casa dolce casa

Alcuni anni fa nel quartiere di casette e villette uni e bi-famigliari che si affacciano s’una via tortuosa che come nel nulla va a finire nella brughiera, qualche casa oltre la mia c’era un cane, una specie di pitbull bastardo, in parte perché credo non fosse di razza pura, come direbbero gli esperti di cani, e in parte perché era proprio un bastardo che abbaiava per ore ed ore senza mai fermarsi.
Il cagnaccio era chiuso all’interno di un piccolo giardinetto che in breve aveva distrutto con le sue zampacce, così che l’erba era scomparsa ed era rimasta solo terra secca e polvere, e non so che altro. Non lo so perché quando passavo di lì giravo lo sguardo.
Quando dico che abbaiava, non ho ancora detto per quanto tempo quel cagnaccio riusciva ad abbaiare quel suo abbaiare rauco e disperato, orrido e senza speranza. Riusciva ad abbaiare ore e ore di fila, con brevi tregue tra una ripresa e l’altra a tutte le ore del giorno e della notte. Di giorno, abbaiava soprattutto quando i bambini erano a giocare sulla strada lì davanti, mentre lui era chiuso dietro alle sbarre, come sentisse di essere chiuso in gabbia, si poteva immaginare. Ma quando i bambini erano a scuola o non erano lì fuori, bastava passasse il postino, o qualsiasi altro animale o animale umano, o anche solo una mosca per scatenare quei latrati interminabili, che per di più scatenavano l’abbaiare di tutti gli altri cani del quartiere. Così che il quartiere borghese e ridente quanto basta per non far sembrare la vita l’inferno di quel altrove mai troppo lontano, in breve tempo era diventato un luogo dove l’inferno poteva anche lì stare benissimo a suo agio. Vi si era accomodato in pianta stabile.
Una cosa così stupida e insignificante, l’abbaiare di un cane. Cercavo di far leva sulle mie capacità di distrarmi, di non farci caso, impassibile e indifferente. Finché, dopo un bel tre quarti d’ora di abbaiare compulsivo, quando l’abbaio sembrava cedere di qualche tacca e pian piano dissolversi lentamente, ecco che ricominciava per un’altra ora e così via di seguito. E io magari ero sul balcone a stendere, o nell’orto a strappare erbacce, o stavo cucinando, e non c’era altro che l’abbaio dei cani a riempire la mente fino all’orlo, fino a strabordare. Oppure di notte mi impediva di addormentarmi. Ci son state notti in cui mi mettevo a piangere.
Mi stupivo che non si stancasse, che non si desse tregua, mai. Che non gli si rompessero le corde vocali. Che imperterrito continuasse.
Mi sono ricordata di quel cane in questi giorni di fine autunno, quando qualche mosca entra in casa come impazzita e non smette di ronzare ronzare e sbattere sulle pareti, sui lampadari, sui vetri, in faccia. Qualche volta riesco a farle uscire. Altre volte ho l’impressione che mi chiedano un favore e m’impegno a farle fuori, farle morire. Lo faccio, indifferente; prendo uno straccio, le inseguo e le spiaccico dove si posano appena un attimo. Non sempre è facile. Sono agitate, devo riprovarci più volte prima di riuscire a beccarle. E quando ci riesco non mi spiace nemmeno per sbaglio.
Comunque la cosa veramente strana è che nessuno nel quartiere si ribellava né protestava per quel cane.
Una di quelle notti in cui non smetteva di abbaiare, una notte estiva, caldissima, in cui era impossibile non tenere le finestre aperte, circa alle due di notte Riccardo andò a suonare il campanello di quella casa, apostrofando il barbuto che uscì a chiedere cosa c’era, dicendogli di tenerselo almeno in casa. E quello lo portò in casa, senza fare una piega. Tutto qui. Ma ormai nessuno sarebbe riuscito più a prender sonno fino al mattino.
Ora dovrei spiegare il motivo per cui nessuno osava protestare né dire nulla al barbuto proprietario del cane. C’è da dire che in ogni caso nessuno protesta mai per nulla. Anzitutto perché c’è una sorta di tacito accordo per cui tutti possono fare tutto, ad esempio tutto il rumore possibile a tutte le ore; che se qualcuno protestasse per il rumore molesto provocato da un vicino, a sua volta potrebbe essere protestato nel momento in cui provocasse rumore molesto. Per rumore intendo ad esempio il rumore che viene emanato da tutte quelle macchine e macchinette infernali – rasaerba, decespugliatori, soffiatori, tagliasiepi, eccetera – che servono per tenere in ordine giardinetti più o meno minuscoli disseminati in giro. Sull’abbaiare dei cani, invece, potremmo supporre che siccome in molti nel quartiere posseggono dei cani, va da sé che, come cane non mangia cane, proprietario di cane non mangia proprietario di cane. Mentre i proprietari dei gatti di solito tacciono, o ingoiano il rospo. A volte ho persino l’impressione che il proprietario di un cane goda a sentire il suo cane abbaiare, forse come un proprietario di un gatto gode a sentire il suo gatto fare le fusa. Ma quando mi sento molestata dall’abbaiare interminabile di questo o l’altro cane, penso persino che il proprietario di un cane goda per il fatto di recare disturbo ai suoi vicini. Lo sa, che qualche vicino diventa quasi livido dalla rabbia, ed è per questo che palesemente ci gode. Il suo cane fa esattamente quello che vorrebbe fare lui: rompere la tranquillità, il silenzio, la pace. Disturbare.
