il piacere di perdonare

 

Una bufera
di notte ha strappato tutte le foglie dell’albero
tranne una fogliolina,

lasciata
a dondolarsi in un a solo sul ramo nudo.
Con questo esempio
la Violenza dimostra
che certo –
a volte le piace scherzare un po’.

Wislawa Szymborska – Un esempio

 

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Oggi mentre parcheggiavo davanti al supermercato ho visto Riccardo sulla carrozzella, sospinto da una ragazza coi capelli lunghi, e sulle sue ginocchia c’era un bambino di qualche anno.
È lì che ho capito che era Riccardo. Qualche anno fa aveva avuto un brutto incidente mentre stava potando gli alberi in un viale in centro. Non ricordo esattamente com’è andata, forse aveva dimenticato di  allacciarsi le cinghie di sicurezza ed era scivolato mentre stava passando un tir che se l’è portato via.
È rimasto in coma per qualche tempo e poi non è più stato come prima. Quasi non riesce più a parlare. Solo chi lo frequenta riesce a capire cosa dice, e non ha il controllo delle funzioni più elementari. Non che io lo conoscessi bene, l’avrò visto un paio di volte, ma dopo l’incidente mamma mi ha tenuto al corrente dell’evolversi degli eventi.

Nelle case, un po’ dappertutto, si raccontano i guai di parenti, vicini, conoscenti e amici. A casa mia quando arrivava la zia Gina dal paese ogni volta ci metteva almeno due ore per metterci al corrente di tutte le disgrazie capitate dall’ultima volta che ci aveva visti. È morto questo, quell’altro non ancora ma fra poco di sicuro, o si spera. La maggior parte dei suoi racconti descrivevano disgrazie. Ma c’erano anche i matrimoni, e i divorzi qualche anno dopo, o tizi che scappavano con l’amante. Con tutta la scia dei si dice, e questo ha detto e quello anche.

Ancora adesso quando vado a trovare mia madre inizia la trafila. Solo che da qualche tempo si sono aggiunti i fallimenti e le storie di gente che va in rovina. Lei comincia, Ti ricordi, e io ascolto e poi le dico, Ma mamma, io quelli non li conosco, non so chi sono, non li ho mai visti.  Ma non importa, tutto serve allo scopo di descrivere il paesaggio a toni foschi. C’è di buono che poi dimentico, anche se a volte riaffiorano.

Nel caso di Riccardo, credo che tutto il mondo si aspettasse che la ragazza con la quale da lì a poco avrebbe dovuto sposarsi l’avrebbe lasciato. Si amavano molto, si diceva,  ma tutti si aspettavano che lei lo lasciasse per farsi un’altra vita.
Non fu così. Anzi, fu addirittura uno scandalo quando ad un certo punto decisero di sposarsi lo stesso. E fu uno scandalo anche più grosso quando qualche anno dopo si seppe che lei aspettava un bambino. E il bambino a quanto pare ora è già bello cresciuto. E mentre io sono qui a scrivere sull’acqua continua a crescere senza dubbio.

È una di quelle storie che fanno impressione. Vorrei essere capace di raccontarla meglio, ma è anche vero che non li conosco quasi per niente. Li ho visti solo un attimo oggi mentre facevo la curva, e mi è parso di vederla sorridere.
In quel momento stavo pensando a tutt’altro. Ero lì su quella curva e li vedevo mentre pensavo che oltre al piacere di condannare c’è il piacere di perdonare, e se non ci fosse sarebbe un guaio in sovrappiù,  soprattutto nel caso non ci sia effettivamente nulla di che, o quasi. E che sì, insomma, è un sollievo quando scopri che, ad esempio, non è stato che un malinteso, o una serie di sciocche coincidenze. A voi non è mai capitato? A me sì.

Diversamente, non dev’essere così facile. Ma non so se sia più o meno facile perdonare il destino, o il caso. Con chi te la puoi prendere allora? E chi puoi smettere di odiare? Te stesso, o la serie di coincidenze da niente che in un attimo ti hanno stravolto la vita?

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8 risposte a il piacere di perdonare

  1. MariaSole Ampy ha detto:

    Vorrei averla io quella forza di perdonare ..

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  2. robertomeister ha detto:

    Il perdono è un sentimento difficile da gestire… è come il dare: bisognerebbe dare senza averne la cosapevolezza.
    Grazie per lo spunto di riflessione

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      Sì, certo, ogni rapporto umano implica uno scambio di dare e avere, quindi se si vuole anche di guadagno o perdita.
      E il dare può essere percepito come un perdere qualcosa. È la paura di perdere? Non per niente quando qualcuno subisce una perdita chiede di essere risarcito.
      Leggevo per caso (ma forse non per caso) questa frase di Borges l’altro ieri.

      “Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
      Sempre lascia un po’ di sé e si porta un po’ di noi.
      Ci sarà chi si è portavo via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
      Questa è la più grande responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano mai per caso.”

