ceci n’est pas un crapaud

Oggi ho il piacere di pubblicare un “Bonsai-conto” di Roberto T. della serie “W il riassunto” – che al riguardo pare che il suo maestro delle elementari fosse davvero bravo (e visto che lo dice lui, non vedo perché non dovremmo credergli).

Il Bonsai-conto, sempre a detta di Roberto, sarebbe “una scellerata invenzione mia e dei miei amici, che facevamo a gara a scrivere un racconto e poi ritagliarlo fino a contare non più di 414 parole. Un esercizio non da poco – sai?”

Ed è proprio vero: riuscire ad eliminare le parole di cui potremmo fare a meno è un’impresa difficilissima, oltre naturalmente a trovare quelle giuste, utili e, se si vuole, non nocive. E riuscire nello stesso tempo a dire tutto quello che si ha bisogno di dire per farsi capire. Che d’altra parte non potremmo nemmeno stare sempre in silenzio o tapparci in ogni momento la bocca.

Purtroppo, non so come mai, nel riversarlo qui, ora che le ho ricontate sono diminuite: infatti il conteggio parole automatico ne rileva 409. Spero che Roberto non ne abbia a male, ma non posso farci niente se se ne sono andate perse 5!!! Se però vi aggiungiamo il titolo e la firma dell’autore, quasi ci siamo.

Ad ogni modo consiglio di leggerlo dall’inizio,  e non dal fondo – come a volte faccio io – che sennò il bello della sorpresa andrebbe sprecata. Buona lettura.

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titolo: 

“GIOVANNI”

 

Si era alzato da poco.
Il sole era alto, come succede nelle mattine estive, e già scaldava l’aria asciugando le gocce di rugiada sui fili d’erba.
Uscì, sentiva un leggero senso di fame, ma decise che avrebbe fatto colazione all’occasione, in giro, e s’incammino’ piuttosto lentamente e con indolenza, ancheggiando, verso il posto che aveva deciso di raggiungere per andare a prendere il sole.
Non era lontano, ma avrebbe permesso a lui di camminare lungo tutto il muretto a secco che a gli piaceva tanto, avrebbe forse fatto anche qualche incontro piacevole lungo il tragitto e poi era un muretto assolato anche a quell’ora mattutina: cosa non da poco, per lui che amava il sole. Sentiva le pietre sotto le dita e la pianta.
A volte erano aguzze, a volte erano lisce ed arrotondate, aveva una perfetta sensazione dei sassi che calpestava, come se li vedesse. Erano caldi. Ogni tanto era abbagliato, si fa per dire, da qualche residua goccia di rugiada che ancora brillava riflettendo i raggi del sole oramai caldo, in un’aria ancora pulita e con il verde dell’erba che dominava la visuale.
Erano delle perle di rugiada su un verde brillante ed uno sfondo azzurrissimo. Fu un percorso piacevole quella mattina.
Arrivato a destinazione si dimenticò la fame e si lasciò andare sulla sabbia a crogiolarsi al sole.
Il luogo era presso che solitario. Lui si guardò intorno, con uno sguardo pigro e muovendo lentamente la testa, ora di qui ora di là; gli piaceva sentire la sabbia calda sotto la pancia.
La vide. Si avvicinava indistinta, senza un percorso ben preciso. Sentì improvvisamente risvegliarsi in lui un’attrazione fortissima, la guardò, l’osservò attentamente, la studiò : decise che l’avrebbe aspettata lì immobile, finché gli si fosse avvicinata.
Lei continuò nel suo percorso, ignara di chi l’aspettava: passò vicino a lui, non vicinissima, ma nei pressi. Lui si slanciò in avanti come fa rapidissima la mantide. L’aveva afferrata, e lei lo aveva visto nel balzo ma per qualche misterioso motivo non aveva provato paura, lo aveva guardato nei suoi occhi scuri, profondi e si era offerta a lui.
Sentiva oramai di appartenergli. Giovanni la mordeva, la assaporava, la leccava. Lei non era più.
Giovanni voltò la testa sazio, si guardò la coda leggermente desquamata dal sole, la sua giornata da ramarro era cominciata bene. Forse una mosca non era la miglior colazione, ma il sole era caldo.
Si stese nuovamente sulla sabbia e socchiuse gli occhi.

© Roberto

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Interessante, non è vero?
Se qualcuno avesse piacere di cimentarsi nel gioco, si faccia avanti.
Da parte mia spero ardentemente che non rimarrà una singolar tenzone …
Ovviamente, poiché il numero 414 è del tutto arbitrario, da qui in avanti proporrei una nuova regola: ossia che ognuno è libero di declamare il numero nel quale decide di star dentro, che però, per non esulare troppo dall’etica del gioco, potrebbe essere il doppio o la metà dello stesso numero iniziale. E  così via.

Vale a dire: 207 per un Bonsai-contino.
Oppure: 828 per un Bonsai-conto-ma-non-troppo.


Ma anche: 1242 per un Bonsai-contone.
E perchè no: 1656 per un Bonsai-contissimo.

Divisori precedenti  e/o multipli successivi, possono essere presi in considerazione previa richiesta scritta e debitamente immotivata – sempre nella speranza che non vi facciate spaventare troppo dalle griglie.

