede cristiana – che, essendo appunto fede, viene abbracciata e va testimoniata, proposta e non imposta – libera l’uomo dall’idolatria, anche dall’idolatria di una ragione concepita come Dea-Ragione.”

Su questo punto direi che proprio in forza del relativismo etico, possa essere accettabile sia la sua conclusione (per lui come per tutti coloro che abbracciano la fede cristiana) sia la mia non adesione ad abbracciarla. La qual cosa non mi vieta però di avere una cum-scientia umanitaria. Anzi, trovo sia persino dannoso affermare che solo dalla fede cristiana possa derivare una coscienza umanitaria. E mi spiace che qualcuno lo creda, poiché ho forti dubbi che la religione cristiana debba detenere il monopolio della coscienza umanitaria. La coscienza umanitaria dovrebbe svincolarsi dalla fede cristiana e essere, come è, una legge comune che tutti gli uomini possono riconoscere e abbracciare, anche perché essa viene prima di ogni fede religiosa, se non che è persino radicata costitutivamente nel DNA umano. Ma si potrebbe a questo punto tirare in ballo Antigone, che però lasceremo sottintesa, e a buon intenditore poche parole.

Mentre invece condivido la nota finale, e cioè che “la ragione (…) è una preziosa lanterna, da tenere sempre accesa, necessaria per la correzione dei nostri errori; indispensabile perché le nostre scelte vengano compiute a occhi aperti, vale a dire con l’intelligenza delle loro conseguenze; e capace di scrutare quei limiti di se stessa, senza la cui consapevolezza popoleremmo la Terra, come insegnano tragiche esperienze del passato e del presente, di idoli mostruosi assetati di sangue”.

Lascio volutamente il finale di questo post aperto.

Aggiungo solo un’osservazione di mio figlio, che devo ammettere mi ha non poco stupito, quando mi ha detto grossomodo che “ognuno di noi ha a disposizione un buon numero di geni. Si tratta di scegliere di sviluppare quelli migliori e di abbandonare quelli dannosi e deleteri”.
Dal suo ingenuo punto di vista, però, non sa che ciò che ognuno di noi chiama “migliore”, è pur sempre relativo ad una certa cornice di riferimento, che se la cornice è un po’ troppo ristretta compaiono purtroppo e soprattutto i famigerati “interessi privati” o di parte, e che comunque presuppone un gradiente di opzioni fra il peggiore e il migliore, escludendo possibilmente il pessimo.

 

Pierrot et monstre, plaque animée peinte à la main, France c. 1860

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