tutti insieme appassionatamente

Alcuni generosi brani dal primo capitolo del “Malinteso” – “La Varietà del malinteso” – tratto da “Il non-so-che e il quasi-niente” di Vladimir Jankélevitch – argomento in un certo senso scabroso ma trattato in modo impareggiabile attraverso una prosa efflorescente e rara, che credo valga la pena di gustare per ciò che è – se vi pare. E senza altri preamboli … buona lettura.

 

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Il malinteso è la rivincita della filosofia e della morale, scienze inesistenti, inutili, che hanno per oggetto le cose più invisibili e controverse. Il divino dell’essere può essere più impunemente misconosciuto. Prendendo alla lettera il reale, gli spiriti forti del materialismo fisico-chimico fanno come se quest’inesistente elemento dell’esistenza non esistesse, di fatto, in nessun modo: le squillanti conquiste meccaniche giustificano questo positivismo, il fallimento e lo sconforto morali dimostrano l’indimostrabile lacuna di una visione al tempo stesso completa e incompleta.
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Questa asimmetria di una falsa verità che ha ragione e torto, torto ad aver ragione e ragione ad aver torto, e che riflette così esattamente la nostra condizione intermedia, è il principio del malinteso. Così la realtà più misconosciuta che mal conosciuta, si vendica col malinteso.
Se, come vedremo, il Tempo costituisce l’elemento differenziale per eccellenza, l’elemento inesistente per definizione che fa della coscienza una “cosa” non come le altre, se precisamente il Tempo è il nulla che è tutto, dovremmo innanzitutto concludere che la filosofia consiste nella meditazione sul tempo, cioè che la scienza inesistente ragiona in virtù di pensieri bastardi, avendo per oggetto l’essere che (quasi) non è, o il non-essere che è; dovremo inoltre ammettere che la soluzione del malinteso passa per la riabilitazione della temporalità; facendo onore all’elemento inesprimibile del divenire, la filosofia aiuterebbe i sordi a intendere: infatti l’intesa richiede un udito mentale finissimo e una sottigliezza auricolare al di fuori del comune …
Una sconcertante anfibolia scredita paradossalmente la dicotomia del vero e del falso: con termine anonimo abbiamo chiamato Non-so-che l’equivoco che sospende in tal modo il principio di contraddizione. Il malinteso è il misconoscimento di un impalpabile, imponderabile, indimostrabile non-so-che che possiamo trascurare senza per questo contravvenire a leggi scritte … Nell’ambito delle leggi non scritte, in cui tutto dipende dalla sfumatura dell’interpretazione, in cui ciò che solo importa è la valutazione morale, il malinteso è l’equivoco fondato, l’errore pneumatico che punisce la sordità pneumatica. Chiamiamolo misaudizione. Il non-so-che è questo stesso misinteso atmosferico, questo indefinibile principio dell’errore-di-spirito! In questo ambito l’orecchio dell’anima è l’unico responsabile, dato che la sfumatura qualitativa è l’unica cosa che conta.
Possiamo, non è vero?, aver torto avendo ragione … In effetti i due protagonisti del malinteso hanno entrambi ragione nello stesso tempo: chi ha capito male, ha, in un altro senso, o almeno in apparenza, capito benissimo; pur sbagliandosi ha capito quello che c’era da capire!
Due coscienze appassionate, due individui entrano in rapporto, due partner che credono di capirsi e tuttavia non attribuiscono lo stesso peso, la stessa sonorità, la stessa sfumatura alla stessa parola: ed ecco che tra l’uno e l’altro cominciano a imbrogliarsi i fili inestricabili della menzogna, dell’amor proprio e della vanità: lo stesso diviene un altro e il contrario si trasforma nel suo contrario; le parole, il principio di identità non hanno più senso, e la mente più fredda, inebriata da questa ventata di follia, da questo genio della confusione, non sa neppure lei cosa pensa. Da qui la difficoltà ad ottenere una testimonianza chiara e univoca su qualsiasi cosa. L’evidenza ha smesso di essere incontestabile, e la nostra convinzione non subisce solo l’impronta del nostro desiderio, ma anche quella della credenza che ci piace suggerire agli altri, o che gli altri ci attribuiscono.
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Il malinteso, come nel suo genere la gaffe, appartiene al tipo di errori ben fondati che divengono possibili in virtù dello scabroso commercio delle coscienze.
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Obbiettivamente, il malinteso deriva dal fatto che le dissomiglianze si assomigliano: tra assomigliare e dissomigliare, sussiste una zona equivoca in cui germinano, pullulano, si sviluppano i malintesi.
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C’è una differenza abissale tra le stesse conclusioni cui giungono il cristianesimo della fede e il cristianesimo della ragione, il cattolicesimo mistico e il cattolicesimo politico o strategico, così come c’è tutto un mondo tra i sofisti e Socrate che tuttavia è un sofista: infatti la maniera è tutto. Ma questo tutto sembra essere un quasi-niente, una finezza imponderabile e un lusso quando viene posto sulla bilancia dell’azione; perseguendo l’urgenza sostanziale, e quindi l’approssimazione, il pragmatismo sociale non ha tempo per entrare in silili dettagli; gli basta la finzione del Come se.
