ed è subito sera

distances- Emilio Merlina
 

 

 

 

 

 

 

 ed è subito sera …
 
 
 

Ha cominciato a nevicare ieri sera. Una nevicata moderata, che ora si sta tramutando in una pioggerellina fina fina.
Per quanto la mia posizione sia del tutto modesta e per nulla eccezionale, e poiché  fa piuttosto freddino, oggi ho spostato il tavolino inglese, quello ovale di legno di rovere con le gambe a torciglioni sotto la finestra accanto al camino acceso che crepita fischia e scoppietta e fa il suo dovere; e ho appena messo qualche goccia di essenza d’arancio nel diffusore degli aromi. In questa nuova posizione non posso evitare di avere il lato destro quasi arroventato e quello sinistro alquanto gelino. Per il resto – che mi manca?

Ore 16:01, il cielo è di un grigio monotono, non so bene per quanto tempo ci sarà ancora luce, ma così è.  Siamo nei giorni più brevi dell’anno. C’è poco da fare.
Un tempo, quando la vita di campagna era regolata sul ritmo delle stagioni, in questo periodo dell’anno tutto rallentava fino quasi a fermarsi. Restavano da accudire gli animali nelle stalle, mungere il latte, raccogliere poche uova, calcolare che le riserve di cibo potessero bastare per tutta la durata dell’inverno, e  ripararsi dal freddo. Di solito in questo periodo si ammazzava il maiale – il maiale del padrone, o il proprio, se andava bene – che era una riserva di proteine necessaria per superare l’inverno a queste latitudini, ma che non tutti avevano a disposizione.
Forse non abbiamo più presente che tipo e qualità di vita conducevano i nostri nonni appena 50/60 anni fa. La condizione della vita nelle campagne per molti contadini fittavoli rasentava la miseria. I più fortunati possedevano una o due mucche, un bue per tirare l’aratro, e un pollaio più o meno fornito di galline e conigli; per Natale qualche cappone e tacchino, che andavano per la maggior parte sulla tavola del padrone della terra. Poche cose: un abito per tutti i giorni, uno per la domenica e i giorni di festa. Non usavano scarpe ma zoccoli, con calzettoni che le donne sferruzzavano la sera davanti al camino o nella stalla, dove si riunivano per stare insieme al calduccio che sapeva d’urina. E lì si raccontavano storie, e del più e del meno.

Ore 16:39, il grigio si fa più profondo. Di quando in quando mio padre mi racconta qualcosa. Ad esempio che le uniche entrate del nonno derivavano dalla vendita del vitello, uno all’anno,  e del latte – giusto qualche soldo per comprare pasta riso zucchero sale e altre scarse derrate alimentari, qualche tessuto e poco altro. Ma quando ad esempio la mucca si esauriva, ossia diventava vecchia, non aveva potuto mettere da parte abbastanza per poter comprare una mucca giovane, per sostituirla. Allora una zia non sposata  che aveva lavorato in fabbrica, ogni volta gli prestava il danaro necessario, anche se al nonno sarebbe stato impossibile restituirlo, date le condizioni.
A Natale se i bambini riuscivano a ricevere in dono un arancio o un mandarino, erano salti di gioia. E quando qualche famiglia aveva più del necessario, quel di più lo dava alle famiglie che si trovavano in condizioni peggiori. Senza metterci il fiocco.
La condizione di essere bisognosi era il legante che teneva insieme la comunità contadina. E anche se potremmo considerarlo fastidioso, nessuno poteva fare a meno degli altri. Tutti erano interdipendenti. Poter fare a meno degli altri era un lusso che nessuno poteva permettersi, perché a tutti, una volta o l’altra, poteva capitare di trovarsi nella condizione di aver bisogno.
Oltre a migliorare le condizioni dell’esistenza materiale, il benessere raggiunto negli anni successivi ha portato con sé il lusso di poter fare a meno degli altri, perché il danaro ha potuto supplire a tutti i bisogni, comprare tutto ciò di cui si ha bisogno, così da non aver più bisogno di nessuno. Insieme al benessere, l’emancipazione dalle condizioni più dure dell’esistenza ha portato con sé di potersi liberare dal giogo del legame con gli altri.
Gli altri, nella loro condizione umana ontologica, sono per lo più superflui o facoltativi, a meno che non sussista qualche interesse nell’utilizzarli ai propri scopi, per i propri interessi di per sé e per lo più eccedenti.  
È così che giostra degli egoismi ha potuto cominciare a girare. Gira e gira …
Il bisogno è bisogno finché non viene soddisfatto, ma anche se  “la differenza fra il piacere di soddisfacimento agognato e quello effettivamente ottenuto determina nell’uomo  quell’impulso continuo che non gli permette di fermarsi in nessuna posizione raggiunta” [Sigmund Freud, Al di là del principio del piacere, Boringhieri (1990). pag. 69], forse quello cui  massimamente aspiriamo è di non essere bisognosi, di niente e di nessuno. E allo stesso modo non ammettiamo che gli altri possano essere bisognosi. Ognuno deve bastare a se stesso, e non deve aver bisogno di niente e di nessuno. Ormai al di là della condizione del bisogno, solo i poveri possono essere bisognosi, resuscitare  la nostra pietas. Per tutto il resto, meglio non dire. Sarebbe imbarazzante. Non si può chiedere o desiderare ciò che non c’è, che non c’è fra noi. Qualcosa che non si può comprare da nessuna parte, in nessun luogo.

Ore 17:06, il cielo adesso è grigio scuro. Quando ero una bambina molto piccola qualche volta andavo in vacanza, si fa per dire, dai nonni materni in un paesello vicino a Treviglio, nei pressi di quel minuscolo paese (ora non ricordo il nome) in cui Ermanno Olmi ha girato “L’albero degli zoccoli” – non so se lo avete visto, se lo avete presente. A quei tempi, quand’ero bambina, l’atmosfera era ancora molto simile. C’era un canale, che ormai da anni è stato  ricoperto da lastre di cemento, che attraversava il paese, dove le donne andavano a lavare i panni anche d’inverno, e le ronge, una rete di canali più piccoli che portavano l’acqua nei campi.

 

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l'albero degli zoccoli, il nonno e il bambino 

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Una risposta a ed è subito sera

  1. Francesco ha detto:

    I tuoi racconti sono come i mandala, ristrutturano la coscienza. L’aiutano a far pace con se stessa.

    Un caro saluto

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