Del resto forse non esiste nemmeno un reato di latrato molesto. Se provate a telefonare alla polizia municipale, ad esempio, è facile che qualcuno dall’altra parte vi risponda che “il lavoro del cane è di abbaiare”. E siccome il lavoro è un diritto, se non per tutti almeno per i cani, come ribattere ad una simile affermazione?
Nel caso di quel pitbull, c’era comunque qualcosa che andava ben oltre il comune e semplice disturbo. C’era che il proprietario di quel cane, e l’intero suo gruppo famigliare, era un caso particolarmente pietoso. Non conosco esattamente tutta la storia, ma non è una storia allegra, ma triste, sì, senza dubbio una storia triste. Devastante. Si sapeva che l’uomo era andato in Brasile – prima però di farsi crescere la barba, quando ancora aveva solo i baffi – ed era tornato con una brasiliana dalla quale aveva avuto due bambini, due gemelli. Per qualche tempo aveva vissuto altrove, ma poi aveva avuto la brillante idea di tornare a vivere nella stessa casa in cui viveva la moglie italiana col primo figlio. Per far questo aveva rialzato il tetto, così da andarci a vivere proprio sopra la testa. Dopo qualche tempo quella donna, che conoscevo e che ogni tanto veniva da noi a piangere non vi dico in che stato, è riuscita ad andarsene via, in modo da lasciargli tutta la casa, anche se era stata affidata a lei di diritto dal giudice nel corso della separazione e del divorzio.
Ma non finisce qui. La brasiliana dopo un po’ si è trovata un nuovo amante, così che il padre dei gemelli, il barbuto, è sceso ad occupare il piano basso della casa, mentre lei abitava sopra con l’amante, che a detta di qualcuno era una specie di malvivente mafioso, se non persino il protettore della signora brasiliana.
Insomma, per quanto potrebbero esserci delle lacune o degli eccessi, indubbiamente è una storia da far accapponare la pelle. Soprattutto perché in mezzo c’erano anche questi due bimbi, che conoscevo, e che mi facevano una pena che non potete sapere.
Per questo, in fondo il cane era solo la ciliegina su una torta a strati pasticciata e disgustosa. Un corollario. Uno dei petali di un fiore di un male che non osiamo nemmeno chiamare con quel nome.
La cosa andò avanti per anni. Mi capitava di vedere i bambini sporchi, e sentire che avevano un cattivo odore. E c’è da supporre che la loro educazione ed istruzione non poteva che andare a catafascio scivolando inesorabilmente verso il basso senza possibilità di ripresa. E come se non bastasse, si capiva benissimo che a poco a poco alla pietà iniziale della gente si andava sostituendo un’evidente diffidenza, tale da provocarne l’emarginazione. E questo si poteva constatare nello sguardo che si faceva sempre più triste e torvo dei due bimbi. Insomma, una pena. Quindi, di quel cane alla fin fine chissenefrega. Non c’è confronto.
Il barbuto comunque nel corso degli anni aveva dilapidato la cospicua eredità di beni mobili ed immobili che gli avevano lasciato i genitori. E non avendo più alcun lavoro, ad un certo punto perse anche la casa che fu messa all’asta.
Da un giorno all’altro dovettero andarsene tutti da quella casa, lasciando lì il cane che non potevano portarsi via.
Ricordo solo di essere passata lì davanti la mattina in cui alcuni addetti del canile comunale stavano portando via quel cane disperato. E credo non avesse tutti i torti ad abbaiare in quel modo disperato.  Se qualcuno avesse potuto tradurre i suoi latrati …
Non so più nulla dei due bimbi. Ricordo solo che uno si chiamava Claudio, era quello col quale avevo scambiato qualche parola in più, rispetto all’altro. Claudio era quello più gentile, sensibile e intelligente.
Mentre il padre, il barbuto, è diventato un barbone a tutti gli effetti. In francese si dice crochard, ma la sostanza non cambia. Mi era capitato di vederlo in giro, e si diceva che d’inverno dormisse in qualche stazione. Ma non chiedeva l’elemosina, no, non mi pare. Qualcuno mi aveva detto che le suore si occupavano di dargli da mangiare, gli procuravano degli abiti puliti e facevano in modo che qualche volta potesse lavarsi.
Dopo aver perso la casa, per un periodo di quando in quando tornava qui e stava lì fuori a guardarla per ore e ore. Poi inforcava la bicicletta e se ne andava.