      Ed è una frase molto bella, in condizioni piane.
      Perché a volte può capitare che qualcuno si sia portato via effettivamente molto, e magari abbia lasciato, non nulla, certo, ma ad esempio una grande amarezza, un dolore che non riesce a cessare. Così che qualcuno si attacca al dolore, che è l’unica cosa che gli rimane.
      Nello scambio umano bisognerebbe tener conto di poter incappare in delusioni e perdite, e che il dolore non sempre è evitabile. Consapevolezza difficile in un’epoca edonostica come la nostra.
      Ma certo capitano cose agli umani che sembrano imperdonabili, e a volte lo sono davvero. Allora si chiede a Dio di pensarci lui, a perdonare, perché noi non ci riusciamo.
      Ma per lo meno, guardando a ciò che accade nel mondo, bisognerebbe riuscire a fare le giuste proporzioni, perché ci son fatti davvero gravi, e cose di pochissima importanza. E almeno quelle, lasciarle andare.
      Grazie a te, Roberto, per lo spunto di riflessione

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  3. Francesco ha detto:

    Lo scorso Autunno mi è capitato di vedere proprio la stessa scena descritta nella poesia di Wislawa Szymborska. Non ho assistito alla bufera, ma solo al suo esito finale. C’era una sola fogliolina sull’albero di fronte casa mia, ed avrei voluto fotografarlo. I sentimenti che mi suscitava erano molteplici epperò aggrovigliati, difficili da districare. Ma certamente l’immagine non poteva passare inosservata e così sono rimasto un po’ in contemplazione, godendo di quello spettacolo tersicoreo così unico (è il caso di dirlo), senza domandarmi altro. A pensarci oggi, molte cose suggeriva quella fogliolina. Ad esempio l’idea della precarietà della vita e di tutto ciò che in essa fa la sua comparsa, l’idea della solitudine, della delicatezza, della pervicacia. In ogni caso, uno spettacolo incomparabile.

    Il piacere di perdonare è un piacere molto più raro, per ovvi motivi (anche se per un filosofo non c’è nulla che sia veramente ovvio), di quello di condannare. È più raro perché più raramente siamo disposti a scendere le scale sulla sommità delle quali è ben piazzato il nostro ego, al fine di incontrare il nostro prossimo sul terreno comune dell’umanità.

    Bella la storia di Riccardo. È la storia dell’amore che vince su ciò che il senso comune, spesso di una prosaicità vomitevole, vorrebbe imporre alle anime, di solito riuscendoci.

    Grazie per i tuoi stimoli, sempre così preziosi, così vicini alla vita..

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    • rozmilla ha detto:

      Non avrei saputo dirlo così bene: il terreno comune dell’umanità.
      Un terreno sul quale commettiamo sbagli ed errori, e subiamo incidenti e disgrazie provocate anche dal caso e dalle circostanze. Pensa a quel fatto incredibile, di quel vaso caduto in testa a un ragazzino qualche settimana fa – forse nemmeno a volerlo fare apposta qualcuno ci sarebbe riuscito.
      Ad esempio, ho sempre pensato che i racconti noir che dovevamo sorbirci da bambini sulle disgrazie altrui, non erano pettegolezzi gratuiti, ma una sorta di terapia allo scopo di insegnarci che ciò che può capitare a qualcuno potrebbe prima o poi capitare ad ognuno di noi. Nessuno è al sicuro.
      Nemmeno dal senso comune ..
      Grazie Francesco

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  4. Pensierodud ha detto:

    Ciao Roz, spero tu stia bene. Faccio solo un giro fugace e, fugacemente, ti do una mia declinazione del “perdono”. La condanna ha in se stessa una valenza temporale: che sia una pena inflitta da un giudice oppure una personale condanna morale, questa è destinata a durare. Il “condannato” deve stare in cella nel primo caso e nel secondo ci appare come tale tutte le volte che lo incontriamo. Alla sua vista in noi si ridesta lo sdegno o la rabbia. Al suo pensiero ci sentiamo male. Aggrottiamo la fronte. Ospitiamo qualcosa di nerastro, che sporca anche noi. Il perdono ha un rapporto opposto col tempo. Lo supera. Va oltre. L’abominevole persona in cui ci imbattiamo non ci sporca la giornata; il caso sfortunato della vita non ci impedisce di vivere. La condanna ci condanna al passato e ipoteca brandelli di futuro. Il perdono, soffiandoci oltre al motivo della pena, ci incoraggia a vivere il presente.
    Ciao cara
    Dud

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    • rozmilla ha detto:

      La declinazione che dai del perdono è molto importante e bellissima. Devi averci meditato molto.
      Il perdono supera il tempo … solo che il più delle volte occorre un po’ di tempo (aggiungo io). Il lutto va rielaborato, e dopo un po’ forse riusciamo a soffiarci via da quel passato. Andare oltre. E speriamo accada prima invece che dopo … visto che il tempo fugge 🙂

      Grazie Dud. Sì sto bene. Così spero anche tu.
      Ciao carissimo

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