formule

«Se uno si ostina a leggere dal punto di vista di uno che legge senza capire, in pochissimo tempo arriva a non capire assolutamente nulla e a essere ottuso per conto proprio.»
(Emile Faguet) x [J.L.Borges, Discussione, cap. “Rivendicazione di Bouvard et Pécuchet”, pag.401]

Questa mattina non sapevo ancora cosa fare quando mi è tornato in mente un certo brano di Borges e ho desiderato poterlo leggere ancora, giusto per non perdere troppo in fretta il vizio di fare qualcosa.   Ma anche soltanto trovare il primo volume di Tutte le Opere non è stato facile. Un incorreggibile disordine costitutivo impedisce ai libri, di per sé inerti, di occupare il posto che dovrebbero naturalmente occupare se conoscessero l’esistenza di un impossibile ordine naturale, fondato, chessò, sull’ordine alfabetico, sulla quantità numerica dei segni in essi contenuti o la misura lineare della grafia; oppure  sull’altezza, il peso o lo spessore di loro stessi; o sul colore della copertina. Non sarebbe splendido se riuscissero a disporsi magicamente in ordine secondo lo spettro della luce? Il guaio però è che i libri non sanno, non conoscono né luce né buio. Sono morti.  Ed è per questo che non succede, né per caso né per miracolo né per grazia ricevuta. E poiché nemmeno io faccio molto per conquistarla – la grazia –  in modo costante e ininterrotto, mi ritrovo spesso a dover vagabondare fra tonnellate cartacee e cartonacee, col solo ausilio di una memoria in cui si sono sovrapposte le tracce del mio va e vieni fra loro, mappe di possibili percorsi tra sentieri e ruscelli d’inchiostro. Ormai asciutti.
Eppure non è passato molto dall’ultima volta che l’avevo sfogliato, quindi non può essere troppo lontano. Calma e sangue freddo, allora, che infatti è proprio lì sul terzo ripiano,  ma soltanto se conto i ripiani partendo dal basso.
Purtroppo, anche il primo libro di tutte le sue opere, senza neppure prendere in considerazione il secondo che non ho mai acquistato, è un eccellente labirinto in cui ci si può perdere beatamente; e forse è proprio questo il motivo per cui quando vi cerco questo o codesto tal brano, è matematicamente scontata la probabilità di non trovarlo affatto. Il brano che cercavo parlava degli animali, del loro essere soggiogati dall’uomo, che nella fattispecie poteva essere un cavallo da tiro, o da soma.
E va bene, trascorse circa due ore leggendo passi disseminati in meandri quasi infiniti, ho deciso alfine di accontentarmi d’altro, ossia ancora una volta di ciò che mi ha suggerito il caso, che altro non è che il primo passo che mi si è presentato alla vista quando ho spalancato il tomo. Se non avessi insistito a cercare quello che non ho trovato, avrei evitato di trascorrere quel tempo a cercarlo e ora avrei già finito, e sarei già a farmi un bagno o a passeggiare in giardino. Entrambe le cose, no, è inammissibile.
In ogni caso, adesso cercherò di non procrastinare oltre l’evento. Essere dove si è, qualsiasi le interpretazioni ne vogliamo o possiamo dare, è qualcosa che resta indiscutibilmente impossibile da evitare, anche se, quando sento Borges che riprende vita e  mi soffia all’orecchio la sua scrittura, non ne sono più così sicura. (Ops, le rime baciate lasciano sempre una bava di saliva). Ma se non altro, non ho dubbi di amare di un amore sconfinato il modo in cui Borges ha messo in ordine le parole. Come le note sul rigo: crome, semicrome, bemolle, diesis – lasciando a noi decidere le pause, le variabili  profondità di silenzio.