 

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12 risposte a casa dolce casa

  1. dopo il post sulla gioia, questo, tremendo, sulla tristezza che ci parla dei piccoli effimeri poteri (poteri?) a cui acconsentiamo (acconsentiamo?) e che segnano il destino…la tristezza è questo scadere del desiderio, questa resa della potenza desiderante di cui parla Deleuze al disastro esistenziale che descrive questo post? Ma come sindacare del malheur, delle disgrazie e dei fallimenti nostri e altrui senza ricadere in quell’ombra pretesca di cui parla appunto Deleuze nel precedente post…? dacci lumi Roz… 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      He he, e invece questa volta è andata così.
      Forse avrei dovuto esprimere la gioia che ognuno dei personaggi ha conquistato quello che ha potuto, in potenza? Sinceramente, per rispetto verso i bambini, non ce la faccio, non ancora. In questa storia, i più deboli, i bambini soprattutto, sono quelli che c’hanno rimesso di più. E non ci vuole molta fantasia per vederlo, persino al buio.
      Poi devo dire che sul post di Deleuze, se avessi approfondito quello che ne pensavo, ad esempio quando parla del tifone che è felice di essere ciò che è dove è, mah, credo che in questo caso Deleuze abbia confuso i piani. Il piano dell’essere (un tifone) non può essere messo sullo stesso piano delle persone che per caso sono state spazzate via dalla potenza del tutto bonaria del tifone. E in ogni caso non si possono mettere sullo stesso piano le forze della natura, per se stesse neutre, con le forze che vengono messe in moto, create nel mondo dagli uomini.
      Però non è detto che il buio, per contrasto, non possa far desiderare che ci sia un po’ più di luce … 🙂

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  2. md ha detto:

    ah caspita, ma qui c’è di mezzo Deleuze, la cosa si complica – io invece avevo ancora nell’orecchio il latrato di quel cane; qualche anno fa stavo per organizzare una spedizione nel vicinato per cercare di contrastare la canea che talvolta si scatenava nel bel mezzo delle mie mattinate studiose; avevo pensato a dei volantini da infilare nelle caselle della posta, per redarguire i vicini reclusi nei loro bunker-villette; mi era persino balenato il pensiero (di cui subito mi ero vergognato) di qualche polpetta avvelenata, ma il mio crescente animalismo me lo avrebbe comunque impedito – anche se i cani sono troppo antropomorfici per suscitare la mia incondizionata simpatia; che invece va senz’altro a quei due poveri gemelli. Già, che fine avranno fatto le creature?

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    • rozmilla ha detto:

      I cani … ricordo che qualcuno mi aveva detto che i cani hanno solo i primi cinque chakra, quindi è proprio per come sono ‘energeticamente’, che non possono andare più in là del latrato. Non ci si può far niente. Cani sono e cani restano (anche se qualcuno riesce a diventare il miglior amico dell’uomo). Questo mi fa anche un po’ infuriare, perché sono costretta a constatare che su questo punto (sulla possibilità di educare) purtroppo Severino non ha tutti i torti …

      Le creature, non so che fine abbiano fatto le creature. Non so più niente di loro, né dove siano andati a vivere. Quello di cui non ricordo il nome – forse Carlo – si era già incattivito parecchio. Ma speriamo riescano a cavarsela …
      ciao Md.

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  3. I bambini come sottolinea poeticamente Mariangela Gualtieri sono oggi la ferita aperta di un tessuto relazionale e simbolico immiserito…un flash ai giardinetti in Umbria; una nonna guarda compiaciuta il nipotino di due anni che ha in mano un rumorosissimo videogioco. Intorno a lui fanno cerchia silenziosamente quattro o cinque bimbi. L’oca scappa (o viene spennata?) e starnazza sempre più forte. Il sorriso equivoco della nonna è indecifrabile: «anche noi ex-poveri contadini oggi possiamo rivendicare le forme di ‘godimento’ che ci erano precluse»? O più banalmente «ecco, si diverte, che male c’è, e resta occupato»… Forse la cura complessiva riparte dai bambini. Forse se le scuole e gli asili fossero immaginate con un’ attenzione vera e individuale a ognuno (e non a moduli, programmi, performance cognitive, competitività) anche gli adulti e le coppie starebbero meglio?

