l’ira funesta d’Achillea

 

 

E va bene, abbiamo capito tutti che qualche volta Berenice è un po’ cattivella. Di solito se ne sta nascosta dietro, ma solo finché c’è qualcosa che proprio non le quadra. Ed è allora che esplode l’ira funesta di Achille, o d’Achillea, a voler essere precisi.
Per il resto, qualcuno aveva detto che era una brava bambina.
Mi ha raccontato che nella famiglia dove è nata nessuno aveva l’abitudine di usare alcuna parola scurrile, per lo meno. Che aveva sentito una volta sola suo padre lanciare un’imprecazione. Ed è vero, sapete. Un giorno aveva urlato una parolaccia nel momento stesso in cui si era tagliato via un pezzo di pollice col flessibile, e subito era diventato tutto rosso in faccia; ma lei dice di non aver capito se era per il trancio del dito o per quella parola sfuggitagli di bocca.

Dove si trovano le parole? Si trovano nella testa? nel cuore? o dove? Prima di uscir fuori dalla bocca e andarsene in giro fino a entrare nelle orecchie dei bambini?

Mi ha anche detto che fino ad allora non solo nella sua famiglia, ma in nessun luogo le era capitato di ascoltare parole simili.
Però ha ammesso di non ricordare bene né di aver capito perché, da un certo punto in poi il linguaggio di quasi tutti ha cominciato a inzaccherarsi di parole poco carine – “cazzi e minchie, fiche e culi”, soprattutto. E che non sa bene quando e come è successo che quel genere di intercalare è diventato in breve quasi un mantra ossessivo, tanto da lasciare ben poco spazio per i discorsi più sensati o sensibili. Chissà, se viene usato per rendere più sicuro il messaggio o chi lo emette; e chissà da dove proviene, e se è davvero la libera espressione dell’intelligenza, e conseguentemente dell’anima, che proverebbe sofferenza nel venire ostacolata. (citato a braccio da “La prima radice” di Simone Weil)

Ma Berenice mi racconta  che per fortuna al liceo la sua professoressa di letteratura italiana e latino l’aveva messa in guardia. Si ricorda bene la lezione di quel giorno, anche se non le parole ad una ad una. Ricorda che la prof parlava come se dicesse una preghiera.
In sintesi: Non dite parolacce se ne potete fare a meno.
Ne possiamo fare a meno? Certo che sì , aveva annuito. Anche perché ne conosco tantissime altre. Non per niente capitava che prima di addormentarsi in mancanza d’altro leggeva persino il dizionario.

 

Riconosce però che nel corso degli anni non sempre è riuscita a tenersi lontana dal contagio. Ma ogni volta che lo subiva, non è che fosse molto contenta dell’influenza, che dilagava in modo fin troppo comune.

Berenice rammenta persino di aver avuto, molto tempo dopo,  una discussione con un tal professore molto laureato,  il quale sosteneva che anche l’uso del turpiloquio poteva essere tranquillamente incluso nella libertà di espressione. E per dimostrare la sua tesi aveva portato ad esempio Mozart che – pare – facesse incorreggibilmente uso del turpiloquio nelle sue varie forme, allegre, infantili o torve. Per cui (attenzione perché questa è la dimostrazione logico-matematica di quel tale) non si può reprimere la libertà di espressione, nemmeno nel caso di parole scurrili, perché correremmo il rischio di ledere non solo il turpiloquio, ma anche la composizione di musica geniale e sublime – come se le due cose andassero di pari passo, ossia che Mozart avesse la capacità di comporre musica sublime proprio perché d’altro canto era libero di esprimersi in modo volgare.

A Berenice sembrava che tutto quel discorso non potesse reggersi in piedi. Infatti gli spiegò che secondo lei era evidente che non tutti i geni fanno né hanno fatto uso del turpiloquio nemmeno in passato, e non è certo il turpiloquio il salvacondotto per essere dei geni, né per essere musicisti o amare la musica. Ma neppure per essere degli uomini comuni e “normali”.
Ma – udite udite – la libertà di espressione potrebbe parimenti includere (sempre a parere di quel tale) parole oscene e volgarità, anche soltanto per il fatto che nell’arte ne è permesso l’uso e l’abuso. E siccome è l’arte a dettare la legge e la morale, ci dovremmo adeguare.
Come a dire: avevate desiderio di esprimervi in modo volgare e di dire delle pacchiane e zoticone parolacce, però vi trattenevate ancora per qualche recondito motivo? Niente paura, ora potrete fare a meno di trattenervi, e potete aprire allegramente le cateratte.
In nuce, questo era il succo.
Ricorda che dopo  quella brillante dimostrazione logico-matematica, quel tale concluse baldanzoso affermando: Ma agli uomini rozzi che cercano di bloccare la libera musica e il libero pensiero che importa della bellezza dell’una e dell’altro? non li capiscono
Berenice allora tagliando corto gli rispose, Guarda che se il complemento oggetto è la bellezza,  allora bisogna proprio dire  che gli uomini rozzi non “la” capiscono. Somaro!

Fu così che Berenice, che capiva benissimo sia la bellezza che le volgarità superflue ed inutili,  se prima le capitava di utilizzare qualche parola un po’ più colorita nella scrittura, d’allora in poi smise anche di scriverle, se ne poteva fare a meno. A meno di doverle metterle in bocca ad un personaggio per mostrare il livello di quella particolare cultura e quanto, purtroppo, il tal personaggio fosse uno zoticone.

Da qualche tempo in qua, è ovvio però che il suo problema non sono i personaggi letterari, ma ad esempio alcuni personaggi pubblici e televisivi. Oppure quelli in carne ed ossa che ad esempio frequenta sua figlia, la sua bambina.
E a proposito, mi dice, potrei riscrivere “Sei personaggi in cerca d’autore”, sai, e non sarebbe un bel dire. No, non sarebbe un bel dire.

Allora c’ho provato a dirle che, Beh, ma insomma, questo in fondo non è che una piccola cosa, un sassolino, un granello di sabbia in confronto alla montagna di problemi che abbiamo oggigiorno da risolvere, con tutte le macerie di un passato che ci è crollato addosso tutt’a un tratto.
Ma Berenice mi risponde, Sì può darsi …  Però, poi continua, anche le parole che pronunciamo sono i mattoni coi quali costruiamo il mondo in cui viviamo. E il linguaggio è la casa di tutti – non ti pare?

Eh, eh, Berenice è figlia di un muratore. E da bambina giocava col Lego. Ha sempre in mente i mattoni, l’architettura, tetti e travi, le misure più giuste per le stanze private e i luoghi comuni.
Allora le dico, Forse invece di filosofia dovevi studiare architettura … 
Così almeno le ho strappato un sorriso.

 

 

 

Forse continua …

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2 risposte a l’ira funesta d’Achillea

  1. Francesco ha detto:

    Incantevole. Come sempre..

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