Il sogno in solitaria e la matrice sociale del sogno

Lavorìo che risuona con gli eventi del proprio tempo e che tenta di metabolizzare – tra le altre cose – il  rapporto tra potenti e diseredati, tra vivi e morti, tra generi, toccando temi esistenziali come la giustizia le peripezie della soggettivazione e la conquista di una propria parola e sapere sulle cose del mondo. Abbiamo perso la percezione  che altre culture hanno di una costante relazione tra il mondo onirico e il contesto eco-sistemico complesso e in divenire (che sovente include cosmo, antenati, spiriti, ierostoria) su cui i sogni a volte aprono la porta – se il sistema onirico non è intasato da una cena troppo pesante o da altre pesantezze personali.

 

 

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Il Sogno in solitaria

In Occidente non siamo più abituati a pensare il sogno come matrice generatrice di narrazioni e pensieri e tanto meno ‘matrice’ psico-sociale. Il sogno è stato inizialmente pensato dalla psicoanalisi come una confusa produzione di natura allucinatoria che esprime i conflitti personali irrisolti che la coscienza non riesce ad accogliere. Durante buona parte del secolo scorso la concezione vincente è stata quella di Freud: “I sogni, di per sé, non sono né espressioni sociali, né un mezzo per fornire informazioni.” Gli stessi sogni ‘sociali’ di Freud, per esempio quello in cui come giovane suddito emarginato ed ebreo di origine ungherese, si oppone all’arrogante primo ministro austriaco Conte Thun, sono sempre interpretati come uno spostamento del conflitto edipico tra padre e figlio e non come lavorìo parallelo e complementare della psiche. Lavorìo che risuona con gli eventi del proprio tempo e che tenta di metabolizzare – tra le altre cose- il  rapporto tra potenti e diseredati, tra vivi e morti, tra…

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