sul mio forte braccio momentaneamente ferito

Una mattina mi son svegliata …. con un braccio dolorante, talmente dolorante da non poterlo muovere senza veder le stelle anche a mezzogiorno. Il dolore partiva all’articolazione del braccio con la spalla e scendeva fino alle dita. Il primo giorno ho aspettato che passasse com’era arrivato, da solo, senza fare niente – che a volte la “malattia senza colpa passa da sola”.  A volte succede.
Quel primo giorno è stata dura e non solo per il dolore: avendo a disposizione il solo braccio sinistro non potevo fare tutte le cose che di solito faccio per abitudine e in modo automatico quasi senza accorgermene. Non potevo vestirmi se non con estrema fatica e sopportando dolori lancinanti; ma anche a volerli sopportare mi era praticamente impossibile ad esempio allacciarmi il reggiseno o pettinarmi, e dovevo con estrema riluttanza chiedere a qualcuno di aiutarmi e raccogliermi i capelli.   Ma non sempre c’era qualcuno. Insomma non è una bella condizione trovarsi d’un tratto ad aver bisogno d’aiuto ribaltando consuetudini assodate e non ancora messe in discussione, compresi ruoli e divisione del lavoro.  Continuavo comunque a fare a malapena e di pessimo umore alcune cose che mi era possibile fare con un braccio solo, anche se solo il sinistro e anche se non sono mancina.

Il secondo giorno è stato anche peggio: ho dovuto constatare che il dolore non se ne voleva andare, che si era insediato e vi si trovava quasi bene – lui, il dolore, ma non io, ovviamente – così che mi sono decisa a telefonare a Fiorella – la dottoressa – che non mi vede quasi mai, e alla quale ho descritto causa e sintomi di questo malanno a viva voce.

Sulla causa, che dire, sono del parere che affondi nella mia abitudine a dormire perlopiù appoggiata sul fianco destro, come m’insegnò la nonna quando mi metteva a letto da bambina – perchè così pesa di meno il cuore, diceva – causa che comunque a Fiorella non interessava granché. Infatti è risaputo che la medicina sintomatica si concentra all’ingrosso nel risolvere i sintomi, talvolta disinteressandosi delle cause che hanno provocato il male, ma non sempre. Il motivo evidente, ad esempio nel mio caso, è che le cause non possono essere rimosse, al presente, così come non si può evitare che quel che è stato sia stato, mentre sul sintomo si può intervenire in tempi brevi e attuali. Se si vuole.
Quindi, sempre nel mio caso, la soluzione del problema si poteva distribuire in due ordini di rimedi: uno che attenuava i sintomi eliminando il problema immediato, e l’altro che contemplava di dare dei limiti alle mie abitudini nocive di postura. Cosa che tra l’altro vien da sé, visto che non mi potevo di certo appoggiare su un braccio e una spalla già doloranti.

Ma consideriamo pure il fatto che molti altri casi abbiano cause congenite che non possono essere rimosse tanto facilmente, per cui si dà il caso di dover affrontare il male e il dolore di per sé, senza poter far nulla sulle cause che lo hanno provocato.
Se mi rompo una gamba, tambèn, è impossibile eliminare il fatto che ne ha provocato la rottura.
Se invece si può dimostrare che la diffusione del cancro nella popolazione è stato provocato da agenti cancerogeni, il dovere collettivo è quello di eliminare tali agenti, per non perseverare nel provocare cancri indiscriminati anche in futuro.
Lapalissiano. Sì, lapalissiano, anche se spesso le cose più ragionevoli e ovvie si scontrano con la dura realtà dell’inerzia delle cose, e con l’abitudine a non cercare di risolvere i problemi, micro o macro-scopici.
E se ci pensiamo è sempre la soluzione meno dispendiosa, quella di non fare niente.
Si evita la scocciatura di dover dimostrare delle cause, nonché quella di dover convincere gli scettici o quelli che sono maggiormente interessati a lasciare le cose tali e quali; e si evita la seccatura di dover intervenire, mettere in campo risorse ed affrontare dei costi. Che quando ci son di mezzo dei costi in molti si defilano con le tasche cucite, o hanno le braccine corte. Soprattutto quando il problema non è “loro”, non gli compete e non li tocca.