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L’uomo che si pavoneggia e fa la ruota, l’uomo ostentativo pone che l’apparenza dell’intenzione equivalga all’intenzione, e gli atti “conformi al dovere” (come direbbe Kant) equivalgano a quelli compiuti “per dovere”. Tuttavia già Aristotele precisava che è massimamente importante sapere se facciamo il bene per caso o perché lo vogliamo espressamente; infatti è in campo morale che è forse massimamente impossibile trascurare quell’elemento invisibile e intenzionale, quel non-so-che costituito dalla buona volontà.
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Due posizioni o posture, due attitudini o due gesti, indistinguibili nello spazio, possono corrispondere a due intenzioni fondamentalmente opposte. Così come la stessa quantità di luce, l’aurora, che è la luce nascente, e il crepuscolo, che è la luce morente, proiettano sulle cose due opposte chiarità. Il senso esoterico della struttura si esprime quindi solo nell’allure.
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Per uno stesso atteggiamento, per un comportamento comune ci sono dunque innumerevoli modi dell’intenzione; e se l’abito non fa il monaco, è perché sotto lo stesso abito può battere ogni tipo di cuore diverso. Il comportamento, comunque, è solo un alfabeto tra gli altri; e non è neanche il più mobile o il più volubile! È il linguaggio la fonte per eccellenza dei malintesi quotidiani, dei malintesi che nascono ogni momento sulla scia del dialogo, tramando le relazioni sociali di ogni specie di fili immaginari, quiproquo e pseudomorfosi.
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L’ambiguità sintattica e l’anfibolia delle parole formano un garbuglio propizio alla germinazione dei malintesi, alle manovre del cavillo e della malafede, ai deliri di potenza del desiderio. Tutto quest’inespresso che viene messo alla porta e che non potendo essere contenuto nella frase, rifluisce tutt’intorno in onde di speranza o angoscia, questo vibrante alone di retropensieri e sottintesi (…) C’è spazio per la versione pessimista come per quella favorevole, e per tutte le astuzie di un’ermeneutica tendenziosa incessantemente al lavoro.
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Fra tutte le anfibolie, vi è una duplicità in certo modo esemplare che le ricapitola tutte, perché in essa si riassume la grande dualità del corpo e dell’anima: mentre il corpo del Logos, cioè la Lettera, si esprime direttamente e semplicemente, l’anima del logos si esprime mediamente, tramite due istanze, e ci rimanda al senso pneumatico al di là della materia estesa e visibile. Qualunque sia la natura del legame allegorico che conduce dal senso proprio al senso figurato, sia esso convenzionale, riflessivo o metaforico, esso ci espone al malinteso per eccellenza, in virtù del quale non confondiamo tanto due possibilità contraddittorie, quanto piuttosto due sensi privilegiati, situati rispettivamente su due piani distinti, e caratterizzati da due diversi esponenti che chi mal-intende confonde.
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Fondato soggettivamente sui poteri del desiderio, il malinteso è reso possibile dall’analogia del nozionale rispetto alla quoddità, e dall’analogia dell’apparenza incontrollata rispetto a una verità che il tempo ha portato a maturazione. (…) Che si fondi su parole oppure su sentimenti, il malinteso è dunque un errore relativamente legittimo; e questo errore così comprensibile e così scusabile dipende dal fatto che le coscienze sono ipersensibili, complicate e suscettibili. L’ignoranza, al pari del sapere, si rapporta all’essere e al non essere, all’esistenza e all’inesistenza; ma il misconoscimento, come abbiamo visto, costituisce un errore di valutazione relativo al valore, al peso e alla portata di un’esistenza; e il malinteso aggiunge al misconoscimento l’idea della rottura di una convenzione, l’idea cioè di una comunità falsata nel suo principio.
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Tutto dipende dunque da un certo non-so-che qualitativo e intenzionale (…) in assenza del quale la verità fondata non potrebbe distinguersi dalla verità speciosa. (…) ma la coscienza ingannata non sa ancora che questo prestigio è un semplice bluff, orpello e polvere negli occhi; la prestigosa verità si presenta bene, ma c’è in lei qualcosa di guasto e che va di traverso.
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Anche il malinteso, dunque,è qualcosa che si rivelerà. Il malinteso è sempre per l’indomani. Retrospettivamente e nel futuro anteriore la vittima disingannata, disincantata, avrà preso coscienza del malinteso di cui ha fatto le spese. Il malinteso è dato in quanto malinteso fin da ora solo dallo psicologo e dal sociologo, abili nel decifrare la segreta misintesa che s’annida in fondo all’intesa. Non è la più infima delle ironie della condizione umana, che possa darsi buon uso di questa misintelligenza intesa così bene! Gli uomini sono a tal punto deboli e malvagi, meschini e miserabili, che quest’inganno si adatta forse meglio alla loro miseria: visto che devono accordasi tra loro, che almeno possano non capirsi troppo l’un l’altro! Che possano non capirsi troppo in fretta! Che possano fraintendersi! E se ci fosse addirittura più da temere che da sperare nella dissipazione dei malintesi?

[da “Il non-so-che e il quasi-niente”, ed. piccola biblioteca Einaudi- 2011; il Malinteso, cap.I, “Varietà del malinteso”, pagg. 302-325]

 

 

 

 

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