E che insomma, il succo è … che se anche non scriverete “Guerra e pace”, son comunque ben accette  quisquilie bagatelle e pinzillacchere 🙂

 

 

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Nota: per riuscire a individuare il Bonsai-conto che avete appena letto, me e Roberto abbiamo avuto un breve scambio di opinioni. Me si ricordava che era un rospo, mentre lui diceva che no, forse era una salamandra – o un ramarro?
Aveva ragione lui (anche perché era lui che l’aveva scritto, quindi era avvantaggiato).
Allora me gli dice: “Ma c’è tanta differenza fra un rospo e un ramarro? Ora non mi sovviene” (ero entrata in un vuoto di memoria).
E lui allora: “Bah un rospo salta… un ramarro svicola. Il rospo e’ un povero diavolo … un ramarro e’ un po’ stronzetto. Non so: a me sono piu’ simpatici i rospi. Eppoi i rospi prendono il loro tempo… hanno occhi  profondi… Il ramarro… boh… mi sembra meno antropomorfizzato … “

Poi, siccome non ho trovato un’immagine di un ramarro all’uopo, facciamoci un salto e guardiamoci  un rospo … 

O forse è una rana?

Non so, ma guardandolo ben bene a fondo e in superficie, non verrebbe quasi da dire

“ceci n’est pas un crapaud”

?

(anche perchè di certo non è una pipa)

🙂

 

 

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4 risposte a ceci n’est pas un crapaud

  1. _r_ ha detto:

    uh grazie troppo gentile.
    ora hai tirato fuori un post addirittura ! Troppo buona. Poi l’idea dell’animale nascosto nel comportamento umano, mi fece notare una “del mestiere”(mestiere=scrittrice-vera), anni fa non e’ neppure troppo originale. Pero’ ti garantisco che la renitenza a “tagliare” e’ fortissima. Ci si diverti’ io e i miei amici. Ma sai… era l’inizio della rete e allora le esperienze on_line erano molto “primitive”. Non c’erano ne’ blog ne’ social_network. Si aveva il modem. L pubblicazione era un parto doloroso appoggiandosi a qlc. di noi che aveva un sitocchio HTML !
    Cmq. quello di cui sopra per me e’ un rospo. Sai di quelli formato “famiglia”. Extra_King_Size.
    grazie e un saluto

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    • rozmilla ha detto:

      E invece, checché ne dicesse la “scrittrice vera”, il tuo racconto mi aveva molto colpito. L’effetto sorpresa è molto ben riuscito. S’inizia col leggere il titolo, Giovanni, e via via si segue la passeggiata di quel tizio, del tutto ignari e convintissimi che sia un tipico giovanotto in cerca di una preda da accalappiare, e anche “lei” è molto disponibile a darsi in pasto e non si nega. Finché, “lei non è più”. E solo alla fine – sorpresa – si scopre che è un ramarro e la preda è una mosca per colazione. Insomma, un bello spuntino!
      Ma poi, che significa “scrittrice vera”? e chi sarebbero le scrittrici false, allora? Quelle che contano le palle?

      Sul rospo, Roby, anzitutto sulla foto dell’acquerello del rospo eri tu ad aver scritto “rana”, e lì sorge il primo equivoco.
      E poi, a dirla tutta fino in fondo … più che un rospo (o una rana) per lo meno ci son pochi dubbi che sia … è un acquerello.
      La rappresentazione di un rospo-extra king-size? Yes, sono d’accordo, ed è anche molto carino, simpatico e pacioccone 🙂

      (anche se poi un rospo “vero” è un’altra cosa: è un animale vivo, che si muove, salta e respira. Magritte docet – avec une pipe ;-))

      Grazie a te, Roby.
      e continua a scrivere … e a dipingere … sei una fonte di ispirazione 🙂

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  2. _r_ ha detto:

    moh te spiego, moh. Un collega mi disse: “un tipo vuole una serie di acquerelli di rane”. Siccome non ero molto ferrato sugli anuri… feci il rospo di cui sopra.. e poi gli dissi… niente da fare.. non fa per me: lo vendetti per 25 euri e finita li’. Poi a distanza di anni ho scoperto che era un rospo e non una rana. In pratica ho commesso una truffa. Peccato che l’avevo gia’ spacciata “per rana” anche sul sitocchio che avevo. E cosi’ e’ rimasta. Con i gatti e’ piu’ facile… un cane non lo spacci per gatto. Gia’ fra geco e ramarro… che dici? Pensa che una mia amica mi racconto’ un sogno e io mi inventai un racconto con una salamandra senza manco averla mai vista..Ti lascio immaginare il risultato. NO, anzi per immaginare il risultato vai a Brera e guardi il famoso quadro gigante dove c’e’ la piazza araba con una giraffa. Il pittore la giraffa l’aveva immaginata dai racconti dei viaggiatori: i cavalli erano perfetti, pure gli umani… ma la giraffa manco il colore aveva preso!!! [Scrittrice vera = una persona che e’ nel campo editoriale che conoscevo, che scriveva pure.] [scrivere palle = fantasia -> pinocchio e’ un mio stretto parente (io tifo per pinoccho) 😉 ]

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    • rozmilla ha detto:

      Sì sì, hai spiegato bene. E infatti anche a me pareva un rospo, anche se quelli che m’è capitato di vedere (al campeggio, soprattutto a Campiglia ce n’erano di belli grossi) avevano la pellaccia scura, e poi mica saltavano tanto. A una cert’ora uscivano e si piazzavano tra le tende, pacifici, e non li muoveva più nessuno.
      Sui “palloncini” comunque pinocchio è in buona compagnia, che persino Borges lo dice chiaro: la letteratura, e l’arte in genere, è finzione.
      La giraffa, poi, si racconta che se ne andava per sua strada quando qualcuno le chiese, Per favore, girati. E lei rispose, Ma che me gir’affà? 🙂
      (è così che se n’andò per la sua strada e nessuno l’ha presa!!!)

      ps: guarda che però è strano: m’è bastato leggere “rana” e mi sono fatta prendere per il naso – che ora che lo riguardo si vede benissimo che è un rospo: non c’è dubbio è proprio un rospo!!!
      gli manca solo di fare un salto 😉

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