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  4. rozmilla ha detto:

    Ciao Fabrice.
    Il flash che mi descrivi, mi fa pensare al fatto che i bambini, in senso più concreto che poetico, contribuiscono a sostenere la produzione industriale dello stesso consumismo che ha molti vantaggi a infantilirci (o rimbambinirci) tutti quanti.
    Ma questa crisi potrebbe portare di buono che saremo costretti a rivedere i nostri bisogni, compresi i bisogni “veri” dei bambini. E anche di tutti noi.
    Gli adulti e le coppie, non so … gli adulti-bambini sono un bel problema …

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    • Ciao Roz. Sì, in una prospettiva ‘psi’ avevo sempre pensato che se i genitori si mettessero a posto libererebbero da tanti problemi i figli (si sa che i bimbi spesso sognano incubi al posto dei genitori). Un’amica recentemente mi ha posto il dubbio:«non è che se ci occupassimo dei bisogni ‘veri’ dei bambini cominceremmo a riconsiderare diversamente anche i nostri?»…Mi è venuta voglia di metter su un asilo o una scuola… Forse la crisi è ancora troppo ‘economica’, ma forse cominciamo a intuire che bisogna fermare la baracca e ripensare un po’ tutto…
      ps. Hai letto l’articolo di Recalcati su Deleuze sulla Repubblica di oggi? Sincronicità! Metterò il link nel mio prossimo post.

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      • rozmilla ha detto:

        l’ho letto poco fa in rete.
        tra le altre cose, trovo interessante quando dice che “il mito del corpo schizo come corpo anarchico, a pezzi, pieno, senza organi, costruito come una macchina pulsionale che gode ovunque, antagonista alla gerarchia dell’Edipo, si è tradotto nei flussi della macchina cinica e perversa del discorso capitalista.” Ma aspetto il tuo post …

        Sui “genitori e bambini”, un mio amico mi diceva, scherzando un pochino, che è strano che in una società come la nostra, in cui sono richiesti titoli di studio, corsi e aggiornamenti per fare qualsiasi cosa, per fare i genitori invece non venga richiesto niente. Come fosse solo un fatto naturale. Quando non c’è nulla di solamente naturale, ahimè.
        Però per quanto mi riguarda, non sono molto addentro alle teorie ‘psi’.
        Di Deleuze avevo intercettato quel video e letto qualche articolo, ma davvero non più di questo. Non nego però di poter essere interessata.
        Nel video affronta quello spinoso problema che avevo già trovato spinoso in Spinoza, sulla confusione fra potere e potenza, che però, come ho accennato, non mi pare possa dirsi risolto, così semplicemente. E aveva già messo in evidenza quel problemino del debito che ci angustia tanto in questo momento, parlando del concetto del prete in Nietzsche, e quindi del debito infinito, che se non erro non è cosa diversa dal senso di colpa, che è il potere più infido a cui siamo sottomessi – senza distinzione di genere.
        Mi aveva anche incuriosito quando dice che il prete in fondo oggigiorno avrebbe perso quel “potere”, e che forse è la psicanalisi e la psichiatria ad averne preso il posto.
        Ma ora ho scritto anche troppo …
        Ti auguro una buona domenica. E come ho già detto, aspetto il tuo post.
        ciao

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  5. robertomeister ha detto:

    Di tutta questa triste storia, Istintivamente mi viene di identificarmi con quel povero cane…
    Un saluto

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      Fai bene a ricordarcelo, Roberto. Oltre a rovinare la vita a noi stessi, l’umanità ha la responsabilità di aver stravolto la vita naturale degli animali, del tutto innocenti. Uso e abuso degli animali come oggetti. Non per niente gli uomini si considerano “proprietari” degli animali. Ma anche i bambini, se non erro, sono considerati “proprietà” dei genitori.
      Da parte mia non arrivavo ad identificarmi con quel povero cane, ma di certo ho condiviso a momenti la stessa disperazione. E scrivendo questa storia triste, e rileggendola … anche di più.
      Il fatto di non capire, di non riuscire a tradurre i suoi latrati, questo non vuol dire non aver percepito quello stesso tormento …
      Grazie Roberto

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