Le braccine. Ecco che torno a ripensare al mio braccio. Il mio forte-braccio ferito che se ne stava lì inerte e come mutilato, appeso al resto del corpo come un fastidio, come una malattia, come una tortura.
In quelle ore, mentre potevo stare quasi solo immobile per cercare di sentire il meno possibile, immaginavo l’eventualità di dover fare a meno del mio braccio destro, di vivere  il resto della vita con un braccio solo. Ho pensato che avrei potuto radermi i capelli a zero, per cominciare, in modo da non dover dipendere dagli altri almeno per quello. Lavarmi con una mano sola avrei potuto farlo, idem cucinare e fare piccole cose. Guidare invece sarebbe stato impossibile. E così via.
Ovviamente non c’è stato bisogno di proseguire nè mettere in atto ulteriori strategie di sopravvivenza, perché dopo aver assunto dei farmaci idonei il problema si è dissolto lentamente e ho potuto riprendere le mie attività quasi come prima.

Le malattie, come le crisi, non vengono per caso, ma certo hanno delle cause e danno da pensare. Ad esempio come,  più che fuggire alla morte che a lungo andare è impossibile, quanto sia importante cercare di diminuire il dolore. E a volte fanno pensare anche a cose che apparentemente sembrano c’entrare poco. Ma tant’è.

Una di quelle mattine in cui mi alzavo all’alba spinta più dal dolore che dalla voglia di vivere, mentre con estrema fatica aprivo le persiane per far entrar aria fresca e luce, mi è apparso d’un tratto quel braccio della pietà Rondanini – forse per analogia?
Non so perché, ma certo è una delle opere di Michelangelo più enigmatiche, la cui lettura di non ricordo quale critico d’arte mi aveva profondamente turbato in età giovanile,  m’è tornata presente anche se solo a grandi linee.
Quel braccio che all’origine è parte dello stesso blocco di pietra, nel corso dell’evoluzione prende un’altra strada, si stacca dal resto, rimane lì appeso e rotto appena sopra il gomito, con la vena che continua a pulsare, in modo che sembra indicare una svolta drammatica nelle vicende di questa s-cultura.
Nessuno può dire con certezza  le cause che hanno condotto Michelangelo a lasciare da parte quel braccio e a continuare ad estrarre dal blocco i corpi della madre e del figlio, irriducibilmente uniti, fusi insieme nonostante quel braccio abbandonato  là, per sempre, sulla destra …

Nota: i testi raccontano che quando “il notaio Roberto Ubaldini stilò l’inventario il 19 febbraio 1564 dei beni di Michelangelo, il giorno dopo la sua morte, nella casa di Macel de’ Corvi, scrisse «Un’altra statua principiata per un Cristo ed un’altra figura di sopra, atacata insieme, sbozzata e non finita».

Un’altra figura di sopra”, che si tende nella linea curva, come un’arco tracciato nel marmo, della schiena di Maria, che porta e insieme si china, sorregge e insieme ingloba, si eleva e insieme scende.

Atacata insieme” – scritto senza le doppie,  che non è un errore perché forse al tempo si scriveva così  – vuol dire che le due figure sono un corpo solo. Il punto supremo della Pietà è la condivisione del destino, sembra dire …

E “non  (è) finita” …

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2 risposte a sul mio forte braccio momentaneamente ferito

  1. bortocal ha detto:

    ho letto questo tuo post non solo per amicizia, ma anche per un interesse di tipo, se si potesse dire così, professionale…

    ho subito anche io un identico attacco doloroso simile iniziato ai primi di maggio e ancora non completamente concluso.

    all’inizio si è manifestato come un normale colpo di freddo, una fitta piantata nella schiena all’altezza della spalla sinistra, non era gravissimo e io non ho fatto nulla, tranne che cercare di stare un po’ più coperto, aspettando che passasse da sé, mentre tuttavia il dolore continuava ad approfondirsi, ad allargarsi, e si era impadronito anche del braccio.