Formule

La formuleremo così: «Gli individui e le cose esistono in quanto partecipi della specie che li include, che è la loro realtà permanente».
Cerco un esempio più favorevole: un uccello. L’abitudine di costruire stormi, la piccolezza, l’identità dei tratti, l’antico legame con i due crepuscoli. Quello dell’alba e quello del tramonto, il fatto di essere più frequenti all’udito che non alla vista – tutto questo ci porta ad ammettere la primizia delle specie e la quasi nullità degli individui.
Keats, senza orrore, può pensare che l’usignolo che lo incanta è lo stesso che Ruth ascoltò nei seminari di Betlemme di Giuda; Stevenson erige un unico uccello che consuma i secoli : «l’usignolo divoratore del tempo». Schopenhauer, l’appassionato e lucido Schopenhauer, apporta una ragione: la pura attualità corporale in cui vivono gli animali, la loro ignoranza della morte e dei ricordi. Aggiunge poi, non senza un sorriso: «Chi mi sentisse assicurare che il gatto grigio che adesso gioca nel cortile, è lo stesso gatto che balzellava e giocava più di cinquecento anni fa, penserà di me ciò che vuole, ma più strana pazzia è immaginare che esso sia fondamentalmente un altro». E altrove, «Destino e vita da leoni vuole la “leonità” la quale, considerata nel tempo, è un leone immortale che sussiste mediante l’infinito ricambio degli individui, la cui generazione e la cui morte costituiscono il battito di quella figura che non perisce». E altrove: «Un’infinita durata ha preceduto la mia nascita, che cosa sono stato intanto? Metafisicamente potrei forse rispondermi: «Io sono sempre stato io; cioè chiunque disse io durante quel tempo, altri non era che io».
Presumo che l’eterna Leonità possa essere approvata dal mio lettore, che sentirà un sollievo maestoso davanti a quell’unico Leone, moltiplicato negli specchi del tempo. Dal concetto di eterna Umanità non mi aspetto altrettanto: so che il nostro io lo rifiuta, e che preferisce versarlo senza timore nell’io degli altri. Cattivo segno; forme universali molto più ardue ci propone Platone. Per esempio la Tavolità, o Tavolo Intelligibile che è nei cieli: archetipo quadrupede che inseguono, condannati alla fantasticheria e alla frustrazione, tutti i falegnami del mondo. (Non posso però negarla del tutto: senza un tavolo ideale non saremmo giunti a tavoli concreti.) Ad esempio la Triangolarità: eminente poligono di tre lati che non è nello spazio e che non vuole abbassarsi ad essere equilatero, scaleno o isoscele (nemmeno lo ripudio, è quello dei manuali di geometria.) Per esempio, la Necessità, la Ragione, il Rinvio, la Relazione, la Considerazione, la Grandezza, l’Ordine, la Lentezza, la Posizione, la Dichiarazione, il Disordine. Di queste comodità del pensiero innalzate a forme, non so più che cosa pensare: suppongo che nessun uomo le potrà intuire senza l’aiuto della morte, della febbre o della pazzia. Dimenticavo un altro archetipo che li comprende tutti e li esalta: l’eternità, la cui sminuzzata copia è il tempo.

[Jorge Luis Borges, Storia dell’eternità, in Tutte le opere, vol. primo,  Mondadori, pagg. 528-529]

note: la Tavolità, come archetipo quadrupede, mi ha fatto ricordare un tavolo di Allen Jones, del 1969, che il suddetto falegname-designer aveva a suo tempo intitolato “donna-tavolo”. E’ imbarazzante questa cosa.

Cosa volete che dica. Che tutti i concetti, me n’ero già accorta da un pezzo, sono come degli scatoloni in cui vorremmo riuscire a farci stare tutti gli enti particolari suddivisi  secondo specie,  misura e tutte le qualità sensibili. Se prendiamo la Femmminilità, ad esempio, come archetipo, o categoria o concetto che vorremmo essere universale, è uno scatolone che per quanto grande, e suddiviso in sottoscatole e sottoscatolette incastrate l’una nell’altra,  nessuno riuscirà mai a farci stare tutte le donne del mondo – ma  dev’essere anche scomodo  tenersi tutte quelle scatolette dentro la testa.
Il guaio è quando qualcuno ci ci vuol mettere a forza, chiuse lì dentro, dopo un po’ è chiaro  che 
mancherà l’aria.

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5 risposte a formule

  1. robertomeister ha detto:

    Grandissimo Borges e assolutamente condivisibili le tue ultime parole…
    Un saluto

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      Immagino che non intendevi questo, ma quando ho letto “le tue ultime parole”, mi sono chiesta: chissà quali saranno le mie ultime parole … o la mia ultima parola.
      Intanto, è probabile che non saranno ancora queste (anche se non è detto, insomma, non lo so)
      A risentirci, Roberto … mi fa piacere quando passi di qui …

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  2. mariasolebenetti@yahoo.it ha detto:

    mi piace l’ultima frase mamma 🙂

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  3. MariaSole Ampy ha detto:

    Si .. Din din din ;))

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