    a quel punto avevo due scenari a disposizione per interpretarlo: la ripetizione con soli 5 anni di età di più (ma io non fumo!) dello scenario della morte di mio padre per un cancro al polmone, iniziato esattamente in questa maniera, oppure gli esiti della funesta previsione fattami 15 anni prima, quando mi salvai per un soffio da un gravissimo incidente in autostrada, ma con lo spostamento della prima vertebra di 5 millimetri: “Lei da vecchio avrà dei dolori terribili”.

    infine la più semplice: che si trattasse dell’esito ritardato della sincope di metà febbraio, per la quale avevo sbattuto violentemente la testa sul pavimento cadendo senza coscienza, e mi erano stati dati 5 punti sul mento: danni sul collo? inevitabili, strano solo che non si fossero fatti sentire prima.

    dopo due settimane il dolore era effettivamente diventato intollerabile e ho cominciato la trafila prima degli accertamenti medici (nel tuo caso non ne parli, come mai?): radiografie, risonanza magnetica, visite specialistiche; e poi delle terapie, più consistenti in massaggi che in medicine, per mia scelta; l’esperienza di una settimana di cortisone, con successiva dipendenza combattuta per un’altra settimana, è totalmente da dimenticare.

    il dolore è continuato per un mese e mezzo, per molto tempo aggravandosi, devastando non tanto il corpo, quanto la mente, insinuando con le sue parole cattive, delineando scenari di vita inaccettabili; tranne che per la settimana più straziante non ho potuto concedermi il lusso di stare a casa dal lavoro, ma ho potuto verificare l’abbassamento qualitativo complessivo di quel che facevo, per il resto, sia di giorno sia nelle notti spesso passate male, lo scopo della mia vita era diventato trovare la posizione che ne riducesse l’impatto.

    il dolore c’ è ancora, anche se ora è lieve: la causa, ora scoperta, in una artrosi che ha provocato uno schiacciamento vertebrale (indipendente da quello dell’incidente, che ha trovato per suo conto una sua soluzione in un nuovo equilibrio): il dolore dunque ha finito di essere un cupo preallarme di morte, ed è diventato invece il preannuncio della vecchiaia ufficiale, di una dimensione dolorosa inedita della vita con cui fare stabile esperienza.

    una grande lezione, nel senso di capire come quello che diamo per scontato, il vivere efficienti, il potersi muovere, l’avere un umore condizionato solo dal tempo che fa o dalle proprie paturnie, sono in realtà un grandissimo privilegio, perché chi l’ha detto che la vita non possa essere anche un trascinarsi con un ospite ingrato che ti succhia l’attenzione e la felicità?

    per queste riflessioni mi sono ritrovato in molti passaggi di quel che dici, anche se ho notato un tratto tipicamente femminile nel tuo modo di gestirlo con una discreta nonchalance psicologica (le donne hanno in genere una soglia di sopportazione del dolore ben più alta di quella maschile)

    anche se poi, alla fine, io ho soltanto ricavato da questa esperienza, per quanto mi riguarda personalmente, la conferma di essere un uomo molto fortunato che non ha mai riconosciuto di esserlo, per il semplice fatto di avere vissuto per 64 anni con dolori solo occasionali, mentre per il futuro so invece che dovrò convivere col dolore, magari ridimensionato.

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    • rozmilla ha detto:

      Sì, Mauro, ricordo che mi avevi già raccontato la tua recente avventura dolorosa, e di sicuro la mia è stata meno invasiva e di breve durata.
      Per questo forse è stata un’occasione per ragionare per analogie … che sennò mica ci avrei scritto un post – ti pare?
      Il dolore – diceva un mio amico – è un grande maestro. E quanto è vero ..
      Ma di sicuro è il mio problema si è risolto in pochi giorni, non era grave, per cui non credo farò né esami né accertamenti. Il momendol era effettivamente troppo leggero, ma mi son presa dei bei pastiglioni così che sono in via di guarigione.
      Certo che proprio adesso non ci voleva, però la valigia è quasi pronta …
      Buona estate …
      ciao

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